Il labirinto del fauno

2006, Drammatico

Il labirinto del fauno: 5 motivi di fascino del cult di Guillermo del Toro, fra incanto e orrore

Il 24 novembre di dieci anni fa approdava nelle sale italiane Il labirinto del fauno, il film più celebrato del regista messicano Guillermo del Toro: riscopriamo i motivi di fascino e di meraviglia di questa dolorosa fiaba dark a sfondo storico, ambientata in Spagna durante la dittatura di Francisco Franco.

Questo è ciò che amo delle fiabe: ci raccontano la verità, al contrario della politica, della religione e dell'economia.

Il cinema come uno sguardo fiabesco e incantato sul mondo: un approccio, quello di Guillermo del Toro rispetto alla settima arte, confermato dalle parole dello stesso regista messicano, costantemente diviso fra le megaproduzioni di Hollywood (incluso l'imminente The Shape of Water) e progetti più personali, in cui di solito riesce a dare il meglio di sé. Dunque, magari non è un caso se l'apice della variegata filmografia del cineasta e sceneggiatore sia ancora rappresentato da un film che esordiva nelle sale italiane esattamente dieci anni fa, il 24 novembre 2016: Il labirinto del fauno.

Una scena del film Il labirinto del fauno

Ambientato in Spagna nella primavera del 1944, mentre il continente era messo a ferro e fuoco dalla Seconda Guerra Mondiale, Il labirinto del fauno è un racconto di formazione calato in un'atmosfera estremamente cupa, dai contorni quasi apocalittici: la guerra civile spagnola è terminata da cinque anni, ma alcuni gruppi di guerriglieri ancora si battono contro il regime franchista. Tra gli ufficiali incaricati di contrastare la Resistenza spagnola c'è il bieco Capitano Vidal (Sergi López), sposatosi di recente con Carmen (Ariadna Gil), già madre della giovanissima Ofelia (Ivana Baquero) e ora di nuovo incinta. Trasferitasi insieme alla madre in una base militare fra i boschi, sede della truppa di Vidal, Ofelia riceve nottetempo la visita di una fasmide, un insetto alato che la condurrà in un misterioso labirinto.

Ivana Baquero nel film Il labirinto del fauno

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2006, Il labirinto del fauno si è rivelato un evento cinematografico, e non solo nei paesi in lingua spagnola. Accolta da un vasto successo internazionale (circa dodici milioni di spettatori), la pellicola di del Toro ha conquistato critica e pubblico per la sua capacità di coniugare il dramma storico con l'immaginario fiabesco ed ha ricevuto tre premi Oscar: per le scenografie, il trucco e la suggestive fotografia di Guillermo Navarro. In occasione del suo decimo anniversario, torniamo dunque a immergerci in questa fiaba nerissima analizzando cinque elementi chiave de Il labirinto del fauno.

1. Fra sogno e incubo

Doug Jones in  una scena de Il labirinto del fauno

Partiamo dal nucleo tematico del film di del Toro, ovvero la sua dicotomia fra due dimensioni narrative ben distinte: quella della realtà e quella dell'immaginazione. Un dualismo ricorrente nella produzione del regista messicano, che si è ispirato in particolare a un classico del cinema d'autore ispanico: Lo spirito dell'alveare, il primo e il più acclamato film di Víctor Erice, ambientato proprio al termine della guerra civile. Se nel 1973 Erice metteva in relazione la vita familiare di una bambina di sei anni, Ana, con l'inquietante iconografia horror del cinema hollywoodiano degli anni Trenta, e in particolare di Frankenstein, del Toro accentua ulteriormente la dimensione fantastica, come aveva già fatto del resto cinque anni prima nel suo precedente lungometraggio in lingua spagnola, la ghost story La spina del diavolo. Proseguendo sulla stessa falsariga, del Toro propone il labirinto del titolo come un ideale rifugio dagli orrori del reale: di fronte a un mondo che sembra essere sprofondato in un incubo ad occhi aperti, la fantasia e l'immaginario fiabesco diventano l'unica reazione possibile. Una trasfigurazione, quella fra la vita quotidiana di Ofelia e il regno sotterraneo del fauno, che del Toro mette in scena con una fluidità encomiabile e un'estetica che lascia ammirati, fra i massimi pregi dell'intero film.

