Italo

2014, Ragazzi

Italo, un randagio e una città

La storia vera del randagio Italo Barocco diventa la fonte d'ispirazione del primo lungometraggio di Alessia Scarso e la scusa per raccontare la vita di una piccola cittadina del sud. Nonostante le buone intenzioni però la cineasta si perde nel desiderio di strafare e consegna al pubblico una pellicola di buoni sentimenti chiassosa e popolare ma piuttosto priva di mordente.

Italo

2014 – Ragazzi
4.1 4.1

Alle idi di marzo del 2009 un fatto di cronaca nera scosse non poco la tranquilla popolazione di Scicli, piccola cittadina barocca del Ragusano. Un branco di cani randagi, di quelli di cui il paesino era pieno, assale e uccide un bambino. In un attimo il comune decide di far sparire ogni cane senza padrone dal paese. Nel bel mezzo di questa cinofobia collettiva si presenta nella cittadina un randagio che, inizialmente visto con diffidenza, riesce poi a conquistare l'affetto della restia popolazione, ferita e impaurita. E a diventare la loro mascotte, il loro beniamino.

È questa la storia di Italo Barocco ed è da questa fiaba tutta italiana che nasce il primo lungometraggio della siciliana Alessia Scarso. Attorno alla storia vera di questo randagio la Scarso ha voluto cucire un intreccio di personaggi e di sottotrame che fanno da corollario alle lunghe passeggiate e ai commoventi atti di umanità di Italo.

Come Belle e Sebastien

Italo Barocco: una scena del film

Il primo a dare fiducia a Italo è Meno (Vincenzo Lauretta) un bambino taciturno e spesso preso in giro a scuola. La sua solitudine deriva dalla morte della madre e dal dover condividere il tetto con i silenzi di un padre assente (Marco Bocci), sindaco della città. L'arrivo di Italo nella vita di Meno riempie il vuoto nell'animo del bambino e non è un caso che i momenti più belli del lungometraggio sono quelli in cui i due interagiscono in un rapporto che, passo dopo passo, diventa sempre più stretto diramandosi nel cuore e per le vie di una città che fa da candido contorno allo sbocciare di un'amicizia pura, come solo quella tra un bambino e il suo cane può essere.

Troppe storie in una

Italo: Barbara Tabita in una scena del film

Se Italo si fosse semplicemente soffermato a raccontare dell'incontro e dell'unione tra il piccolo Meno e il suo amico cane la favola contemporanea che ha come voce narrante d'eccezione quella di Leo Gullotta sarebbe stata più lineare, più pura di certo meno caotica. Purtroppo però la voglia di strafare causata dalla poca esperienza della cineasta ha fatto sì che troppe altre trame si sviluppassero intorno a quella principale. Come la storia d'amore tra Antonio, il sindaco, e la maestra di Meno, Laura (Elena Radonicich), quasi accennata, fatta di sguardi e pochi - banalissimi - incontri. Anche la presenza, eccessiva negli atteggiamenti, dell'antagonista politica di Antonio, Luisa (Barbara Tobita) pur colorando di veracità il racconto in alcuni punti appare fuori luogo, a tratti divertente ma nella maggior parte dei casi troppo sguaiata, tanto da togliere poesia anche ai momenti che di questa avrebbero dovuto vivere. Racconto di formazione, commedia romantica, commedia sociale: Italo ha il tipico difetto dell'opera prima, di cui si percepisce il piacevole entusiasmo, che pecca nel voler raccontare subito tutto. Immediatamente troppo.

Uno stereotipato sud

Italo: foto panoramica di Scicli in una scena del film

Se Scicli da annoverare come straordinario protagonista della storia, insieme a Tomak, il quadrupede che interpreta Italo, la rappresentazione degli abitanti del borgo barocco è stereotipata ai limiti del macchiettistico lì dove proprio non ce n'era bisogno, Lì dove invece di calcare la mano sui personaggi di contorno era invece il caso di incentrarsi sul cambiamento di questi. Italo avrebbe voluto essere una metafora di quella Sicilia esposta all'arrivo dell'altro, all'arrivo di quello straniero che la cronaca dipinge come malvagio. Di quella Sicilia, di quell'Italia, che è in grado di passare sopra il pregiudizio. Questa volontà che si percepisce tra le immagini del lungometraggio non viene mai palesata a discapito dello stesso che alla fine risulta essere una commediola leggera dalle grandissime potenzialità la cui storia, fantastica, era già stata scritta in maniera perfetta dalla realtà.

Conclusione

Trasporre la potenza di una storia vera su quel del grande schermo è complesso. La splendida avventura di Italo, il cane he è riuscito a mitigare la paura di una popolazione e di farsi accettare nonostante la diffidenza orgogliosa di un'intera cittadina, non è affatto facile da raccontare sotto forma di lungometraggio di finzione. Se non in alcuni momenti, quelli in cui la camera segue impotente le straordinarie azioni di Tomak che racconta in che modo Italo è diventato indispensabile per gli abitanti di Scicli, Alessia Scarso non è riuscita nell'intento. Presa dalla foga di soffermarsi sulla visione d'insieme la cineasta ha tralasciato in troppi momenti il perno della narrazione costruendo attorno a quella che è stata una favola regalata dalla realtà troppi momenti di finzione. Il risultato è una commedia fragile, un film come tanti che, a differenza degli altri, ha come unica peculiarità quella di essere tratto da una storia speciale.

Italo, un randagio e una città
Sandra Martone
Redattore
2.5 2.5
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