In salotto con Terrence Malick a Roma 2007

Il genio "invisibile" incontra il pubblico della Festa del Cinema e parla del suo rapporto con il cinema italiano.

Maria Vittoria Galeazzi

"C'è un profumo di leggenda nell'aria". Al suono di queste parole è apparso sul palco di una sala gremita di fan il riservatissimo Terrence Malick, uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Autore di grandi capolavori come La Rabbia giovane (1973), I giorni del cielo (1978), La sottile linea rossa (1998), The New World (2005), il maestro è una sorta di Santo Graal del cinema: introvabile e infotografabile, per anni le sue sembianze sono rimaste sconosciute al grande pubblico.
Ha scelto la seconda Festa del cinema di Roma per uscire allo scoperto e concedere un incontro, a patto che fossero rispettate alcune condizioni: macchine fotografiche off limits, silenzio religioso in sala e una conversazione non incentrata su i suoi film, ma sul cinema italiano.
Una selezione di sequenze tra le opere nostrane che il regista ama da sempre, cinque spezzoni di quattro grandi autori che Malick ricorda con ammirazione.
Le luci si spengono sulla platea e i mediatori chiedono al pubblico di far finta di non esserci. L'estrema timidezza del maestro obbliga ad un colloquio intimo e informale, a simulare di trovarsi in un salotto nel corso di un'amichevole chiacchierata. La necessità di tale discrezione non si dimostra però un vincolo per gli spettatori, ma una possibilità di essere testimoni di un evento unico, di acquisire un ritratto più spontaneo e personale di quest'uomo straordinario.

La prima scena proiettata è tratta da Totò a colori di Steno, quella di un tragicomico pinocchio a pois, e a seguire ancora il principe de Curtis in uno spezzone di I Soliti Ignoti di Mario Monicelli.

Cosa ama di Totò? Perché è rimasto colpito da questo personaggio?

Terrence Malick: I Soliti Ignoti è stato il primo film di Totò che ho visto ed è, tra l'altro, uno dei pochi film italiani di quei tempi rintracciabili doppiati in inglese. Non esiste, per esempio, una versione americana di Totò a colori. Quando l'ho visto, è stata una scoperta che esistesse un altro Charlie Chaplin o un altro Buster Keaton.

Era rimasto colpito dalla sua drammaticità?

Terrence Malick: Ha un volto melanconico, come in effetti lo era quello di Buster Keaton. Ho sentito dire da italiani che avevano paura di Totò perché aveva un aria triste, un viso che ti faceva pensare alla morte.

Sapeva che è stato apprezzato solo dopo la sua morte?

Terrence Malick: Non so come non possano aver riconosciuto la sua grandezza. Comunque, anche per Buster Keaton è andata così. Adesso Totò ha raggiunto un enorme fama, anche in America è considerato un grande.

Con i registi della tua generazione - come Spielberg, Coppola e Scorsese - vi capitava parlare di film europei che amavate? Vi davate dei consigli su cosa vedere?

Terrence Malick: Non mi ricordo con precisione le nostre conversazioni, ma mi ricordo l'entusiasmo che provavamo per questo cinema. Si vedeva qualcosa di nuovo, che ti permetteva di spalancare una porta sul mondo. Era una scoperta continua.

Ti ricordi un film in particolare di questo periodo?

Terrence Malick: È come scegliere una stella nel firmamento. Mi ricordo che quando arrivava il film atteso di un autore che amavi era accolto come se fosse stato fatto da uno di famiglia, con uno spirito fraterno.

Sei diventato amico di un comico italiano che è stato considerato come l'erede di Totò, Roberto Benigni. Quali analogie ci sono, secondo te, nella loro comicità?

Terrence Malick:Roberto esprime gioia e allegria, ma anche grande malinconia. I suoi film, come quelli di Totò, fanno ridere ma riescono anche a commuovere. Credo che sia il legittimo erede di comici come Totò, Chaplin e Keaton.

Ancora un'altra sequenza scelta dal regista, Sedotta e Abbandonata di Germi.

