L'esorcista

1973, Horror

Il realismo estremo del set

Come si addice ad un film epocale, le difficoltà sul set sono state innumerevoli. Il cast ha risposto con uno sforzo supremo, al limite del sacrificio rituale.

Vincenzo Carlini

Con L'esorcista William Friedkin intendeva filmare realisticamente, e con tono spiccatamente documentaristico, una situazione irreale. Ciò traspare chiaramente da molte interviste dell'epoca. Il risultato ottenuto, in realtà, va oltre ogni previsione immaginabile, in quanto il regista americano, forse involontariamente, ha modificato perennemente un genere cinematografico come l'horror le cui vesti, invero, vanno anche un po' strette alla seminale pellicola in questione.

Il realismo della sovrannaturalità de L'esorcista, con tutti i blasfemi scandali, gli scorrimenti di vomito e gli effetti da tunnel dell'orrore ad esso connessi, risulta comunque finto, se visto alla luce della Chiesa Cattolica: "...è necessario sceverare i fatti ben documentati da tutte quelle narrazioni fantasiose, strampalate, stravaganti che circolano in una pseudocultura sia del passato che del presente. Non bisogna lasciarsi guidare da affermazioni, narrazioni, spettacoli privi di sicurezza storica, che sola può essere presa in esame" (G. B. Proja, Uomini Diavoli Esorcismi (Edizione ridotta), pag. 8, Roma - 1996, Basilica Lateranense).
Eppure il film di Friedkin è basato interamente su una storia vera, quella di un ragazzo quattordicenne di Mount Rainier, nello Stato del Maryland (terra dal sapore pagano come dimostrerà successivamente il caso cinematografico di The Blair Witch project - Il mistero della strega di Blair) che iniziò a parlare in lingue antiche, a prodigarsi in effetti telecinetici ed a sfruttare tutto l'armamentario "iconografico" della possessione diabolica, almeno così come è presente nell'immaginario collettivo.

William Peter Blatty, sceneggiatore (incredibile ma vero!) di Blake Edwards e fervente cattolico (studiò dai Gesuiti), incontrò uno degli esorcisti impegnati nel caso di Mount Rainier insieme alla zia del ragazzo. Così decise di trarre dalla storia un romanzo che in breve tempo divenne il libro più venduto negli Stati Uniti. In virtù del grande successo diveniva inevitabile una trasposizione per il grande schermo. Vennero interpellati in proposito vari registi, tra i quali addirittura Stanley Kubrick. La scelta finale cadde invece su William Friedkin che, nonostante il suo scetticismo di fondo, rimase affascinato dal romanzo (lo lesse tra una pausa e l'altra delle riprese de Il braccio violento della legge).
La storia subiva alcune sostanziali modifiche: la città non era più Mount Rainier ma Georgetown nello Stato di Washington e, soprattutto, il ragazzo diventava una ragazza. Blatty per questa parte pensò inzialmente a Shirley MacLaine, della cui famiglia lo scrittore-sceneggiatore era grande amico. Sorsero in seguito alcuni problemi, per cui il ruolo di Regan fu invece assegnato definitivamente a Linda Blair. Per la madre di Regan si pensò a Jane Fonda e ad Anne Bancroft. Invece Friedkin optò per Ellen Burstyn (che nel 1975, come attrice protagonista di Alice non abita più qui di Martin Scorsese, vincerà il premio Oscar). Per i due preti i problemi furono minimi: Max Von Sydow, forte dei suoi ruoli religiosamente tormentati nei film di Ingmar Bergman, non poteva che essere la prima scelta assoluta. Così fu, anche se l'attore svedese, agnostico dichiarato, affermò a più riprese di non trovarsi a suo agio nell'interpretare un ruolo che non sentiva completamente suo. Il risultato complessivo, invece, appare del tutto soddisfacente, con una prestazione che non sfigura dinanzi a quelle sfoderate in grandi capolavori della storia del cinema da lui interpretati (come ad esempio quella de Il settimo sigillo bergmaniano). La parte dell'altro sacerdote, padre Karras, fu invece assegnata a Jason Miller, un grande attore di teatro, di educazione cattolica e gesuita.
La colonna sonora fu composta da Lalo Schifrin ma Friedkin la rifiutò decidendo per un collage sonoro includente musiche di Penderecki, Webern nonché la cupa, famosa nenia di Tubular Bells di Mike Oldfield (la bella partitura di Schifrin venne in seguito impiegata per il film Amityville Horror di Stuart Rosenberg, ottenendo addirittura la nomination all'Oscar).

Gonzalo Gavira Jodorowski, già collaboratore nel film messicano El topo (1971), curò gli effetti sonori impiegando tecniche alquanto semplici: il rumore del collo di Regan fu ottenuto grazie ad un portafoglio di cuoio pieno di carte di credito! Più impegnativo fu invece il doppiaggio di Regan, affidato a Mercedes McCambridge (in Italia fu l'attrice pasoliniana per eccellenza Laura Betti ad "interpretare" la diabolica voce di Regan). La McCambridge era una ex-alcolista e una sfrenata fumatrice che si gettò anima e corpo nel suo compito, ingoiando uova marce e mele acerbe, con l'intento di crearsi nausee continue (per l'occasione riprese anche a bere).
Come Blatty e Miller era cattolica, e nel corso del suo arduo e stacanovista lavoro come doppiatrice per L'esorcista fu assistita da due sacerdoti.

Finalmente si cominciò a girare ma gli imprevisti attendevano dietro l'angolo. L'enorme statua del demone Pazuzu fu inviata a Ninive, nell'Iraq del Nord, per le riprese della sequenza iniziale del film: arrivò con grave ritardo perché fu spedita erroneamente ad Hong Kong! Inoltre la stanza da letto di Regan, ricreata all'interno di un grosso refrigeratore, si allagò continuamente per guasti all'impianto di raffreddamento che altre volte, invece, non faceva condensare adeguatamente il fiato che fuoriusciva dalle bocche degli attori, costringendo quindi Friedkin a rigirare intere scene.

Il realismo estremo del set
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