Zodiac

2007, Thriller

Recensione Zodiac (2007)

Fincher sceglie di dirigere un film che è per metà thriller e per metà cinema reportage, dilatandone notevolmente la durata (circa due ore e tre quarti di visione): la scommessa è vinta sul piano registico, meno sul piano puramente narrativo.

Il killer mediatico

E' stato il caso irrisolto per eccellenza, uno dei criminali entrati di diritto nel (nero) immaginario collettivo americano. Una specie di Jack lo Squartatore made in USA, piombato di forza, insieme a Charles Manson, a macchiare di sangue i sogni di peace and love della generazione hippie. Era prevedibile che un regista che del nero ha fatto il filo conduttore della sua (comunque complessivamente sopravvalutata) carriera come David Fincher, decidesse di rendere conto cinematograficamente della storia di Zodiac: serial killer inafferrabile e mai catturato, assassino "mediatico" per vocazione e moderno babau per i giovani cresciuti nella Baia di San Francisco negli anni '70.

Fincher e il produttore-sceneggiatore James Vanderbilt scelgono di adattare due libri del vignettista Robert Graysmith, che della caccia a Zodiac fece una vera e propria ragione di vita: il film si concentra sull'ossessione sviluppata da Graysmith per gli enigmi e le sfide lanciate dal maniaco, e fa proprio il suo punto di vista e le sue conclusioni. Intorno a Graysmith troviamo altri tre personaggi che ben altra visibilità mediatica ebbero nelle indagini, ma che molto prima abbandonarono la ricerca: il reporter Paul Avery, cinico collega di Graysmith al San Francisco Chronicle, e i due ispettori di polizia David Toschi e William Armstrong. Tutti e quattro i personaggi si sarebbero fatti risucchiare da una caccia tanto serrata quanto complessa da gestire, finendo per subirne gravi ripercussioni sia sul piano lavorativo che privato. Solo Graysmith, figura rimasta volutamente fuori dalla luce dei riflettori, avrebbe proseguito con tenacia nella sua ricerca della verità, giungendo a una conclusione a tutt'oggi molto discussa.

Fincher sceglie di dirigere un film che è per metà thriller e per metà cinema reportage, dilatandone la durata (circa due ore e tre quarti di visione), con la consapevolezza dei rischi che questa scelta poteva comportare. La struttura da thriller si integra con la ricostruzione quasi documentaristica della lunga indagine, concentrando gli omicidi nella prima parte e lasciando al resto la lunga accumulazione di indizi e false piste, insieme alla montante, frustrata ossessione dei quattro protagonisti. Da un punto di vista puramente registico la scommessa è vinta: Fincher, le cui doti tecniche e di narratore non sono mai state in discussione, sa come mantenere la tensione anche descrivendo un'indagine che si snoda in oltre dieci anni; anche quando esce di scena, l'assassino resta presente come minaccioso e concretissimo "fantasma" (e c'è una sequenza ambientata in una cantina che è esemplare da questo punto di vista).

I problemi sorgono quando la sceneggiatura tenta di tratteggiare (riuscendoci solo sommariamente) le conseguenze che la caccia al mostro provoca nella vita del reporter e dei due detective: sbilanciato com'è sul personaggio di Graysmith (a cui dà vita un efficace Jake Gyllenhaal), il film non riesce a rendere vivi e tridimensionali gli altri tre protagonisti (interpretati rispettivamente da Robert Downey Jr., Mark Ruffalo ed Anthony Edwards), il cui tratteggio sa inevitabilmente di maniera, con le forzature narrative che ne conseguono. Una scelta in parte consapevole (quasi a controbilanciare la sottoesposizione mediatica del vignettista all'epoca dei fatti), ma narrativamente perdente. Sarebbe stato lecito inoltre attendersi un maggior ancoraggio del film al periodo in cui è ambientato, quale momento chiave della storia recente americana: il movimento hippie, la liberazione sessuale, il Vietnam e le trasformazioni della società americana dell'epoca restano invece non sullo sfondo, ma proprio fuori campo. Temi che avrebbero meritato un'integrazione (già presente nei fatti) con una storia che in questo modo appare monca, mancante di un elemento che avrebbe regalato al film un importante valore aggiunto. Così com'è, invece, nonostante la sua pregevole fattura tecnica, Zodiac non si scrolla di dosso l'impressione, fastidiosa quanto concreta, di essere una promessa non mantenuta.

Recensione Zodiac (2007)
Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
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