Il trono di spade

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Emmy 2015: perché quello de Il trono di spade è un trionfo meritato

Che lo si ami o no, lo show di Dan Weiss e Dave Benioff è un caso più unico che raro nella storia della TV americana sotto numerosi punti di vista, e per questo non possiamo far altro che applaudire il successo ottenuto ai recenti Emmy Awards, con il record delle 12 statuette vinte.

Emmy 2015: Peter Dinklage premiato per Il trono di spade

Non c'è trionfo senza polemiche; non c'è vincitore senza perdenti delusi e detrattori indispettiti. Ma non sono loro che ci interessano oggi, nel momento in cui celebriamo il meritato trionfo per uno degli show televisivi più importanti che siamo mai stati realizzati. Ci interessa solo Il trono di spade, le sue peculiarità, le sue sfide, i suoi meriti.

Lo show di D.B. Weiss e David Benioff ha appena vinto 12 statuette ai Primetime Emmy, tra cui quella per la migliore serie drammatica, quella per la miglior regia, quella per la migliore sceneggiatura (dei quali è stato insignito l'ultimo episodio della stagione, La misericordia della madre) e quella per il migliore attore non protagonista, con Peter Dinklage, già vincitore nel 2011 per la prima stagione. Un'affermazione straordinaria, considerando che il precedente record di statuette vinte in un'unica edizione degli Emmy, appartenente a West Wing, l'acclamato political drama di Aaron Sorkin, era di nove.

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Il trono di spade: Daenerys (Emilia Clarke) e Drogon in Mother's Mercy

Vediamo dunque 5 ragioni per cui riteniamo questo prestigioso successo pienamente meritato e per nulla inaspettato.

1. Sempre più in alto

Innanzitutto vogliamo sottolineare un aspetto più unico che raro tra le serie TV che abbiano goduto di una certa longevità: la crescita costante, in termini di qualità e ambizioni, di uno show arrivato alle soglie della sesta stagione, che ha saputo guadagnarsi il rispetto e i consensi degli addetti ai lavori e dell'Academy of Television Arts and Science anno dopo anno, pur appartenendo a un genere guardato tradizionalmente con sospetto come il fantasy.

Il trono di spade: Liam Cunningham e Kerry Ingram nella puntata La danza dei draghi

Mentre Mad Men - suo diretto rivale di questa edizione degli Emmy, giustamente acclamato e premiato addirittura con quattro Emmy alla migliore serie drammatica consecutivi dal 2008 al 2011 - e in seguito l'altrettanto formidabile Breaking Bad raccoglievano i premi più prestigiosi, Il trono di spade per quattro anni si è accontentato dei riconoscimenti tecnici, trovando poco spazio in ambito attoriale (anche se Peter Dinklage ha avuto da subito l'appoggio pieno dell'industry) e anche meno in ambito creativo. E anche quest'anno, a uno sguardo superficiale, poteva sembrare che i due autori non ci credessero davvero, restii come sono stati a partecipare alla promozione pre-Emmy per HBO, ad apparire in pubblico e a concedere interviste, e decisi a rimanere religiosamente a lavorare sulla sesta stagione, le cui riprese sono in corso in vari angoli d'Europa.

E invece quest'anno Game of Thrones era imbattibile; per molti versi proprio per le ragioni che hanno reso la quinta stagione invisa a molti lettori di Martin. Lo show ha fatto passi da gigante nelle ambizioni e nella fattura tecnica; ha affrontato scenari imponenti e sequenze sempre più complesse (e, a quanto pare, non abbiamo ancora visto niente!); e, dal punto di vista narrativo, ha voluto e saputo affrancarsi dai libri delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, vincendo nuove sfide e trovando una propria forte indipendenza, mentre due showrunner per molti versi inesperti all'inizio del viaggio ma motivati da autentica passione per il soggetto hanno guadagnato in coraggio e autorevolezza. Così, nella quinta stagione, Il trono di spade ha spiccato il volo come Drogon ne La danza dei draghi, per arrivare chissà dove. Di sicuro al record per la serie più premiata di sempre agli Emmy: con 26 statuette totali, il nostro show ha già eguagliato lo storico West Wing, e ha ancora almeno tre stagioni davanti a sé...

