Station Agent

2003, Commedia

Recensione Station Agent (2003)

McCarthy, attore al suo esordio dietro la macchina da presa, realizza un film di disarmante semplicità nella sua forma ma di non indifferente complessità riguardo i contenuti che veicola.

Federico Gironi

Il potere della semplicità

Sono due le intelligenti e "scandalose" idee alla base di Station Agent: la prima è quella di regalare un ruolo da protagonista ad un uomo affetto da nanismo: un nano, per usare un termine oggi non politicamente corretto. La seconda è quella di essere un film dove - perlomeno in apparenza - non accade assolutamente nulla, dove la quotidianità, nei suoi elementi più essenziali e persino banali, è alla base dell'intero racconto e dove proprio grazie a questo il racconto si fa profondo e coinvolgente.

Il protagonista è Finn, un uomo appassionato di treni che lavora in un negozio di modellismo ferroviario con un vecchio amico che chiama "professore". Per carattere, ma anche per via del suo aspetto e delle sue settoriali passioni, Finn è riservato e silenzioso, amante della solitudine e della contemplazione. Quando il professore muore, Finn riceve in eredità una piccola stazione in disuso a Newfoundland, in una delle zone più rurali e deserte del New Jersey. Stabilitosi nella sua nuova dimora, Finn rinuncerà lentamente, dapprima con grande fatica, poi con sempre maggior piacere, al suo status di solo/solitario, confrontandosi con gli altri, attraverso l'amicizia con Olivia, un'artista quarantenne che soffre per la morte del figlio e la fine del suo matrimonio, e Joe, un venditore cubano di caffè e hot-dog, trentenne e chiacchierone.

Thomas McCarthy, attore al suo esordio dietro la macchina da presa, realizza un film di disarmante semplicità nella sua forma ma di non indifferente complessità riguardo i contenuti che veicola. Da un lato abbiamo la storia essenziale e commovente di un'amicizia, che con grande intelligenza non viene descritta attraverso momenti alti di drammaticità o condivisione, ma attraverso la semplice profondità insita nel condividere le piccole cose (un caffè, una passeggiata, aspettare il passaggio di un treno, farsi domande estemporanee e futile per chiudere subito il discorso) e nel condividere i momenti di silenzio, di calma, di riflessione che le inframmezzano. Da un altro punto di vista poi - intimamente connesso con il primo - il film racconta anche con grande delicatezza e con un'assenza pressoché totale di pietismo o paternalismo il tema della diversità e del rapporto del "diverso" con i normali, aiutato dall'ottima interpretazione di Peter Dinklage. L'attore, attraverso sguardi, gesti e poche parole è efficacissimo nel comunicare la dignità, la timidezza, il dolore, il risentimento e il coraggio del suo personaggio, ma soprattutto, unitamente ai pregi della regia e della sceneggiatura, è in grado far dimenticare al pubblico la sua "diversità", riducendola - come dovrebbe essere sempre e per tutti - ad una semplice differenza di carattere anatomico.
Sono molte ancora le parole che si potrebbero spendere a favore di The Station Agent, ma fedeli alla filosofia del film, fatta appunto di sospensioni, semplicità e silenzi, preferiamo chiudere qui i nostri appunti, invitando chi legge alla visione, alla riflessione, alla capacità di leggere tra le righe.

Recensione Station Agent (2003)
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