Non si può dire che ci sia molta comicità nel tuo cinema. Cosa ami della commedia, soprattutto di quel periodo?

Terrence Malick: Io apprezzo questi film come opere. Qui c'è in gioco l'onore della famiglia ed è difficile mettere umorismo in un film come questo. Questa comicità non è quella che ti fa ridere forte, è una sensazione di calore che ti fa sentire bene. Queste scene ti fanno sentire lieto, come si sente un bambino, come se si potesse uscire e lasciare tutte le tristezze dietro la porta. L'ironia che spesso si usa oggi sembra imbrattare la situazione, mentre questi film fanno il contrario, sono come una terapia. Per esempio, non appena si vede Mastroianni in Divorzio all'Italiana, così altezzoso ed elegante, s'illumina la scena.

Divorzio all'Italiana vinse l'Oscar per la sceneggiatura e, in quegli anni, lo script fu preso come esempio di commedia. Mi chiedo se quel periodo in particolare la abbai ispirata.

Terrence Malick: Non lo so. Film come quello o Lo Sceicco Bianco di Fellini sono grandiosi, unici.

È difficile trovare un attore che prende a schiaffi cos' tante persone in una sola scena... Hai sempre una particolare attrazione per un attore? Che cosa crea questa attrazione per un regista?

Terrence Malick: Quello che avviene per gli attori è, se non vengono scelti, rimanere fermi ed inespressi, se recitano, prendere vita e dare vita ai personaggi.

Cosa pensi dell'amore degli attori per il tuo cinema? Si vocifera che per La sottile linea rossa fosse talmente sentito il desiderio degli attori di voler essere ingaggiati, che avrebbero lavorato anche senza caché. È vero?

Terrence Malick: Spero che sia vero. Gli attori, come le altre persone che mi hanno amato, sono state molto generose. Io non posso che ringraziarli.

Conosciamo tutti la sua ritrosia nell'apparire in foto o immagini pubbliche, però ha avuto un'apparizione proprio come attore in uno dei suoi film, La Rabbia giovane. Come ce lo spiega?

Terrence Malick: Il ruolo che ho interpretato era di un attore che il giorno delle riprese tardava, tardava e non arrivava mai. Quindi lo dovetti fare io. In quel momento mi sono sentito come si sentono gli attori: non mi venivano le parole e non riuscivo a smettere di ridere. Ricordo che Martin Sheen aveva l'aria molto seria e io non la smettevo di ridere. Alla fine, io volevo rifare quella scena il giorno dopo con il vero attore, ma me lo hanno impedito. Martin diceva che l'attore avrebbe rovinato tutto. In poche parole, mi hanno minacciato.

Una scena mitica con un indimenticabile Alberto Sordi sull'altalena in Lo Sceicco Bianco di Fellini.

Perché ha scelto questa scena in particolare e perché questo film?

Terrence Malick: Credo che questa sia in assoluto la scena più famosa del Lo Sceicco Bianco. Qui questa giovane provinciale sogna un mondo più bello e più grande del suo. Noi soffriamo per lei perché sappaimo che quest'uomo è un po' un imbroglione, è un personaggio costruito.

Posso azzardare che la tua attrazione per questa scena è anche per il suo sfondo naturalistico, come un quadro barocco?

Terrence Malick: Ci sono gli uccellini che sembrano cantare per lo Sceicco bianco, è un'immagine un po' bucolica. Ad essere sincero, quando ho pensato a questa scena non la ricordavo così completa.

Conosci Alberto Sordi e lo ami come Totò?

Terrence Malick: Sordi è un grande attore. Era travolgente e, come Totò, ti faceva dimenticare tutto.

Ultima sequenza italiana, una scena di Il Posto di Olmi.

Come questa storia, del tutto diversa dal suo percorso lavorativo personale, è riuscita a colpirla e coinvolgerla?

Terrence Malick: Inizialmente ho apprezzato il film per quello che era. Poi ho riflettuto su cosa abbia provato questo ragazzo che sente rimpicciolire il mondo intorno a sé. Questo attore protagonista, Sandro Panseri, è bravissimo. Ha acceso come una fiammella che continuerà a bruciare in questo personaggio. Il Posto è un film in punta di piedi, ma è un gran capolavoro.

