Intervistando Giovanna Taviani

Giovanna Taviani è certamente il personaggio più solare dell'Open Roads 2005, dove la regista ha portato il suo interessantissimo I nostri 30 anni.

Clarissa Montilla

Giovanna Taviani è certamente il personaggio più solare dell'Open Roads 2005 e ribadiamo: dopo averlo visto per la seconda volta, il suo documentario I nostri 30 anni: Generazioni a confronto ci sembra ancora più bello e significativo e, veramente, rappresenta una lezione di cinema, critica e storica, non solo per il pubblico americano ma anche per quello italiano. Importante l'inserimento di questo film nel panorama della rassegna newyorkese: l'audience partecipa con interesse ed apprezza il film. È veramente un peccato che in Italia i documentari non abbiano un'adeguata distribuzione in sala. È un peccato per I nostri 30 anni di Giovanna Taviani, così come lo è per un altro documentario presentato all'Open Roads 2005, Un silenzio particolare dello sceneggiatore Stefano Rulli.
Giovanna Taviani parla del suo film con il pubblico americano:

Cosa l'ha spinta a realizzare questo documentario? I nostri 30 anni: generazioni a confronto nasce dal desiderio di ricordare.
Ho intervistato quattro generazioni di registi ed ho chiesto loro "cosa significa avere trent'anni ed una telecamera in mano per filmare i propri coetanei?"

Scelga una scena del suo film e ci spieghi perchè.

Scieglierei il capitolo dedicato ai registi del '68, Bellocchio, Bertolucci ed i Fratelli Taviani... mio padre e mio zio. I nostri 30 anni è anche un viaggio alla ricerca dei padri e così, inevitabilmente, ho incontrato il mio... è un viaggio edipico, non solo per me, ma per i trent'anni di cinema che il documentario abbraccia, come dice anche Bernardo Bertolucci nel mio film. Ogni generazione si rapporta e si specchia in quelle precedenti, facendo i conti con il cinema dei propri padri e/o dei propri zii...
La generazione ed il cinema dei Taviani, di Bellocchio, di Bertolucci, il '68, vengono in qualche modo richiamati dal cinema che oggi mettono in scena i registi più giovani. Il presupposto fondamentale del mio documentario è l'epigrafe iniziale, citazione di una frase di Walter Benjamin che recita: "c'è un'intesa segreta tra la nostra generazione e quella passata. Noi siamo stati attesi sulla terra"...non veniamo dal nulla.

Nel suo film lei sembra essere un pò un'eccezione. È l'unica donna. Perchè?

Devo precisare che il mio documentario ha un tema ben preciso, quello, appunto, di avere trent'anni ed una telecamera o macchina da presa per filmare la propria generazione... Che ci siano solo uomini è e non è un caso: è un caso perchè non ho trovato registe che si confacessero a questo tema nelle generazioni a me più lontane e perchè avrei voluto, tra i giovani, Roberta Torre che però ha deciso di non intervenire alla tavolata organizzata con i suoi colleghi coetanei... stranamente ho trovato più disponibilità a partecipare al documentario da parte dei così detti padri e zii, che non da parte dei fratelli e delle sorelle...la discussione con loro e tra loro è stata più difficile. Forse perchè quando si supera una certa età si è più disposti a raccontarsi. Per rispondere alla sua domanda, comunque, posso dire che ora che ho fatto i conti con i padri, verrà il tempo per fare i conti con le madri!

Quali conclusioni ha potuto trarre, dunque, realizzando il suo documentario?

Ho potuto riflettere sulla crisi più grande del cinema italiano di oggi: quella di produzione e distribuzione. Oggi molti produttori e molti distributori non credono più nei film che producono e non lottano perchè ad essi sia assicurata una buona salute.
Più di ogni altra cosa, ho scoperto, ripeto, parentele e somiglianze ma, molto importante, non un percorso lineare. Ci sono salti generazionali che portano, ad esempio, ad una continuità sotterranea tra gli anni '60 di Risi e Monicelli e i '90 di Virzì e Salvatores; così come, ripeto, c'è una parentela tra la generazione di Bellocchio, Bertolucci, i Taviani ed i piu' giovani registi di oggi come la De Lillo, Sorrentino, Marra... La nuova generazione, dal punto di vista linguistico ed etico, guarda al cinema come ad una finestra sul mondo se non come una vera e propria visione del mondo.

Alle affermazioni di Giovanna Taviani porta sostegno anche Stefano Rulli, che osserva come quella della Taviani sia una visione complessa ma totalmente condivisibile, ed aggiunge: "c'è stata la generazione del neorealismo che ha pensato che il cinema potesse cambiare il mondo e la mentalità della gente. La generazione che viene dopo il terrorismo, invece, si interroga su questo punto... non ha più certezza che il cinema possa cambiare la società. C'è un punto nella storia di quel cinema italiano in cui credo si torni a credere nel cinema come strumento di svolta: è in Caro Diario. Quando Nanni Moretti, nel film, beve quel bicchiere d'acqua, fa il racconto di cosa è la vita: un gesto semplice che raccontato al cinema fa riflettere... è il cinema che aiuta a trovare un nuovo sguardo sul mondo di oggi".

Intervistando Giovanna Taviani
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