Rebecca, la prima moglie

1940, Drammatico

Recensione Rebecca, la prima moglie (1940)

L'unico film femminile di Hitchcock, l'unico premiato con l'Oscar. Una sfida (ottenere un'oppressione crescente parlando solo di una morta, di un cadavere che non si vede mai) che deluse profondamente Sir Alfred.

Guido Luciani

Il fascino ambiguo del male

Rebecca, la prima moglie costituisce una svolta di ragguardevole importanza all'interno della filmografia hitchcockiana. Si tratta infatti del primo film americano del regista inglese, della prima collaborazione con l'attrice Joan Fontaine e del primo (ed ultimo) film di Sir Alfred Hitchcok premiato come miglior film con il massimo riconoscimento mondiale, l'Oscar.
Per Hitchcock, "Rebecca, la prima moglie è una pellicola britannica, completamente britannica; la storia è inglese, gli attori anche e così pure il regista; tuttavia, esso risente di una grande influenza americana dovuta prima a O'Selznick, poi all'autore teatrale Robert Sherwood, che ha scritto la sceneggiatura da un punto di vista meno ristretto di quello che avremmo adottato in Inghilterra".

Rebecca è, infatti, anche la prima pellicola prodotta da David O. Selznick, il produttore più dispotico di tutta Hollywood, che, oltretutto impose al regista di mantenersi molto fedele all'opera omonima di Daphne du Maurier. Selznick aveva appena prodotto il film più importante della sua vita, Via col vento che aveva ricevuto ben dieci premi Oscar e un successo al botteghino unico per l'epoca; per questa ragione riteneva che il pubblico diventasse furioso se si modificava la trama del libro per realizzare un film.
Il fedelissimo adattamento al testo, però, non convinse Sir Alfred che rivolse parole piuttosto dure nei confronti del film: "Rebecca, la prima moglie non è un 'film di Hitchcock'. È una specie di racconto e la stessa storia è della fine del XIX secolo. Era una storia di vecchio tipo, piuttosto démodé. Rebecca è una storia che manca d'umorismo. "

Alcuni critici parlano di questo film come dell'unico film femminile di Hitchcock e in effetti, per certi versi, questa definizione è veritiera poiché si tratta di una delle poche pellicole in cui Hitchcock analizza le dinamiche più profonde della psiche femminile senza incappare, però, in concezioni misogine.
Il personaggio interpretato da Joan Fontaine assume una centralità pressoché unica, non solo all'interno del film ma anche in tutta la produzione hitchcockiana; non a caso, infatti, la storia è narrata interamente dal suo punto di vista, così come accadrà ne Il sospetto. È proprio a partire dai suoi ricordi che si dipana il flashback che porterà al primo incontro della protagonista con il suo futuro marito.
Joan Fontaine dà vita ad un personaggio simile ad altri precedentemente impersonati, in Donne di George Cukor ad esempio, che le avevano garantito una notevole fama ad Hollywood, anche se il suo nome continuava ad esser legato a quello ben più famoso della sorella maggiore, Olivia de Havilland. Con Rebecca e Il sospetto, che le varrà un Oscar, Joan Fontaine comincerà ad esser apprezzata, non più come sorella di Olivia de Havilland, ma come Joan Fontaine.
Se, da un lato, il personaggio assume aspetti caricaturali e macchiettistici, che si esprimono in una forse smodata sbadataggine, dall'altro si carica di dinamiche psicologiche profonde che ne fanno un personaggio reale e complesso. Si tratta di una ragazza indifesa, ingenua e fragile che si trova inerte di fronte a personaggi ai quali non riesce ad opporsi.
Tra questi è da citare soprattutto la signora Danvers splendidamente interpretata da Judith Anderson; si tratta indubbiamente di uno tra i villains più riusciti della produzione hitchcockiana, insieme all'affascinante personaggio interpretato da Claude Rains in Notorius - L'amante perduta. Non è un caso, infatti, che il maestro, nel realizzare Psycho e, in particolare la sequenza doccia, faccia riferimento all'ombra scura dietro le tende della signora Danvers.

A proposito della tensione che questo personaggio suscita, Hitchcock spiegerà: "La signora Danvers quasi non camminava, non la si vedeva mai muoversi da un posto all'altro. Per esempio, se entrava nella camera dove c'era la protagonista, la ragazza sentiva un rumore e la signora Danvers si trovava lì, sempre lì, in piedi, immobile. Era un mezzo per mostrare la situazione dal punto di vista della protagonista: non sapeva mai dov'era la signora Danvers e così era più terrificante; vedere camminare la signora Danvers l'avrebbe umanizzata".
L'ultima donna contro cui la protagonista dovrà scontrarsi, la più forte di tutte, non potrà che essere Rebecca, la defunta signora de Winter, ossessione costante all'interno della pellicola, non solo per la ragazza ma per tutti i personaggi e soprattutto per lo spettatore. Si pensi ad esempio alla presenza angosciante dell'iniziale di Rebecca, visibile su ogni oggetto e in ogni angolo del castello. Questa presenza è resa ancor più opprimente se si considera che lo spettatore non verrà mai a conoscenza del nome della protagonista, mentre il nome di Rebecca dominerà, soprattutto visivamente, tutto il film.

Questo rapporto ambiguo e misterioso, che coinvolge tutti i personaggi, costituisce la vera essenza della pellicola e dei personaggi. Il meccanismo di Rebecca, la prima moglie è piuttosto forte: ottenere un'oppressione crescente parlando solo di una morta, di un cadavere che non si vede mai. Sarà proprio questa presenza/assenza di Rebecca a far sì che la protagonista si comporti non come la padrona di casa ma come un'intrusa, un ospite indesiderato; si pensi, ad esempio, all'episodio in cui la protagonista rompe un soprammobile e poi ne nasconde i pezzi per paura di essere punita da Rebecca tramite la spaventosa signora Danvers.
Ad acuire questo senso di insicurezza che domina il personaggio interpretato da Joan Fontaine sono anche elementi del profilmico quali l'imponente scenografia e l'isolamento del castello di Manderley. Tutti questi fattori, infatti, provvedono a mettere in profondo risalto lo stato di soggezione della protagonista, che risulta ai nostri occhi sempre più piccola rispetto agli oggetti che ha intorno. In più essi ci mostrano che la protagonista non ha vie di fuga; deve vincere il suo scontro in un territorio isolato ed ostico.
Nel corso della pellicola, però, la ragazza acquisterà sempre più coraggio dimostrando di essere una vera donna hitchcockiana; durante il processo sulla morte di Rebecca, infatti, resterà al fianco del marito rivelando un'inaspettata forza di volontà. Il riscatto della protagonista si completerà alla fine del film; sarà lei, a vincere, su tutti i fronti.

L'ultima sequenza della pellicola, in questo senso, è da considerarsi paradigmatica poiché non lascia adito ad interpretazioni di sorta: la R di Rebecca, che aveva ossessionato la protagonista, brucia tra le fiamme e, con essa, ogni ricordo della prima signora de Winter.

Recensione Rebecca, la prima moglie (1940)
Privacy Policy