Una lunga domenica di passioni

2004, Drammatico

Recensione Una lunga domenica di passioni (2004)

Nella sua smania di inventare, di arricchire la storia di trovate, di tocchi personali, di dettagli unici, Jeunet sembra perdere il controllo del progetto nel suo insieme.

Il crudo mondo di Mathilde

A volte capita di trovarsi in difficoltà nel giudicare film che hanno diversi aspetti di valore molto contrastante. Capita di non riuscire a dare il giusto peso ai vari elementi nel riassumere un giudizio finale e in qualche modo bilanciato. Capita di restare affascinati, ma allo stesso tempo infastiditi, e risulta veramente difficile, a volte impossibile, arrivare ad un verdetto.
Ma da una recensione un verdetto, un giudizio finale, definitivo, lo si vuole, lo si pretende, e in fin dei conti è anche giusto.

Quindi cominciamo con l'esporre i fatti: Una lunga domenica di passioni è il primo lavoro di Jean-Pierre Jeunet dopo il successo mondiale de Il favoloso mondo di Amélie, quinto dal Delicatessen che lo aveva fatto conoscere nel nostro paese all'inizio degli anni novanta. Il film è tratto da un romanzo di Sébastien Japrisot ed è incentrato sulla tenace ricerca del suo fidanzato disperso in guerra da parte di Mathilde, incapace di rassegnarsi all'idea della morte del suo amato.
La struttura epistolare del romanzo ha lasciato grande libertà di adattamento a Jeunet, consentendogli una traduzione su schermo assolutamente ricca e creativa, densa dei dettagli tipici delle sue opere e di flashback, rimandi e citazioni (anche a sé stesso).
Ad interpretare la forte ed egoista Mathilde, Jeunet ha voluto ancora una volta la Audrey Tautou che ha reso viva la sua Amélie qualche anno fa e la scelta si dimostra senza dubbio perfetta, perché l'attrice francese gli regala un'interpretazione intensa e toccante, giocata su più piani, capace di divertire, coinvolgere ed emozionare, senza mai sfociare nel patetico.
Accanto alla Tautou ruota un cast altrettanto efficace, da Marion Cotillard (vista di recente nel Big Fish di Tim Burton) al solito Dominique Pinon (punto fermo della filmografia del regista) , con l'unica eccezione del co-protagonista, il giovane Gaspard Ulliel, che non si dimostra all'altezza della sua fidanzata su schermo.

Anche tutto il settore tecnico si rivela di tutto rispetto e i soldi spesi per produrre il film si notato tutti su schermo, in scene ricche di dettagli, fotografate in modo splendido da Bruno Delbonnel e ricostruite ed arredate in modo maniacale ed impeccabile, forse con l'unico difetto di un accompagnamento musicale (ad opera dell'Angelo Badalamenti che ha commentato diverse opere di David Lynch e che ha collaborato con Jeunet per La città dei bambini perduti) convenzionale e poco ispirato.

Ma allora, ad introduzione fatta, qual è il difetto di questo film, tale da pregiudicarne il giudizio finale?
Nella sua smania di inventare, di arricchire la storia di trovate, di tocchi personali, di dettagli unici, Jeunet (anche co-autore della sceneggiatura) sembra perdere il controllo del progetto nel suo insieme, con il risultato di rendere la storia a tratti difficile da seguire, a tratti inutilmente contorta, a tratti ancora fastidiosamente sbilanciata tra gli eccessi creativi di alcune scene in netto contrasto con il crudo realismo delle sequenze di guerra (tra le più reali e forti viste su grande schermo).
Al cospetto delle atrocità del conflitto, delle terribili condizioni di vita (e morte) dei soldati in trincea, gli slanci di fantasia di Jeunet si fanno da parte, si arrendono, e si ha l'impressione di trovarsi di fronte a due film diversi messi insieme per forza e mal miscelati.

Da una parte Jeunet ci affascina con le sue tipiche ricostruzioni, i suoi flashback, il suo modo collaudato di presentare personaggi stravaganti ed affascinanti; ci emoziona con le tenaci ricerche di Mathilde, ci lascia sognare con lei, sperare con lei, sorridere per le sue superstizioni.
Dall'altra, la cruda realtà di una guerra vera spezza l'incanto e ci riporta con forza a un mondo reale che non è quello favoloso di Amélie, in cui il gioco citazionistico/autoriale di Jeunet poteva invece funzionare alla perfezione.

Recensione Una lunga domenica di passioni (2004)
Antonio Cuomo
Redattore
3.0 3.0
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