Jeffrey Deaver: 'Il mio maestro di vita? L'ispettore Callaghan'

Viaggio nella creatività dell'autore de Il collezionista di ossa, amante del cinema con un diktat nel lavoro: la storia prima di tutto.

Come funziona la fabbrica della paura? Ce lo racconta Jeffery Deaver, ospite del Courmayeur Noir in Festival. Deaver è uno degli autori americani più noti nel mondo, ha all'attivo una serie di bestseller tradotti in 25 lingue e venduti in più di 150 paesi del mondo, a cominciare da Il collezionista di ossa, portato sul grande schermo dall'australiano Phillip Noyce con l'ausilio di Denzel Washington e Angelina Jolie. Nel rivelare le ragioni della scelta di concentrarsi sul noir e sul thriller, il serafico autore, che mostra un'entusiastica passione per l'Italia, racconta: "Ho cominciato a scrivere a 11 anni, da principio racconti brevi. Ho sempre amato molto le storie brevi e ricche di pathos. Nutrivo una grande passione per Il signore degli anelli e per i romanzi di Ian Fleming, ma a farmi veramente impazzire era Edgar Allan Poe. I suoi racconti, in particolare Il cuore rivelatore, mi terrorizzavano. Ho intuito molto presto che questo è il tipo di scrittura che coinvolge il pubblico. La paura può catturare lo spettatore trascinandolo dentro la storia e questo è il motivo per cui mi sono concentrato su questo genere".

Il giovane Deaver ha, così, sentito il bisogno di passare dalla teoria alla pratica avvicinandosi alla scrittura. Anche un autore così acclamato ammette, però, di non avere avuto un exploit dei più brillanti: "Quando ho iniziato a scrivere mi capitava di rileggere ciò che avevo scritto e trovarlo terribile. I miei primi libri non spaventavano, solo me perché erano brutti. La svolta è arrivata con Pietà per gli insonni. Poco dopo la pubblicazione del libro, il mio telefono squilla alle due notte. Vado a rispondere e all'altro capo del film c'è una mia coppia di amici. La moglie mi dice 'Jeffrey, per colpa tua non dormirò più serenamente insieme a mio marito per il prossimo mese ed è solo colpa tua".

La ricetta per la paura

Jeffery Deaver ospite al Courmayeur in Noir 2014

'Tre sono gli ingredienti per scrivere un libro di grande successo. Nessuno, però, sa quali siano' diceva Somerset Maugham. E Jeffery Deaver, che nelle sue lezioni di scrittura cita spesso Maugham, è consapevole che il segreto per realizzare un buon prodotto artistico è la semplicità. "Spesso mi capita di guardare dei brutti film" ci racconta. "Un esempio per tutti? La saga di Saw - L'enigmista, che è piena di gore, sbudellamenti e trovate meccaniche che appesantiscono la sceneggiatura. L'abbondanza di gore non necessariamente fa paura. Per farvi capire meglio faccio sempre un esempio. Quando mi trovo davanti a un pubblico chiedo sempre quanti amino Hitchcock e in molti alzano la mano. Poi chiedo a quanti capiti di guardare il video di un'autopsia per divertimento. Di solito nessuno alza la mano, quando qualcuno lo fa mi innervosisco perché il segreto della paura è l'universalità. Un buon autore noir o thriller è in grado di parlare a molte persone perché prende in esame paure semplici, ma che toccano tutti. Cose che possono realmente accadere. Credo che la paura si possa insegnare perché è endemica, è universale. Non posso svelare molto del mio ultimo libro, perché non è stato ancora pubblicato, ma il protagonista è tormentato da paure che usa come arma. Uno scrittore deve essere ben attento a ciò che accade nel mondo, interessarsi ai sentimenti basilari".

A ciascuno il suo linguaggio

Jeffery Deaver presenta L'ombra del collezionista al Courmayeur in Noir

Di fronte al bivio tra produzione seriale e romanzi stand alone, Jeffery Deaver confessa di preferire le serie. "I romanzi stand alone sono più stimolanti per uno scrittore. Ogni volta che mi cimento in un'opera nuova metto alla prova le mie capacità, ma mi sento più a mio agio coi personaggi che conosco quindi preferisco occuparmi di serie. Quando riesco a creare un personaggio abbastanza forte e interessante da prolungare la sua esistenza sono soddisfatto, però tra i miei romanzi quello che preferisco è Il giardino delle belve". Autore di genere puro, a chi lo accusa di essere disimpegnato, Deaver risponde: "Oggi si dice 'se vuoi lanciare un messaggio scrivilo su Facebook o su Twitter. Io sono uno scrittore perciò la cosa di cui mi preoccupo di più è la trama. Mi è capitato di toccare temi impegnati, per esempio ne La finestra rotta affronto un tema attuale come quello della privacy dei cittadini americani, ma la mia preoccupazione è il plot". Pur essendo uno degli autori più amati, a differenza di altri Deaver non è stato saccheggiato dal grande schermo. Oltre al celebre Il collezionista di ossa, agli adattamenti ispirati alle sue opere contano solo un paio di film tv tratti da racconti brevi. Eppure, come ci conferma lui stesso, Deaver è un amante del cinema. "Io non ho il dono del linguaggio cinematografico. Scrivo senza occuparmi degli adattamenti perché non penso di esserne in grado, ma adoro il cinema e penso che sia un linguaggio universale. Sono consapevole del fatto che ci sono scene viste al cinema che rimangono impresse nella memoria collettiva. Coi romanzi è un po' difficile, non hanno lo stesso tipo di impatto nella mente del lettore. E poi ho scoperto che il mio filosofo preferito è Harry Callaghan, interpretato da Clint Eastwood. E' proprio lui a dire, probabilmente prima di far fuori il cattivo, che un uomo saggio conosce i propri limiti".

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