Alla fine dell'incontro, Malick accetta di parlare di due suoi film, La Rabbia giovane e Il Nuovo Mondo, di cui vengono mostrati due estratti.

Nei suoi film ci sono momenti di violenza. Lei li filma come se fosse il primo a stupirsene, a rimanerne shockato. Sulla scena che abbiamo appena visto de La Rabbia giovane mi piacerebbe sapere come ha scelto le posizioni della camera, come ha gestito gli attori, com'è stata "la cucina" di questo film.

Terrence Malick: La scena è rimasta come era scritta nella sceneggiatura, perché è stata una delle prime scene che abbiamo girato. All'inizio è importante seguirla, poi abbiamo cambiato molte cose, anche abbandonandola.
Mi ricordo com'era difficile girare in uno spazio così stretto. Ci è voluto molto più tempo di quanto ci potrebbe volere adesso a filmare la stessa scena.

Quando li ha scelti i due protagonisti erano degli sconosciuti. Come ha fatto a scoprirli?

Terrence Malick: In quel periodo Martin Sheen faceva teatro e il mio agente lo vide per la strada. Sissy Spacek è venuta ad accompagnare una sua amica a fare il provino, mi ricordo che aveva una chitarra e mi misi a parlare con lei del Texas. Mi convinse perché il conosceva il contesto.

C'è qualcosa che le piace di questi due personaggi anche se sono due killer?

Terrence Malick: Non mi ricordo molto dei personaggi, è molto che non vedo il film. Mi piacevano molto gli attori. Il personaggio di Martin Sheen non aveva alcun senso morale. Sissy Spacek, invece, ha dato al personaggio quel senso di ingenuità senza sembrare troppo leggere e frivola.

La sua telecamera riesce a dare uno sguardo completamente rovesciato rispetto al mondo, come se ci fosse una bellezza più profonda in ogni momento, come se fosse una musica particolare.

Terrence Malick: Uno spera che la musica passi oltre le immagini, so cosa vuole dire.

Lei ha un modo di esprimersi nel cinema simile al modo di scrivere di Cormac McCarthy, che dicono sia un suo amico. Ha mai pensato di adattare un suo romanzo come hanno fatto i fratelli Cohen con il loro ultimo film No country for old men?

Terrence Malick: Non è un mio amico, ma un conoscente. Anche il suo ultimo romanzo The Road sarà filmato. Non ho mai pensato di fare un adattamento da McCarthy, ma i suoi libri si prestano molto a essere trasformati in film. I suoi racconti non sono comici, anche quello adattato dai fratelli Cohen è teso, c'è molta tensione.

È vero che quando scrivevi per il New Yorker sei stato inviato in Bolivia a fare un servizio dopo la morte di Che Guevara?

Terrence Malick: Sì, è vero, dovevo documentare la situazione, ma credo di non aver mai capito bene cosa fosse successo, quindi non ho mai consegnato il mio articolo.

Nella scena dell'incontro tra inglesi e indigeni americani in Il Nuovo Mondo, come le è venuto in mente di usare Mozart?

Terrence Malick: Abbiamo sostituito la musica scelta originariamente con Mozart perché c'è una maggiore sensazione di innocenza, di fresco, di nuovo. Volevamo far vedere cos'era l'America all'inizio, suggerire con la musica cosa abbiamo fatto di quello che c'era stato dato.

Quanto assomiglia quello che gira alla sceneggiatura?

Terrence Malick: In questo caso è molto vicino, ma non è sempre così. Nella scena mostrata poco fa, volevamo far capire le difficoltà di questo incontro tra due mondi e animali differenti, anche sul cattivo odore degli inglesi che arrivavano da un lungo viaggio senza lavarsi.

È vero che in questi anni ha scritto molte sceneggiature per altri registi senza filmarle?

Terrence Malick: No, ho fatto sceneggiature in passato anche per grandi registi e amici. Ma poi non più.

In salotto con Terrence Malick a Roma 2007
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