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Il trono di spade: una scena dell'episodio intitolato La danza dei draghi

2. Un ensemble epico

Il trono di spade: l'attrice Maisie Williams nell'episodio intitolato Aspra dimora

Un'altra caratteristica unica de Il trono di spade è la vastità senza precedenti dell'ensemble attoriale, con una quantità vertiginosa di personaggi e di scenari diversi da seguire aiutando un pubblico vasto ed esigente a non perdere l'orientamento. Con l'ultima stagione, gli autori dello show si sono trovati a dover fare scelte difficili e dolorose: negli ultimi due romanzi, quelli su cui è basata la quinta stagione, George R.R. Martin aveva introdotto persino nuovi contesti, nuovi personaggi, nuovi subplot, a suo dire per dare il tempo di crescere ai suoi personaggi principali (soprattutto Arya, Sansa e Jon, che all'inizio dei libri libri hanno dai 9 ai 14 anni).

I famigerati "tagli" sono stati tanti, e alcune storyline ne hanno sofferto; nel complesso, però, queste scelte si sono dimostrate ottime dal punto di vista dell'economia narrativa, permettendo allo show di dare il giusto respiro e rilievo alle storyline più forti di questa fase del racconto: quella della sorprendente crescita del neo Lord Comandante della Guardia della notte Jon Snow, che porta la Barriera in assoluto primo piano e concretizza la minaccia devastante degli Estranei, e la parabola sconvolgente della regina Madre Cersei Lannister (il personaggio che apre la stagione con il primo flashback della storia de Il trono di spade), che dimostra per l'ennesima volta l'imprevedibilità di questa storia, capace di portarci gradualmente a provare compassione per uno dei suoi villain storici, a condividere la frustrazione e la sofferenza con chi abbiamo sempre disprezzato, complice una magnifica Lena Headey.

Il trono di spade: l'attrice Lena Headey nell'episodio Mother's Mercy
Il trono di spade: l'attrice Gwendoline Christie in una scena del season finale

Senza che per questo le altre storyline scompaiano di fronte a quelle più riuscite: a Brienne basta un monologo bellissimo per restare nella memoria; Arya è sola, in un altro continente, protagonista di diversi momenti di un'intensità quasi insostenibile; per Sansa c'è un'altra prigionia e altri traumi ma anche una nuova consapevolezza e dignità; per non parlare di Daenerys Targaryen e della sua impresa impossibile, imparare a controllare la potenza devastante dei suoi draghi.
Un raggio d'azione che toglie il fiato, e un'opera che richiede un impegno inimmaginabile, come ben rilevato qualche settimana fa in un endorsement pubblico che forse qualche impatto su questi Emmy l'ha avuto, quello del papà di Lost Damon Lindelof: "Da persona che lavora in TV, guardo Il trono di spade e non ho idea di come facciano. Mi sfugge del tutto, a livello meramente logistico, come possano produrre qualcosa di qualità così elevata nel tempo che hanno a disposizione, con così tante ambientazioni e vicende."

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3. Il cliffhanger "vecchio stile"

Il trono di spade: Alfie Allen e Sophie Turner in Mother's Mercy

Un'altra delle caratteristiche vincenti de Il trono di spade è sempre stata l'imprevedibilità degli sviluppi, la sensazione di essere davanti a una storia che può andare in direzioni del tutto inattese da un momento all'altro e in cui nessuno è al sicuro, spiazzando, e, spesso, sconvolgendo i suoi spettatori. D'altro canto, fino alla fine della quinta stagione c'era il piccolo, cattedratico esercito dei lettori delle Cronache del ghiaccio e del fuoco che era a conoscenza degli eventi principali ed era in grado di immaginare quando i colpi più duri sarebbero stati inferti, e di "preparare" gli ignari neofiti. Tutto è cambiato con il finale della quinta stagione; con il tanto paventato (ma inevitabile, visti i ritmi di lavoro del buon George R.R. Martin) "pareggio" tra materiale televisivo e fonte letteraria, ora siamo tutti nella stessa situazione, e il clamoroso cliffhanger con cui si chiude La misericordia della madre ha lasciato tutti, puristi e fan, Figli dell'Arpia e Immacolati, nella stessa situazione di angoscia e di curiosità insopportabile.

