Ringu 2

1999, Horror

Recensione Ringu 2 (1999)

Con questo sequel "ufficiale", datato 1999, Hideo Nakata si immerge di nuovo nei temi, e nelle atmosfere, che hanno fatto la fortuna del suo film più conosciuto.

Il ritorno di Sadako

Con questo sequel "ufficiale", datato 1999 (c'era già stato, in precedenza, l'horror Rasen, ispirato al libro di Koji Suzuki che prosegue la storia di Ringu), Hideo Nakata si immerge di nuovo nei temi, e nelle atmosfere, che hanno fatto la fortuna del suo film più conosciuto. E' un sequel che inizia precisamente dove si era interrotto il film precedente: la maledizione della cassetta killer continua a mietere le sue vittime, e per Reiko e suo figlio l'orribile vicenda che ha portato alla morte dell'ex-marito della donna è tutt'altro che conclusa: il padre di Reiko, a cui il bambino aveva copiato la cassetta, ha trovato la morte, mentre il piccolo si è chiuso in uno stato di perenne mutismo, e comunica solo, sporadicamente, attraverso la scrittura. Lo spirito della piccola Sadako, insomma, non ha trovato pace, e non sembra volerla trovare: forse perché questa inquieta presenza rappresenta qualcosa di più di uno spirito in cerca di vendetta, forse perché la sua rabbia incarna in realtà quanto c'è di perverso, e di negativo, in ognuno di noi.
Nakata, costretto a cercare nuovi motivi, e nuove suggestioni che possano rinvigorire una storia che, così com'era, non poteva superare il primo film, indaga a fondo nella maledizione di Sadako, cerca di comprenderla e di spiegarla. Il video maledetto uccide chi lo guarda, si dice: ma siamo proprio sicuri che sia così? Siamo sicuri che sia la visione del video a provocare la morte? Com'è stato creato il primo video? E infine: la mortale catena può essere interrotta? Domande a cui la sceneggiatura cerca di dare una risposta, elaborando una teoria pseudo-scientifica che giustificherebbe la maledizione. Ed è proprio in questa necessità di spiegare che risiede il principale limite del film: laddove il prototipo si distingueva per la sua perfetta alchimia, per la sottile inquietudine che lo permeava, generata soprattutto dal non comprendere, qui abbiamo una sceneggiatura che prova a giustificare, e a ricondurre il tutto entro i canoni del comprensibile. Tentativo non del tutto riuscito, tra l'altro: i dubbi, alla fine della visione, restano, quasi che gli sceneggiatori non se la siano sentiti di annullare completamente il fascino ambiguo del soggetto ed abbiano volutamente deciso di lasciare delle questioni sul tappeto. Coerentemente con questa impostazione, e con l'inevitabile perdita di parte dell'inquietudine che caratterizzava il film originale, Nakata sceglie di dare al film un ritmo diverso, più serrato: gli avvenimenti, rispetto al prototipo, sono di più, gli spaventi anche. E, parlando di spaventi, il film funziona, senza ombra di dubbio: ci sono sequenze girate in modo magistrale, che riescono a provocare freddi brividi di paura, la fotografia, che conferisce al film un aspetto cupo e minaccioso, è forse migliore di quella del film originale, la colonna sonora, sempre ad opera di Kenji Kawai, funziona in modo egregio, riuscendo a sottolineare ottimamente i momenti di maggiore spavento. La regia di Nakata è più consapevole, più matura, rispetto al film precedente: la sicurezza nei propri mezzi, e la capacità di usarli nel migliore dei modi per arrivare a suscitare le emozioni volute nello spettatore, fanno capire di trovarsi di fronte un vero autore. Un processo di maturazione che arriverà a definitivo compimento nel recente (e splendido) Dark Water.
Quello che non convince del film, invece, è proprio la sceneggiatura: la "chiave" che essa da per spiegare la storia non convince, alcuni punti non sembrano approfonditi, e i "buchi" e le incongruenze non mancano. Tuttavia, la bravura di Nakata riesce a supplire, per gran parte, ai limiti dello script: e non è poco, questo, ma è anzi un risultato che riesce, da sempre, solo ai registi di un certo livello.
In definitiva, siamo di fronte quindi a un buon sequel, che, pur risultando complessivamente inferiore al prototipo, rappresenta comunque un passaggio obbligato per chiunque sia rimasto, in tempi recenti, affascinato da quella che si è ormai configurata come un'altra, inquietante, icona dell'horror moderno.

Recensione Ringu 2 (1999)
Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
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