I Tenenbaum: 15 anni dopo è ancora il miglior film di Wes Anderson?

Il regista texano è oggi uno dei cineasti americani più riconoscibili e ammirati, ma, pur amando indistintamente tutti i suoi lavori più recenti, il nostro pensiero torna sempre allo stravagante, magico ed emozionante dramma familiare che lo ha fatto conoscere nel mondo.

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Quando il 14 dicembre del 2001 I Tenenbaum faceva il suo debutto nelle sale USA e si preparava a diventare, quasi a sorpresa, uno dei film più amati dell'anno dai critici d'oltreoceano, il regista Wes Anderson aveva poco più di 32 anni ed alle spalle due lungometraggi, Un colpo da dilettanti e Rushmore, poco apprezzati dal grande pubblico ma già amati e considerati nell'ambiente del cinema indie. In particolare il secondo film - che rappresenta anche l'esordio dell'attore Jason Schwartzman - fu premiato in diverse occasioni (Independent Spirit Awards, Golden Globes, Film Critics di Los Angeles e New York) e ottenne anche il prezioso endorsement di Martin Scorsese, il quale vide fin da subito nel giovane regista texano una stella luminosa per il futuro del cinema USA.

Nonostante gli elogi e le meritate attenzioni, quindici anni fa Wes Anderson non era ancora un nome, non era un "marchio" e non era certamente quel paradigma di eccellenza, stile ed eccentricità che è invece oggi. Fu proprio The Royal Tenenbaums a mostrare a tutti la sua visione del mondo così originale e così distintiva e a renderla, in brevissimo tempo, un modo di fare cinema facilmente riconoscibile anche ai meno esperti. Un modo di fare cinema che avrebbe condizionato i tre lustri successivi come raramente è successo a registi così giovani.

Una famiglia strampalata e irresistibile

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Oggi, a distanza di quindici anni, Wes Anderson è un autore tra i più ammirati del panorama cinematografico USA, un regista che ha costruito intorno a sé un circolo di attori e collaboratori fedelissimi e talentuosi, che è arrivato ad un passo dall'Oscar in più occasioni e che è riuscito perfino a trasformare dei piccoli-grandi film dall'estetica così decisa e inusuale in successi al botteghino, come hanno dimostrato Moonrise Kingdom e Grand Budapest Hotel. Eppure, a nostro parere, il film che ancora oggi riassume al meglio tutta la sua poetica e la sua filmografia è il gioiello del 2001.

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Sarà perché è una delle sue opere più autobiografiche, forse semplicemente per la sua freschezza e genuinità, o più probabilmente per la sua capacità di bilanciare e coniugare dramma e commedia, realtà e grottesco, sincerità ed esuberanza, ma se c'è un film perfetto per avvicinarsi ad un regista così eccentrico e peculiare come Wes Anderson è proprio questo I Tenenbaum. Che, a parte tutto, a noi sembra francamente il suo capolavoro insuperato, e forse addirittura insuperabile: ecco quindi i 5 motivi che per noi ne fanno, ancora oggi, il miglior film di Wes Anderson e che, in qualche modo, anticipano tutto il suo cinema successivo.

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1. La passione per narrazione e letteratura

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I libri sono parte integrante della trama del film, visto che alcuni dei protagonisti sono scrittori o quantomeno autori pubblicati, e non sono poche le copertine di libri (fittizi) che fanno capolino in diverse scene. Ma questa passione per la narrazione da parte di Wes Anderson e del suo co-sceneggiatore/interprete Owen Wilson emerge soprattutto nell'utilizzo insistente, originale ed irresistibile della voce narrante: con tono asciutto e impassibile, la voce di Alec Baldwin ci racconta le storie grottesche della famiglia Tenenbaum fin nei più piccoli dettagli e accompagnando le bellissime immagini, spesso brevi e rapidi flashback, in un modo impeccabile.

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Il tono distaccato e la voce così particolare di Baldwin sono due delle migliori trovate di Anderson e non è un caso che in qualche modo siano state poi riutilizzate negli anni successivi per due gioielli del piccolo schermo che sono certamente debitori di questo film: in Arrested Development Ron Howard narra la storia della famiglia Bluth in maniera niente affatto dissimile e l'irresistibile (auto)ironia di Baldwin sarà uno dei punti cardine del successo di 30 Rock.

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2. Fotografia e scenografia dai colori pop

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Lo stile così personale e quasi barocco di Anderson, che accompagnerà probabilmente tutta la sua carriera, non nasce da questo film, ma è sicuramente ne I Tenenbaum che riesce ad emergere in tutta la sua forza e singolarità: gran parte del film, soprattutto nelle sequenze iniziali, è composta da tanti quadri in movimento in cui gli attori finiscono spesso col guardare verso la macchina da presa quasi ad assecondare la necessità del narratore di descrivere e mostrare agli spettatori/lettori i personaggi della storia. I colori sgargianti, l'utilizzo quasi ossessivo del grandangolo e la perfetta messa in scena contribuiscono alla sensazione che ogni singola inquadratura abbia molto di più da offrire di quanto possa emergere da una prima visione.

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Merito anche e soprattutto delle splendide e curatissime scenografie di David Wasco (collaboratore storico di Tarantino e ora lanciatissimo verso l'Oscar per La La Land), che non finiscono mai di stupire anche a 15 anni di distanza: l'intera magione dei Tenenbaum ovviamente fa la parte del leone, ma basterebbe "studiare" con attenzione la tenda di Richie per capire che nessun oggetto, nessun elemento sia stato inserito a caso. Se Anderson stesso ha più volte definito i suoi film come tanti piccoli "self-contained worlds" (mondi a sé stanti), lo stesso non può che valere per ogni singola ambientazione delle sue pellicole. E quelle di The Royal Tenembaums ne sono l'esempio perfetto.

