John Hurt: la tradizione attoriale inglese a Roma

Uno dei più grandi attori viventi si racconta al pubblico ricordando i suoi ruoli più celebri.

In questa ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma abbiamo incrociato il grande John Hurt sul treno dei disperati di Snowpiercer. Lo ritroviamo comodamente seduto sulle red chairs dell'Auditorium a conversare con Mario Sesti nell'incontro col pubblico che inaugura il fitto programma dei meeting. A dare il benvenuto all'attore, nominato due volte agli Oscar per le incredibili perfomance in The Elephant Man e Fuga di mezzanotte, un video che raccoglie una carrellata delle sue innumerevoli interpretazioni.

Parliamo di Snowpiercer, presentato proprio qui a Roma. Come mai ha deciso di accettare un progetto così fuori fuori dal comune?
John Hurt: Ho incontrato Bong Joon-ho in un hotel e da quel momento ho sentito istintivamente che volevo lavorare con lui, e non ho mai cambiato idea. Mi ha convinto il mondo in cui si esprimeva e sul set ho apprezzato molto il suo modo di lavorare con il cast. E' un regista straordinario, sa perfettamente cosa vuole vedere sullo schermo.

Capita molto spesso che, per il suo aspetto, le offrano sia tiranni che vittime dei tiranni. C'è qualcosa di lei che esprime allo stesso tempo grande vulnerabilità e grande potere. Si è mai chiesto la ragione?
Per un attore è difficile analizzarsi, ma questo è un complimento che sono felice di accettare. E' bello avere la possibilità di scegliere e di mettersi sempre alla prova.

Il nome del suo personaggio, Gilliam, è un omaggio a Terry Gilliam?
Non lo so proprio, ma trovo il mio un personaggio molto interessante e imprevedibile.

John Hurt è Zeus in una scena del film epico Immortals 3D
Ha lavorato con Tilda Swinton varie volte. Che tipo di rapporto avete?
Penso che ora Tilda sia davvero riuscita a imporre la sua personalità di interprete e in Snowpiercer è superba.

Agli occhi degli stranieri il mito della recitazione inglese è fatto di una voce inconfondibile, di un background colto, e di una sorta di aura carismatica. Concorda con questa visione?
Credo che negli ultimi anni gli attori cinematografici britannici siano cresciuti tantissimo. Quando io ho iniziato gli attori di teatro erano molto bravi, ma quelli di cinema non erano allo stesso livello.

E' vero che ha iniziato a pensare alla recitazione quando ha visto Alec Guinness in Oliver Twist?
E' una perfomance che mi ha affascinato. E' incredibile. Ho sentito il desiderio di diventare un attore già ai tempi della scuola. Frequentavo una scuola maschile e dato che ero molto carino, ho anche interpretato delle ragazze. Questa sensazione di felicità a trovarmi sul palco non mi ha mai abbandonato perciò ho intrapreso la carriera dell'attore. All'inizio, però, quando guardavo gli attori di teatro non pensavo di poter diventare realmente un attore. Le cose sono cambiate dopo la fine della guerra.

All'epoca guardava molto cinema, andava a teatro?
In quell'epoca ho scoperto Antonioni e Truffaut, ho visto Jules e Jim e ho imparato a conoscere il cinema francese.

Che cosa succede quando accende la televisione e trova un suo film?
Questa cosa non accade molto spesso. Mi ricordo che una volta mi è capitato dieci anni. Non ho guardato tutto il film, solo un po', ma ricordo di essermi ritrovato a pensare pensare che era un buon film. Naturalmente non per merito mio.

Una varietà di ruoli così vasta come la sua richiede anche grande capacità di adattamento. Le è mai capitato di trovarsi in situazioni difficili?
Maggior esperienza si matura, più ci si trova a dover fare delle scelte e questo è sempre difficile. Si diventa più coinvolti nel progetto, aumentano le responsabilità. Non si può più tornare indietro. Accade lo spesso nella musica. Se pensate al primo Beethoven era incredibilmente fresco e libero, ma col passare del tempo ci si irrigidisce. Con questo non voglio certo paragonarmi a Beethoven.

John Hurt al Festival di Roma 2013, sul tappeto rosso
Tra i vari registi con cui ha lavorato spiccano ci sono due autori molto originali come Jim Jarmusch e Lars Von Trier.
Sono due registi incredibili. Se mi chiedono di lavorare con loro, non ci penso neanche un attimo. Accetto immediatamente. Ma non ce ne sono molti di registi così.

Non la infastidisce il fatto che il più celebre tra i personaggi che ha interpretato, Elephant Man, sia quello in cui non può essere riconosciuto?
Quando ho girato il film e ho ricevuto la nomination il mio agente mi ha detto che non avrei mai vinto perché avrei dovuto competere con Robert De Niro, che infatti ha vinto con Toro scatenato, e perchè la mia faccia non si vedeva. Io lo ritenevo un punto di forza, non di debolezza, ma a Hollywood non si troverà mai un attore che voglia cancellare completamente la sua faccia. Non è nella loro tradizione.

Oggi quali film ama interpretare?
Penso che il cinema indipendente offra le sceneggiature e i registi più interessanti quindi sono molto soddisfatto quando mi provengono proposte di quel tipo. Purtroppo sono consapevole che i progetti più interessanti sono anche quelli che faticano di più a trovare finanziamenti.

Cosa ci può raccontare della lavorazione de La talpa?
Parlando di scelte, quella è una delle mie scelte migliori. Tomas Alfredson è un regista fantastico. Un regista non inglese è riuscito a fare un film così inglese, ma è qualcosa di non troppo raro. John Schlesinger non potrebbe essere più inglese, ma ha fatto un film estremamente americano come Un uomo da marciapiede.

Quale è il suo metodo per avvicinarsi ai personaggi? Che rapporto ha con loro?
Vorrei poter dare una risposta semplice, ma non posso. Dipende dal tipo di personaggio. A volte richiedono grande ricerca, a volte occorre avvicinarsi a loro in modo naturale. Non sono un attore di metodo nel senso tradizionale nel termine. A dirla tutta non ho un metodo.

John Hurt, l'Uomo Elefante in The Elephant Man, diretto da David Linch
Come è stata l'esperienza sul set di Doctor Who?
Non sono un esperto della serie, non la guardo molto spesso, ma sono rimasto impressionato dal modo di lavorare del team creativo e di David Tennant. Sono così intelligenti e riescono a lavorare molto bene. Lo script è molto ostico perché contiene molte pagine legate alla terminologia scientifica e si girano molte scene al giorno. E' un lavoro duro, ma sono rimasto molto impressionato dalla professionalità.

Come vivi il tuo duplice impegno al cinema e al teatro?
Penso che il teatro non morirà mai quindi non sono preoccupato. Le persone hanno bisogno del contatto fisico con gli attori. Per quanto riguarda il cinema, l'industria sta vivendo dei cambiamenti incredibili e noi che ci lavoriamo stiamo cercando di capire quale direzione prenderà.

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