Meet the Feebles

1989, Animazione

Recensione Meet the Feebles (1989)

Il secondo film di un Peter Jackson ancora lontanissimo dai fasti tolkieniani è un'opera folle, coraggiosa e assolutamente fuori dagli schemi: una sorta di omaggio-parodia-decostruzione del Muppet Show virato in salsa "adulta" e splatter.

I Muppets in salsa splatter

Il secondo film di un Peter Jackson ancora lontanissimo dai fasti tolkieniani è un'opera folle, coraggiosa e assolutamente fuori dagli schemi. L'inaspettato successo del precedente, semi-artigianale Fuori di testa diede al giovane Jackson la possibilità di dedicarsi al cinema a tempo pieno: il soggetto scelto per questa opera seconda è quanto di più provocatorio si possa immaginare, una sorta di omaggio-parodia-decostruzione del Muppet Show di Jim Henson virato in salsa "adulta" e splatter.
Il regista ci trasporta in un universo popolato interamente da pupazzi animati, facendoci seguire le vicende della compagnia teatrale dei Feebles, con la cantante star Heidi l'Ippopotamo sposata al cinico produttore Bletch il Tricheco, che la sfrutta e la tradisce, il perfido Trevor il Ratto in cerca di comparse per il suo business di pellicole porno, e l'ingenuo porcospino Robert, che si è appena unito alla compagnia e si innamora perdutamente di una corista, la cagnetta Lucille, minacciata dal Ratto; in mezzo, una pletora di personaggi più o meno importanti per la storia, tra cui un moscone giornalista che va a rimestare (letteralmente!) nel letame per scrivere i suoi articoli scandalistici, una rana ex-marine che si da all'eroina per cancellare gli orrendi ricordi della guerra del Vietnam, un coniglio playboy che ha contratto l'AIDS ma vuole assolutamente presenziare al suo ultimo spettacolo, un formichiere guardone a cui piace annusare biancheria intima femminile, e via dicendo. Le storie in cui sono convolti questi a dir poco singolari personaggi sono storie di droga, estorsioni, sesso, tradimenti e morte, in un'odissea della provocazione e del politically uncorrect che lascia tanto più stupiti quanto più si è abituati ad associare a questo tipo di "attori" degli innocenti divertissement per un pubblico infantile.
Non risparmia nulla, Jackson, nella sua continua (ma in fondo divertita ed ingenua) voglia di provocare: argomenti tabù all'epoca dell'uscita del film (la fine degli anni '80) come la droga e l'AIDS, sono presi di petto e letteralmente abbattuti dal regista, in un contesto talmente delirante e sopra le righe da provocare nello spettatore, contemporaneamente, disgusto ed un divertimento a tratti irrefrenabile. Ed è proprio questo dualismo la chiave del film, così come quella di tutte e tre le pellicole del "primo" Jackson: la sfida continua ai limiti del filmabile, il totale e rinnovato disprezzo per i canoni del buon gusto, sono spinti talmente in là, e con una tale, perfettamente riconoscibile consapevolezza, da indurre lo spettatore alla risata liberatoria, magari suo malgrado. Come si è detto, inoltre, il particolare contesto di questo film amplifica ancora di più l'atmosfera di folle, anarchico, nerissimo divertimento che si respira per tutta l'ora e mezza di visione.
Jackson, che riesce comunque a dare una notevole coerenza e "credibilità" al suo folle universo, inserisce poi nel film, da cinefilo qual è, un paio di gustosissime citazioni: è da ricordare il divertentissimo flashback della rana Wynyard in Vietnam, che rimanda prima a Full Metal Jacket con la battaglia in città, e poi a Il cacciatore con l'esilarante roulette russa con i conigli-vietcong come carcerieri. L'aspetto tecnico del film è ugualmente apprezzabile, con le creature realizzate ed animate molto bene, e sufficientemente "espressive", considerato anche il budget limitatissimo con cui il regista dovette lavorare.
In definitiva Peter Jackson, con questo secondo film, si confermò ai critici più attenti come un regista interessantissimo e da tenere d'occhio: se la Trilogia dell'Anello è ancora quanto di più lontano ci si possa immaginare, in un'opera squisitamente, orgogliosamente underground come questa si nota già una consapevolezza, una fantasia sfrenata e un'autentica passione per il cinema che sono difficili da rintracciare in tante pellicole analoghe uscite nello stesso periodo. E, vista in quest'ottica, la successiva evoluzione del regista acquista una sua logica e diventa senz'altro più comprensibile.

Recensione Meet the Feebles (1989)
Marco Minniti
Redattore
4.0 4.0
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