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2. Il racconto di formazione della Principessa Moanna

La piccola Ivana Baquero in  una scena del film Il labirinto del fauno

Dalla fiaba, genere di riferimento nel percorso della protagonista, il regista e sceneggiatore riprende diversi ingredienti canonici: la figura di un mentore, ovvero il fauno (interpretato da uno dei più fedeli collaboratori di del Toro, l'americano Doug Jones), incaricato di istruire Ofelia e di guidarla nel suo cammino; il topos delle prove da superare da parte della giovane eroina allo scopo di dimostrare la propria nobiltà d'animo; la natura di predestinata di Ofelia, reincarnazione della leggendaria Principessa Moanna, sovrana del regno del sottosuolo. Analogamente, la ragazza dovrà sperimentare la paura e la sofferenza del mondo 'altro': la pena per la malattia della madre; l'angoscia per la presenza sinistra del patrigno, il Capitano Vidal, emblematico corrispettivo maschile dell'archetipo della matrigna malvagia; e il primo contatto con la violenza e la bestialità che infuriano tutt'attorno a lei, in una foresta perfino più pericolosa di quelle delle fiabe.

3. L'Uomo Pallido

Doug Jones ed Ivana Baquero in  una scena del film Il labirinto del fauno

Fra tante creature affascinanti, a partire dal fauno benevolo che dà il titolo al film, ce n'è una in particolare che si è scolpita nell'immaginario cinematografico di quest'ultimo decennio: il cosiddetto Uomo Pallido. Si tratta dell'inarrivabile spauracchio de Il labirinto del fauno: un essere umanoide partorito dalla fantasia di del Toro, il mostruoso avversario al quale Ofelia dovrà sfuggire nel corso di una scena dalla tensione lacerante. Caratterizzato dal corpo bianco e raggrinzito e dalle dita adunche coronate da lunghissimi artigli, l'Uomo Pallido ha trovato il suo tratto distintivo in un singolo, raccapricciante particolare, ripreso da una figura dell'antica mitologia giapponese, il Tenome: i bulbi oculari inseriti nei palmi delle mani, in una grottesca scomposizione e deformazione dell'anatomia umana. L'Uomo Pallido rimane in scena soltanto per pochissimi minuti, eppure queste brevi sequenze sono sufficienti a imprimerlo nella nostra memoria come una perfetta, spaventosa personificazione dell'incubo.

Doug Jones in una sequenza del film Il labirinto del fauno

4. Gli orchi del mondo reale

Se l'Uomo Pallido può essere considerato la vera icona del film di del Toro, il vero antagonista de Il labirinto del fauno è però un individuo in carne e ossa. Come già indicato, il Capitano Vidal costituisce un esempio di figura pseudo-genitoriale che assume su di sé connotati di odio e di minaccia nei confronti della protagonista. Vidal, spietato ufficiale della falange franchista, non è un personaggio completamente credibile (e in questo schematismo risiede forse uno dei limiti dell'opera): come già rilevato, egli corrisponde piuttosto a un archetipo narrativo, di cui l'attore Sergi López esaspera i caratteri di brutalità e di sadismo (le agghiaccianti scene dell'interrogatorio). Ma d'altra parte, nella prospettiva di del Toro, Vidal non ha bisogno di sfoderare una personalità sfaccettata o psicologicamente realistica: la sua spiccata crudeltà è piuttosto l'emblema del feroce autoritarismo del regime di Franco e dei vari fascismi europei di quegli anni. In una fiaba dark sviluppata interamente all'ombra di una foresta, Vidal e i suoi soldati sono i surrogati di orchi: individui votati al Male, contro i quali si batte un ultimo manipolo di membri della Resistenza, coraggiosi eroi sradicati dalle loro normali esistenze.

5. La magia ci salverà?

Ivana Baquero in una sequenza del film Il labirinto del fauno

A dispetto dalla sua apparenza di racconto su e per l'infanzia (e anzi, forse proprio per questo), Il labirinto del fauno si dimostra un film doloroso e struggente, in cui neppure il potere dell'immaginazione riesce a garantire a Ofelia una protezione inviolabile rispetto alle atrocità del mondo e della Storia. Ma pur trovandosi a sperimentare diverse esperienze nefaste e traumatiche, la sua fede nel potere salvifico della fantasia non verrà affatto sminuito: al contrario, per questa giovane amante della lettura la magia dei libri costituirà il baluardo più resistente contro l'orrore. In un dialogo con la sua governante, Mercedes (Maribel Verdú), Ofelia le domanda se lei creda nelle fate; "No, ma quando ero una ragazzina ci credevo. Credevo in tante cose a cui non credo più", è la disillusa risposta della donna. Più tardi, nel corso del film, questo conflitto si riproporrà con maggior intensità: "Diventerai grande, e ti accorgerai che la vita non è come le tue favole", la ammonisce Mercedes; "Il mondo è un posto crudele... e te ne renderai conto, anche se fa male". Ciò nonostante, Ofelia non vuole e non può cessare di credere nella magia: una fiducia che porterà con sé fino in fondo, senza cedere di un millimetro dinnanzi alla barbarie dell'età adulta. Per se stessa, per il suo fratellino neonato e per quel regno incantato che attende il ritorno della sua Principessa.

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