La casa dei 1000 corpi

2003, Horror

Recensione La casa dei 1000 corpi (2003)

Un Bignami di quanto di meglio (e di peggio) abbia regalato il cinema horror sopra citato ai suoi appassionati, a tratti riuscito e convincente ma spesso anche confuso e fin troppo ammiccante ed esagerato.

Federico Gironi

Il luna park degli orrori

Dopo mesi di attesa, durante i quali la curiosità degli appassionati di horror della penisola è aumentata inesorabilmente, sbarca nelle nostre sale La casa dei 1000 corpi, esordio dietro la macchina da presa di Rob Zombie, leader del gruppo di heavy metal dei White Zombie, film che ha fatto parlare a lungo di se per la sua radicalità e la sua presunta assenza di compromessi.
Per questo suo esordio registico, Rob Zombie ha deciso di rielaborare più o meno liberamente uno dei capisaldi del cinema horror contemporaneo, quel Non aprite quella porta che nel 2004 ha celebrato il suo 30ennale e che proprio in questa stagione è stato oggetto di un remake "ufficiale" diretto da Marcus Nispel.

I ragazzi protagonisti de La casa dei 1000 corpi (apparentemente ambientato in degli onirici anni 70) viaggiano infatti per la provincia americana alla scoperta di luoghi e storie del folklore locale, ed è proprio presso uno stranissimo luna park/museo dedicato ai più celebri serial killer e manici degli Stati Uniti vengono a conoscenza della leggenda del fantomatico Dottor Satana. La loro (narrativamente necessaria) curiosità li spingerà nei luoghi resi celebri da quel sinistro personaggio, e di conseguenza tra le braccia dei loro sanguinari anfitrioni, presso i quali vivranno un parossistico addentrarsi in un incubo ad occhi aperti, al termine del quale il regista non disdegna nemmeno di inserire elementi pseudo-soprannaturali.
Sulla vicenda di base del film di Tobe Hooper - quella di un gruppo di ragazzi in viaggio nella più profonda provincia rurale, che cadono nelle mani di una famiglia di folli maniaci assassini - Zombie ha infatti innestato tutta una serie di elementi e situazioni che omaggiano dichiaratamente buona parte del New Horror statunitense degli anni Settanta ma anche le derive più splatter e estreme del cinema di genere nostrano, da Fulci a Margheriti, da D'Amato a Deodato, attingendo però a piene mani anche ai freaks di Browninghiana memoria.

Tematicamente La casa dei 1000 corpi altro non è che un dichiarato omaggio, un Bignami di quanto di meglio (e di peggio) abbia regalato il cinema horror sopra citato ai suoi appassionati, a tratti riuscito e convincente ma spesso anche confuso e fin troppo ammiccante ed esagerato. Il tutto è messo in scena con uno stile che se da un lato può risultare interessante per la sua anarchia (fatta di intermezzi onirici, sequenze polarizzate, split screen usati con stile caleidoscopico, cambi di fotografia e di grana della pellicola), dall'altro risulta alla fine quasi stucchevole nella sua sovrabbondanza. Il risultato di questo turbinio barocco di immagini, oggetti, costumi e situazioni è quello che si prova - guarda un po' - in un luna park, proprio quel genere di luna park nel quale finiscono i protagonisti all'inizio delle loro sfortunate vicende. Tutto è talmente invadente, incessante e irrefrenabile da dare l'impressione della baracconata (letteralmente) ma soprattutto limita fortemente al film e di conseguenza allo spettatore la possibilità di creare o metabolizzare una qualsiasi forma di tensione. E a perdersi in questa ricchezza visiva sono anche gli accenni erotici e le strizzate d'occhio al soft e all'hard core che Zombie ha voluto inserire nel suo film, per non parlare dei tentativi di ironia.

Ciò nonostante, va sicuramente apprezzato il coraggio di Rob Zombie, che è riuscito (nonostante dichiarati compromessi) ad imporre un taglio in media decisamente più radicale di quello che offre la maggior parte degli horror (occidentali) di oggi, sia dal punto di vista tematico che estetico. In più il leader dei White Zombie dimostra in più di una sequenza di avere dei numeri decisamente validi dietro la macchina da presa, pur con tutti i limiti che prima abbiamo ricordato.
In secondo luogo è da ricordare la valenza socio-antropologica che un film come questo riesce ad avere, in quanto esponente di una nuova corrente horror che torna alle radici oscure e profonde della cultura statunitense come negli anni Settanta avevano fatto pellicole come il già citato Non aprite quella porta ma anche l'horror realistico di Un tranquillo week-end di paura, e soprattutto il fatto che questo film lo sia in maniera esplicitamente dichiarata (ricordate che i ragazzi protagonisti vanno un viaggio alla scoperta del folklore e del folkloristico?).

In questo senso assume anche un significato differente il fatto che l'estetica del film ricordi palesemente quella di molti dei video di Marilyn Manson, altro artista che ha fatto della messa in scena ridondante e volutamente da luna park il suo punto di forza: Manson nel mondo della musica e Rob Zombie (da adesso) in quello del cinema sembrano quindi avere le stesse intenzioni, quello di rielaborare la cultura pop(olare) statunitense e rappresentare in maniera gotica e barocca quanto è considerato "perverso", "malsano" e "nocivo", per mettere in realtà in luce il marcio più profondo nascosto nelle radici della società statunitense e occidentale. E , indipendentemente dal giudizio sui risultati, è innegabile che, grattando via tutto il glam ed il barocco delle rappresentazioni, alla base dell'opera di questi personaggi ci sia sì la furbizia di chi sa come sfruttare il mercato a proprio uso e consumo ma anche una genuinità che regala una certa solidità al tutto.
Nel complesso, La casa dei 1000 corpi (che si avvale di interpreti nel complesso decisamente in parte e funzionali al loro ruolo), è un film che presenta un lungo elenco di punti deboli, assolutamente ostico per chi non sia più che appassionato al genere, ma sia da un punto di vista puramente filmico che attraverso un'ottica più ampia e complessa, offre spunti e guizzi sufficienti per addolcire leggermente l'amaro che rischia altrimenti di lasciare in bocca.

Recensione La casa dei 1000 corpi (2003)
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