Il permesso - 48 ore fuori

2017, Drammatico

Il permesso: la carne, il sangue, l'umanità di Claudio Amendola in un puzzle a tinte noir

La vitalità trascinante di Amendola risuona nei suoi personaggi rendendo interessante e personale il film. Un film di genere che non ha dimenticato la lezione dei B movie criminali, che conserva intatto il calore della periferia e il sapore di ruggine dei lavori di Claudio Caligari.

Dopo aver testato il suo potenziale comico da regista nel delicato La mossa del pinguino, Claudio Amendola cambia genere e toni. L'Amendola autore sembra sposare con maggior facilità il mondo degli outsider criminali così, per la sua seconda regia, si sposta nel territorio del noir all'italiana attingendo a piene mani a modelli quali Gomorra e Romanzo criminale. Non per nulla co-autore della sceneggiatura insieme al regista e a Roberto Jannone è lo scrittore Giancarlo De Cataldo. Con questa svolta, Claudio Amendola rinuncia a un po' di originalità, ma è palpabile lo sforzo di trovare uno stile persone in un genere ormai codificato.

Il permesso - 48 ore fuori: Luca Argentero in un momento del film

Il permesso - 48 ore fuori fuori racconta la storia di quattro personaggi, tutti detenuti nel carcere di Civitavecchia in permesso, diversi per età, sesso, estrazione sociale e curriculum criminale. I due giovani del gruppo sono Angelo (Giacomo Ferrara) e Rossana (Valentina Bellè), lui ragazzo di borgata di estrazione povera coinvolto in un giro di furti da cui però si vuole tirare fuori; lei ricca, viziata e ribelle che ha violato la legge in aperta sfida con la famiglia. I veterani del carcere sono, invece, Luigi e Donato. Claudio Amendola conserva per sé il ruolo di Luigi, personaggio che ha molto in comune con il samurai di Suburra. Stessa etica nell'approccio al crimine, stesso rigore nella scelta di "sporcarsi le mani" per impedire che il figlio segua le sue stesse orme. In questa quadrilogia criminale il personaggio più spiazzante risulta, però, quello di Donato, visto che a interpretare il detenuto pugile dal corpo tatuato e dai muscoli d'acciaio è un inedito Luca Argentero.

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Puzzle criminale

Il permesso – 48 ore fuori, Claudio Amendola in una scena del film

Claudio Amendola dimostra una notevole capacità nella gestione della struttura narrativa creando un incastro perfetto tra le quattro storie che animano il film e solo a tratti si sfiorano. L'uscita dal carcere di Angelo, Rossana, Luigi e Donato funge da preludio al loro viaggio all'inferno. Il permesso - 48 ore fuori procede per blocchi, il ritmo sostenuto ci permette di seguire in parallelo il ritorno a casa di Luigi, che prova a esercitare il ruolo di capofamiglia anche se solo per 48 ore, e di Rossana, rosa dal rapporto conflittuale con la madre, per poi raccontare la discesa nel ventre maleodorante dei sobborghi di Donato, alla disperata ricerca della donna che ama. L'intelaiatura del film è solida, robusta. La narrazione si fa più incalzante nei momenti in cui il dramma si intensifica. Claudio Amendola mette da parte il minimalismo e, pur conservando il suo approccio realista, a tratti si lascia prendere la mano dall'enfasi.

Il permesso - 48 ore fuori: Valentina Bellè in una scena del film

Alla solida costruzione narrativa si affianca una ricerca stilistica non banale. Il regista non nasconde l'ambizione di voler realizzare un'opera di forte impatto visivo e si affida alla mano sapiente del direttore della fotografia Maurizio Calvesi. Il risultato è un'atmosfera da western metropolitano, una fotografia livida, dominata da violenti chiaroscuri in cui i corpi nervosi dei personaggi spiccano nella loro tridimensionalità. Quando si tratta di mettere in scena scontri fisici e violenza, Claudio Amendola non si risparmia e in un paio di momenti indugia su sangue e dettagli disturbanti costringendo il pubblico a distogliere lo sguardo. La voglia di amplificare il pathos è tale da far perdere, a tratti, la misura al regista lasciando campo libero a qualche sbavatura.

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La sincerità di un autore

Il permesso - 48 ore fuori: Luca Argentero in una scena del film

Se il Claudio Amendola attore naviga a vista, impegnato in un ruolo non dissimile da altri personaggi con cui si è misurato in passato, la vera scommessa del casting è Luca Argentero. Il ruvido Danilo, taciturno ex lottatore con i capelli rasati e il corpo coperto di cicatrici che sprofonda nei meandri del crimine organizzato per ritrovare la compagna finita in un giro di prostituzione, è quanto di più lontano possiamo immaginare da lui. Vedere il bel viso di Argentero tumefatto per via dei pugni ricevuto negli incontri clandestini dà un effetto straniante. Affidando all'attore un ruolo così lontano dalle sue corde, Claudio Amendola rischia grosso, ma il suo coraggio viene premiato. Nel delicato ruolo di Danilo, Luca Argentero ce la mette tutta per risultare credibile e funziona meglio del previsto suggerendo fragilità inedite nel suo duro di periferia.

Il permesso - 48 ore fuori: Giacomo Ferrara e Valentina Bellè in una scena del film

Umanità è la parola chiave. A Claudio Amendola non interessa costruire un noir logico e geometrico, bensì mettere in scena una galleria di anime dolenti. In questa ricerca del sentimento vero, al regista capita di eccedere nella misura o di trascurare alcuni passaggi logici. Il suo interesse primario è l'impatto emotivo sullo spettatore. Amendola apre un canale di comunicazione col pubblico invitandolo a empatizzare con i quattro protagonisti, i loro drammi e le loro debolezze. Fin dall'inizio del film appare chiaro che l'autore ha in mente per ciascuno di loro un finale diverso, forse anche tragico. Là dove sembra impossibile sfuggire a un destino già scritto, però, Amendola decide di preservare un'ingrediente: la speranza. Il cineasta imprime nella sua arte lo stesso approccio genuino e viscerale che contraddistingue la sua persona. Sulla carta non era un'impresa semplice, ma la trascinante vitalità di Amendola risuona nei suoi personaggi rendendo interessante e personale il film. Un film di genere che non ha dimenticato la lezione dei B movie criminali, che conserva intatto il calore della periferia e il sapore di ruggine dei lavori di Claudio Caligari. Non male per un regista "alle prime armi".

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Valentina D'Amico
Redattore
3.5 3.5
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