Harry Potter e l'ordine della Fenice

2007, Fantastico

Recensione Harry Potter e l'ordine della Fenice (2007)

Questo quinto episodio delle avventure del maghetto Potter funziona decisamente meglio del precedente: i difetti non mancano, ma la cupezza e l'epicità della vicenda sono rese con sufficiente forza cinematografica.

Il Nuovo Ordine di Hogwarts

Parte come il più classico dei teen movie, Harry Potter e l'Ordine della Fenice, per poi sprofondare in quell'estetica dark che accompagnerà lo spettatore per tutte le sue due ore e un quarto di durata. Una scena di bullismo, quasi rassicurante nel richiamarsi a coordinate cinematografiche note (Stand by Me sembra lì dietro l'angolo), poi l'attacco dei dissennatori a ricordarci rapidamente in che film siamo. C'è poco spazio, e tempo, per la consueta parentesi a casa dei Dursley: ben altre faccende attendono il maghetto più famoso del mondo, ormai vera e propria icona pop globale, faccende di politica e intrighi di potere, faccende legate al passato e soprattutto al futuro. Faccende di vita o di morte. In mezzo, sogni ricorrenti, premonitori (o forse no), un vero e proprio colpo di stato nella scuola di Hogwarts, e l'eterno dilemma tra luce e oscurità che, da Tolkien in poi (passando per Lucas e il suo fantasy mascherato da science fiction) ha accompagnato decenni di narrativa e cinematografia fantastica.

Per il quinto film della serie, quello della crescita del protagonista, quello più dichiaratamente dark e drammatico, è cambiato per la terza volta il nome al timone di regia (qui David Yates, proveniente direttamente dalla televisione), ma soprattutto è cambiato, grazie al cielo, il responsabile dello script: a Steven Kloves, che aveva toccato il fondo con il pessimo adattamento di Harry Potter e il calice di fuoco, subentra l'autore teatrale Michael Goldenberg, che già si era occupato del Peter Pan del 2003, per la regia di P.J. Hogan. Lo scarto rispetto al film precedente, a livello di semplice scrittura, è abbastanza evidente: la narrazione è qui decisamente più armonica, e quasi mai si ha la sensazione di quel procedere per singulti, di quell'evidente frammentarietà, che aveva caratterizzato, in negativo, il quarto episodio. L'interazione tra il protagonista e i due partner principali (interpretati ancora da Rupert Grint ed Emma Watson) funziona decisamente meglio, così come funziona meglio la resa del clima che si crea intorno a Potter, quel clima che lo porterà, a un certo punto, ad assumere la guida di una sorta di organizzazione clandestina, "sorella" di quell'Ordine della Fenice di cui già fece parte suo padre.

La regia di Yates, pur non possedendo il taglio personale che aveva caratterizzato quella di Alfonso Cuaròn per il terzo film (registicamente il migliore della serie), risulta efficace nel caricare di epicità le vicende del quindicenne Potter, rendendo bene, per gran parte della durata del film, il senso di ineluttabile minaccia che grava sulla scuola di Hogwarts, quella pesantezza (di atmosfera e di scelte che hanno il crisma dell'irreversibilità) che è parte integrante del processo di crescita del giovane protagonista. Il sottotesto politico, la resa degli intrighi (tutti umani) che dominano il mondo della magia, funzionano abbastanza bene, così come intrigante, anche se non nuova, risulta la lacerazione interiore del protagonista, il suo senso di pericolosa "vicinanza" al nemico giurato Lord Voldemort.

Certo, non tutto, e non sempre, gira per il verso giusto. Il climax sapientemente accumulato in circa un'ora e tre quarti di durata viene poi praticamente sciupato nella parte finale, in cui il confronto con i seguaci di Voldemort (e infine con quest'ultimo in persona) appare fin troppo affrettato e di maniera. E' come se Yates e Goldenberg avessero fretta di chiudere il film (effettivamente il più breve dell'intera saga), imprimendo un'accelerazione agli eventi che risulta deleteria per la partecipazione emotiva. La marzulliana frase che chiude la pellicola, poi, ci spinge a chiederci se per caso non abbiamo sentito male, tanto è pacchiana e fuori luogo. Il rapporto del giovane mago con la compagna Cho resta sullo sfondo (escludendo il tanto decantato bacio), così come il non secondario ruolo di lei nell'evoluzione della vicenda; il protagonista Daniel Radcliffe, a livello di espressività e di resa emotiva del personaggio, conferma poi tutti i limiti già evidenziati nelle pellicole precedenti.
E' da assolutamente da segnalare, al contrario, la prova di Imelda Staunton, attrice teatrale di grande esperienza, nel ruolo della perfida professoressa Umbridge: il suo fare ingannevolmente mellifluo e la sua deliziosa crudeltà riempiono lo schermo, e viene quasi da aspettarsi che da un momento all'altro il suo volto si disfi per lasciare spazio alle sue autentiche, mostruose, fattezze.

Chiudiamo con un ozioso interrogativo, in cui probabilmente ci seguiranno in pochi: è una paranoia da cinefili (oziosa, appunto), vedere nella sequenza della ribellione studentesca, ad opera degli immancabili fratelli Weasley, echi dello Zero in condotta di Jean Vigo? Chissà, forse anche questo è stato solo un sogno. Come quelli di Potter.

Recensione Harry Potter e l'ordine della Fenice...
Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
Privacy Policy