Saprete a cosa ci riferiamo perché sono mesi che la questione è dibattuta, che si seguono ossessivamente gli spostamenti e lo stato delle chiome di un certo giovane attore. Non è questo il luogo per tornarci su, ma sta di fatto che è una delle ragioni per cui, da sontuosa anomalia per amanti del fantasy letterario, Il trono di spade si è trasformato in una serie sempre più addictive e dall'impatto mediatico e culturale poderoso, che sarà ricordata, appunto, anche per un cliffhanger incisivo quanto i flashforward di Lost, i colpi di pistola di Twin Peaks, o l'intramontabile tormentone "Chi ha ucciso J.R." di Dallas.

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Il trono di spade: Kit Harington interpreta Jon Snow in Mother's Mercy

4. Aspra Dimora, l'inverno arriva per davvero

Il trono di spade: Jon Snow (Kit Harington) alla guida un gruppo di guerrieri in Aspra dimora

Una delle pecche degli Emmy Awards - oltre al fatto di aver preferito Uzo Aduba a Lena Headey, certamente l'attrice più meritevole della quinta stagione (con tutto l'affetto e l'ammirazione possibili per Dinklage o la deliziosa attrice di Orange Is the New Black) - è stata la scelta degli episodi selezionati per concorrere ai premi per la regia e la sceneggiatura, scelta che d'altronde dobbiamo a HBO e non all'Academy of Television Arts anns Science. Se La misericordia della madre è un episodio denso e ricco di sviluppi sorprendenti, il vero pezzo forte della quinta stagione è l'ottavo episodio Aspra dimora, con la sua sequenza di battaglia assolutamente indimenticabile e un senso di irrimediabile angoscia che accompagna lo spettatore fino agli ultimi fotogrammi.

Il trono di spade: Kit Harington impegnato in una scena di battaglia in una scena dell'episodio Aspra dimora

Aspra dimora è il momento in cui, in maniera inequivocabile, lo show prende le sue distanze dall'opera di George R.R. Martin; qui si decide di mostrare quello che Martin aveva omesso, di dare una spaventosa concretezza alla minaccia che arriva con l'inverno mille volte annunciato e assoluta centralità all'alleanza tra Guardiani della notte e Popolo libero. A suo modo, un game changer, che assume un'importanza ancora maggiore alla luce del finale della quinta stagione, ma anche un episodio dalla fattura tecnica (due Emmy per il montaggio e per il sonoro, comunque, li ha vinti) eccezionale e caratterizzato da una complessità nella messa in scena semplicemente senza paragoni nell'attuale scenario televisivo. Il nome del suo regista, Miguel Sapochnik, richiamato per girare gli ultimi due episodi del prossimo ciclo, è una delle certezze in quel mistero insondabile che è la sesta stagione.

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Il trono di spade: un temibile leader degli Estranei in una scena della puntata Aspra dimora

5. L'incertezza del futuro

Il trono di spade: Maisie Williams e Tom Wlaschiha in Mother's Mercy

Come dicevamo poco sopra, adesso siamo tutti sulla stessa barca, lettori e non lettori; anche chi, come la vostra umile cronista, dopo il nono episodio della prima stagione era corso a comprarsi tutti i libri per non dover più soffrire a quel modo, adesso è alla mercé dei crudeli Dan & Dave. Quale momento migliore per premiare il lavoro incredibile fatto fino ad oggi del momento in cui lo show si appresta per avventurarsi in un territorio sconosciuto e insidiosissimo, senza la guida del suo nume George R.R. Martin? Del momento in cui la magnifica canzone del ghiaccio e del fuoco si appresta a reinventarsi, a rivelarsi, a rinascere?

Qualche elemento gustoso, per chi vuole curiosare e non teme gli spoiler, è già ampiamente diffuso in rete. Per il resto, non ci resta che pazientare per sei mesi o giù di lì, magari ripassando le teorie sulla sesta stagione d noi partorite subito dopo la tragica chiusa de La misericordia della madre. In attesa dei venti dell'inverno, di una speranza di primavera e di aprile, il più crudele dei mesi.

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