Il gemello: a Venezia il carcere secondo Vincenzo Marra

Il regista di Vento di terra e Tornando a casa ci racconta la genesi del suo documentario girato nel carcere di Secondigliano.

Il regista Vincenzo Marra prosegue il suo percorso di analisi della realtà napoletana. L'autore, habituee della Mostra di Venezia, presenta all'interno delle Giornate degli Autori il suo nuovo documentario, Il gemello, dedicato alla realtà carceraria di Secondigliano. Il film è stato realizzato in un anno e mezzo grazie all'intervento di Gianluca Arcopinto, produttore indipendente che è riuscito a reperire il denaro necessario senza attingere ai finanziamenti ministeriali. Lo sguardo che esplora dall'interno la realtà carceraria è quello di Raffaele Costagliola, detenuto campano ventinovenne condannato a scontare dodici anni per rapina. Alter ego di Costagliola, e degli altri detenuti mostrati nel film, è l'ispettore Domenico Manzi che con questi carcerati con dipendenze e problemi psichici lavora quotidianamente e così, dopo un'iniziale reticenza, ha deciso di partecipare personalmente al documentario e di intervenire alla presentazione veneziana del lavoro insieme a Marra e ad Arcopinto. Raffaele Costagliola è assente perché non ha ottenuto dal giudice il permesso di partecipare alla Mostra, ma prima di cominciare l'incontro col pubblico Vincenzo Marra legge una sua lettera da cui trapela l'orgoglio per aver fatto qualcosa di importante e la voglia di girare un altro film.

Vincenzo, raccontaci come hai trovato Domenico e Raffaele, due figure che rompono ogni stereotipo apparso finora sulla realtà carceraria. Il gemello è il mio quarto film dedicato a Napoli. L'idea è nata nel 2005, quando mi sono trovato a lavorare nel tribunale davanti a Poggioreale per preparare L'udienza è aperta e ho sentito la necessità di girare un film in carcere. Quando è uscito il documentario è intervenuto alla presentazione

Il gemello: il protagonista del documentario Raffaele Costagliola, detenuto a Secondigliano e terzo di tre gemelli
Roberto Saviano, che allora non era ancora famoso e c'è stata una lunga riflessione su Napoli. Ho proposto la mia nuova idea a Gianluca Arcopinto che, fin dall'inizio, è stato solidale con me. Angelo Russo mi ha aiutato a trovare i permessi per farmi entrare nel penitenziario. Siamo stati un anno e mezzo in carcere per fare i casting, ma è stato molto complicato. Molti detenuti, dopo aver inizialmente aderito al progetto, ne parlavano con le famiglie e cambiavano idea. Allora ho chiesto a Domenico Manzi di presentarmi una persona carismatica e lui mi ha fatto conoscere Raffaele che, al primo incontro, non mi ha mai staccato gli occhi di dosso. Nel frattempo ho cominciato a osservare Domenico e ho capito che doveva essere il coprotagonista del film, ma lui era piuttosto reticente. Per realizzare Il gemello non abbiamo avuto una lira di finanziamento e tre giorni prima dell'inizio delle riprese ancora non avevamo i finanziamenti. Poi Gianluca Arcopinto è riuscito a trovare i soldi e finalmente le riprese sono iniziate.

Come mai hai scelto di intitolare il documentario Il gemello?
Vincenzo Marra: Il gemello non è solo un riferimento al fatto che Raffaele è il terzo di tre gemelli, ma sono anche le anime vicine, sono i parenti e gli amici. E' un film sull'amore, ma anche sulla restituzione della vita.

L'alter ego di Raffaele è l'ispettore Domenico Manzi che nel film si occupa di gestire le relazioni con i detenuti. Non sembra di trovarsi davanti a un agente di polizia, il suo ruolo sembra più quello di uno psicologo.
Oggi il carcere non è quello che si vede in tv, ma è completamente diverso. Il lavoro delle guardie giudiziarie è quello di aiutare i detenuti ad adattarsi alle condizioni carcerarie, a vivere la cella e gli altri spazi così come viene mostrato nel film.

Il gemello: una scena del documentario di Vincenzo Marra
Guardando il film anche lo spettatore percepisce la claustrofobia della situazione in cui vivono i detenuti. Come hai ottenuto questo effetto? Che difficoltà hai avuto girando in carcere?
Prima di iniziare le riprese creo un rapporto così forte con i detenuti, che quando inizia la lavorazione vera e propria, loro hanno capito perfettamente cosa voglio. Nei documentari io sto in macchina personalmente, e grazie ad anni di esperienza riesco a non metterli mai a disagio facendo le riprese di cui ho bisogno. Nel mio lavoro ho imposto una serie di regole: limito l'uso della musica, riufiuto le interviste preparate e statiche, non voglio luci di supporto, sto dietro alle situazioni come un segugio in attesa che accada qualcosa di significativo. Tutti gli strumenti tecnici sono finalizzati a una resa realistica.

Sei convinto che il cinema possa intervenire sulla realtà modificandola?
Lavorando in un penitenziario ho compreso a fondo l'esistenza dei detenuti e le loro vere limitazioni. Quando le riprese del film sono finite ho detto a Raffele che avrei voluto fargli un regalo. Lui dapprima ha rifiutato, ma poi mi ha chiesto un orologio. Ho capito che l'esperienza del documentario gli ha restituito il senso del tempo perché in carcere l'ozio è il problema principale.

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