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3. Personaggi indimenticabili

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Quando si pensa a I Tenenbaum il primo personaggio che viene in mente è chiaramente quello del bizzarro capofamiglia di nome Royal, ma la vera forza del film è nel suo essere corale e nel saper donare il giusto spazio e la stessa straordinaria caratterizzazione e attenzione nei dettagli ad ogni singolo protagonista: insieme alla moglie Etheline e ai tre figli Chas, Richie e Margot (adottata) formano una delle famiglie più bizzarre e irresistibili mai viste sullo schermo, con dinamiche che spesso portano a gag spassosissime ma che dimostrano anche la grande sensibilità e lo sguardo curioso e attento del suo autore.

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È evidente che l'interesse primario di Anderson fosse rivolto alla famiglia, al tema del divorzio (che lui ha vissuto in prima persona da bambino) e ai rapporti tra i fratelli, di sangue e/o acquisiti, ma non per questo il cineasta texano rinuncia a rendere vivi i tanti personaggi secondari che possono anzi godere della stessa cura e della stessa profondità. Parliamo ovviamente dell'amico di famiglia Eli Cash, ma in fondo lo stesso vale anche per il nuovo interesse amoroso di Etheline, il commercialista Henry Sherman, o il neurologo Raleigh St. Clair, marito di Margot, o addirittura per il suo stravagante paziente Dudley o lo storico inserviente Pagoda. Ogni personaggio, per quanto secondario, ha la sua backstory e si trova, in qualche modo, attivamente coinvolto nella storia di questa famiglia.

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4. L'ultimo grande Gene Hackman alla guida di un cast perfetto

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Se questi personaggi funzionano il merito è certamente dell'esemplare sceneggiatura, ma anche di un gruppo meraviglioso ed omogeneo di grandi interpreti che contribuiscono in modo decisivo al risultato della pellicola. Per tutti se non si tratta dell'interpretazione migliore della carriera poco ci manca, e non è certo un caso. Ovviamente il più appariscente è il meraviglioso Gene Hackman, per cui Wes Anderson ha scritto ad hoc il personaggio di Royal: nonostante questo, l'attore fu difficile da convincere e solo dopo lunghe trattative decise di accettare quello che sarebbe stato uno degli ultimissimi ruoli della sua carriera prima del ritiro (definitivo?) dalle scene. E considerato che gli unici film successivi furono La giuria e Due candidati per una poltrona, non ci sono dubbi che quello di Royal Tenembaum fu l'ultima grande interpretazione degna di una carriera incredibile.

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Ma che dire di Anjelica Huston, anche lei ritornata a livelli da tempo dimenticati? O della migliore Gwyneth Paltrow post-Oscar? E dei fratelli Owen e Luke Wilson mai così convincenti e di un Ben Stiller (che fu "scoperto" da Wilson e Anderson perché grandissimo fan del loro film d'esordio) per la prima volta alle prese con un ruolo drammatico? Wes Anderson ha questa capacità più unica che rara di riuscire a circondarsi di talenti e riuscire a farli brillare tutti allo stesso modo, anche in ruoli minori e dal minutaggio limitato. Non stupisce quindi che persino un attore notoriamente un po' burbero come Bill Murray abbia sfruttato ogni occasione per continuare a lavorare con lui.

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5. L'utilizzo delle musiche

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Nonostante i pregi di questo film siano innumerevoli, se dovessimo limitarci a scegliere un elemento che eleva questo I Tenenbaum rispetto a tutti gli altri film di Anderson è la scelta delle musiche e delle canzoni e l'utilizzo che ne viene fatto. Sia chiaro, non esiste film di Wes Anderson che non abbia momenti musicali indimenticabili - pensiamo per esempio al magnifico montaggio di Il treno per il Darjeeling con le musiche dei Kinks o la scena subacquea di Le avventure acquatiche di Steve Zissou sulle note di Staralfur dei Sigur Rós - ma in The Royal Tenenbaums Anderson indovina alcune delle sequenze più belle, emozionati e cinematograficamente potenti della sua carriera e lo fa grazie sia alle bellissime musiche originali di Mark Mothersbaugh, sia ai suoi splendidi arrangiamenti (in particolare Hey Jude e la scena emozionante del falco Mordecai che viene liberato) e alla scelta perfetta di alcuni classici del rock.

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Ruby Tuesday dei Rolling Stones per la scena della tenda in cui Richie e Margot si confessano il loro amore ("Penso che dovremmo amarci segretamente e lasciare le cose come stanno"); These Days di Nico quando Margot scende dall'autobus e saluta il fratello adottivo; Me and Julio Down By the Schoolyard di Paul Simon per i cattivi insegnamenti del nonno ai suoi nipotini; Judy Is a Punk dei Ramones per raccontare il losco passato di Margot; Ending di Van Morrison per un finale malinconico ma non triste. E molte altre ancora. Perché è evidente che per Anderson la scelta delle canzoni sia sempre stata parte integrante della scrittura dei film e non ci sono esempi più belli ed illuminanti di quelli che vi abbiamo appena ricordato. O di quello con cui ci congediamo, la scena del tentato suicidio di Richie al suono di Needle in the Hay di Elliott Smith. Sono passati 15 anni e ancora ci dà i brividi.