Essere e avere

2002, Documentario

Recensione Essere e avere (2002)

In tempi di voyeurismo sfrenato che divora voracemente ogni sorta di manifestazione umana, prediligendo le più banali, senza interrogarsi troppo sul significato, questo bel film-documento ridona dignità allo sguardo dello spettatore.

Alessandra Sessa

Imparare a crescere

In tempi di voyeurismo sfrenato che divora voracemente ogni sorta di manifestazione umana, prediligendo le più banali, senza interrogarsi troppo sul significato, questo bel film-documento ridona dignità allo sguardo dello spettatore. Il regista francese Nicolas Philibert ritorna al documentario nel quale si è specializzato durante gli anni ottanta tra cinema e televisione, e mostra di preferire il tema della comunicazione e delle sue difficoltà, come la realtà dei sordomuti raccontata nell'ultimo film Nel paese dei sordi del 1992.

In Essere e avere Philibert segue l'anno scolastico di una classe di tredici bambini di età diverse, dall'asilo all'ultimo anno di scuola primaria, guidata dal paziente maestro Georges Lopez, alle soglie della pensione, nell'isolata campagna francese dell'Auvergne.
Il progetto, nato in verità come indagine sul mondo rurale, si sviluppa intorno alla scuola di paese, raro esempio di classe unica, destinato ormai a scomparire in favore di una differenziazione di aule e corsi.

L'aspirazione documentaria non cela quella narrativa, presente nella scelta e organizzazione di storie da raccontare, ambienti da filmare, e persone da identificare come personaggi. Se il documentario scende qui a compromessi con il cinema narrativo, il tema affrontato travalica i confini dell'oggetto rappresentato, riuscendo a porsi come discorso universale sull'educazione. È così che un piccolo film, si fa grande grazie alla sua portata.
L'occhio artificiale s'infiltra tra gli occhi curiosi e sinceri dei piccoli non-attori, avido di conoscere quel mondo e ansioso di lasciarsi stupire dalla loro disarmante spontaneità, tanto da confondersi e amalgamarsi con essi. L'attività degli alunni, infatti, è inizialmente distratta dalla presenza estranea dell'operatore, e si manifesta con i frequenti sguardi in macchina focalizzati su quell'oggetto misterioso e invadente; ma, gradualmente, l'elemento straordinario diviene ordinario, grazie soprattutto alla dedizione paterna dell'insegnante che segue i suoi scolari spiegando loro la vita e il mondo nel modo più semplice e naturale possibile. La figura del maestro diviene il cardine di tutta l'esperienza filmica e profilmica, senza del quale non sarebbe stato possibile attutire l'impatto delle riprese e consentire un sereno e naturale fluire della vita scolastica. La personalità di Georges Lopez, all'ultimo anno d'insegnamento, attira fin da subito l'attenzione del regista per la paziente capacità di ascoltare e l'autoritaria abilità d'insegnare, mostrando come il ruolo del maestro risponda ad una vocazione e non possa essere improvvisato. Il lavoro di Philibert ci fa riflettere sul delicatissimo compito educativo che spetta all'insegnante di una classe unica, spettatore e attore di un duplice distacco che segna e delimita i confini della propria attività pedagogica. Da una parte c'è il distacco dall'ovattato ambiente familiare in cui il bimbo, in condizioni normali, è al centro del rassicurante mondo popolato dai genitori dai quali è costretto a separarsi, subendo il primo vero taglio netto del cordone ombelicale. Le attenzioni non sono più monopolizzate da ogni suo gesto o movimento, ma sono ora ripartite tra i compagni che popolano un mondo tutto nuovo. Il ruolo del maestro s'inserisce qui nel difficile passaggio tra l'ambiente familiare e quello non-familiare, cercando di ammortizzare le cadute e smussare gli spigoli del nuovo percorso. Il secondo distacco di cui è testimone il maestro, rovescia i termini della situazione iniziale; infatti, questa volta è l'insegnante stesso da cui ci si deve separare, è l'ambiente scolastico ormai divenuto familiare che si deve abbandonare. Si apre una nuova fase che porterà a maggiori responsabilità e all'affrancamento da figure di riferimento fisse e protettive. Tra la gioia di chi può accedere ad un nuovo ciclo di studi, si mischia l'inquietudine di chi ha paura e non è in grado di procedere da solo.

Sfide e successi, ostacoli e cadute, scuola e vita. Essere e Avere non è solo testimonianza della difficoltà d'imparare e conoscere l'abici e gli ausiliari, ma è molto di più. Non è solo scuola fatta di banchi e quaderni, ma molto altro. È un prezioso documento di quell'eccitante e terrificante avventura che è crescere, con tutte le sue perdite e le sue conquiste.

Recensione Essere e avere (2002)
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