I grandi della commedia italiana: 15 attori, 15 film e 15 scene cult

Esattamente quarant'anni fa il mitico Amici miei usciva nei cinema italiani, portando con sé una serie di tormentoni entrati nel nostro immaginario. Un anniversario che ci offre l'opportunità di passare in rassegna i protagonisti del nostro cinema comico attraverso sequenze memorabili.

La storia non ha dato loro il tempo per conoscersi a fondo, ma anche se non erano amici, Luigi Pirandello e Mario Monicelli su una cosa erano più che d'accordo: il comico è l'ombra del tragico. Due pilastri della cultura italiana hanno così spiegato e definito la chiave comica che per più di mezzo secolo ha aperto i sorrisi del nostro pubblico, divertito e rappresentato da personaggi che hanno saputo deridere e beffare piccole, grandi disgrazie. Se la risata è stato il veicolo, la commedia all'italiana è stata la carreggiata, percorsa da una varietà incredibile di storie e interpreti, rappresentanti di un modo di sentire e vedere nel quale lo spettatore si identificava e divertiva.

Totò, Peppino e la Malafemmina - la celebre scena della lettera

Un genere che ha attraversato il tempo e lo spazio, passando dal secondo Dopoguerra al boom economico degli anni Sessanta e al più impegnato decennio successivo; poi dal Nord al Sud, servendosi di caratteristi di ogni provenienza geografica, con accenti, modi di fare, tic diversi, pur di elevarsi a immagine distorta ma riconoscibile di un paese intero. In quanto termometro visivo, la commedia ha toccato sia le dinamiche più vicine all'equivoco, ai camuffamenti goliardici e alla parodia, che derive più amare della satira sociale. In ogni caso la risata è stata l'unica risposta possibile alla disgrazia del quotidiano, ridimensionata grazie allo sberleffo ironico, come se il cinema fosse stato capace di infondere attraverso lo sguardo un antidoto collettivo, una medicina agrodolce, con ricadute intelligenti, destabilizzanti e mai consolatorie.

Monica Vitti con Giancarlo Giannini e Marcello Mastroianni in 'Dramma della gelosia'

E mai come in questo caso sono stati i volti a fare la differenza, gli attori a dominare la scena, le facce a raccontare un popolo. Attraverso battute e gesti simbolici, tanti grandi interpreti si sono travestiti da figure emblematiche per parlare delle difficoltà del povero, senza dimenticare mai le contraddizioni ipocrite del borghese. Sono stati maschere nude sopra personaggi più che familiari, amici nostri e uomini di mondo. Inutile perderci nel politicamente corretto e forzare la mano parlando anche delle attrici (pensiamo a Monica Vitti che per lo meno una menzione la merita) perché per anni la commedia è stata dominata dagli uomini. Quindi, come fossero diversi vagoni di uno stesso, lungo treno, andiamo a ripercorrere il viaggio sul grande schermo sui binari del tragicomico. E attenzione agli schiaffoni se vi affacciate al finestrino!

1. Totò

Geniale e immediato, Totò ha raffigurato l'animo irrequieto del cinema stesso. In lui la forza della mimica facciale muta si fondeva con il gioco di parola, il senso dei gesti, il valore della maschera grottesca. I suoi film hanno definito l'arte dell'arrangiarsi, grazie ad un guizzo comico che elogiava l'improvvisazione e raccontava con ironia i sogni del popolo. Non potevamo non partire dal dettato più esilarante di sempre di Totò, Peppino e la... malafemmina, dal duetto per eccellenza (assieme a Peppino De Filippo). "Carta, calamaio e penna". Bastava poco per dire tutto.

2. Eduardo De Filippo

Non ha bisogno del cognome, perché basta dire "Eduardo" e tutti capiscono di chi stiamo parlando. Nato nel 1900 e simbolo culturale del Novecento, il drammaturgo napoletano ha vissuto soprattutto di teatro, luogo prediletto per raccontate dall'interno la miseria e la bellezza della dimensione familiare e popolare. Un intellettuale dal carattere spigoloso come il suo volto, scavato eppure pieno di amarezza. Ne L'oro di Napoli, Eduardo De Filippo è un professore che dispensa consigli e riesce a scovare la poesia anche dentro una pernacchia.

3. Vittorio De Sica

Scendere per le strade, denunciare il vero attraverso il vero, riprendere il tragico e poi digerirlo attraverso il comico. Vittorio De Sica, primo divo del nostro cinema, ha fatto tutto questo. Da regista con la presa di coscienza del Neorealismo e da interprete con la reazione della commedia all'italiana. La sua bella presenza e il portamento fiero sono state le costanti conferme di una grande compostezza, sempre concessa ai suoi personaggi. Ma sulle note di un mambo italiano, di fronte a una delle donne più belle di sempre (Sophia Loren, ovviamente), scomporsi, anche se in divisa, è inevitabile. Una scena cult di Pane, amore e..., dove il movimento del corpo e le espressioni parlano da soli.

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4. Aldo Fabrizi

Anche la rotondità sa essere appuntita e il verace Aldo Fabrizi lo ha dimostrato. Il talento tarchiato dell'attore romano ha vissuto in prima persona, come De Sica, il momento di transizione dalle tinte neorealiste all'esplosione comica, e lo ha fatto spesso vestito da personaggi umili e borbottanti. Un grande caratterista che ricordiamo in una delle sue tante uniformi, in una delle sue tipiche debolezze, nel film Un militare e mezzo.

5. Alberto Sordi

Tranne qualche parentesi più stramba (il celebre Guglielmo il Dentone de I complessi), Alberto Sordi non ha avuto bisogno di trasformazioni eclatanti per descrivere l'italiano medio, o meglio, mediocre. Anche al naturale, il faccione del grande attore romano ha delineato i connotati di individui imperfetti, antieroi di quei tempi, tutti a loro modo accessibili. Prima di passare a ruoli impegnati come ne Un borghese piccolo piccolo, Sordi è stato la miglior rappresentazione della meschinità quotidiana, del fannullone compiaciuto, ben calato dietro un amabile sorriso sornione. E dopo gli spaghetti nelle tasche di Totò in Miseria e nobiltà, anche con "Albertone" la pasta torna al centro della scena in Un americano a Roma.

6. Nino Manfredi

Accanto ad una buona dose di malinconia, negli occhi di Nino Manfredi c'era un'energia gioiosa impossibile da spegnere. Da impiegato, rappresentante o emigrante, Manfredi ha portato sul grande schermo la semplicità più ingenua dell'italiano che lottava contro le oppressioni della vita (la burocrazia, il potere, la crisi lavorativa). Dietro i celebri baffi non si rassegnava mai al disincanto, riuscendo a rendere il pubblico sempre empatico nei suoi confronti. Fiero delle sue umili origini ciociare, siamo certi che gradirebbe questo bizzarro omaggio all'umiltà dal film Vedo nudo.

7. Ugo Tognazzi

Un altro grande moschettiere della commedia italiana, il più incline al cinismo, con una passione per il doppio senso e il gioco di parola. Il savoir-faire di Ugo Tognazzi resta memorabile, ben indirizzato verso una satira arguta sull'arrivismo spietato e sul costume perbenista. Grazie a lui la critica irriverente all'Italia del boom economico trova un interprete eclettico, un prestigiatore del raggiro e dell'inganno, padre della sempre attuale supercazzola (nota persino ai sistemi operativi degli smartphone). E come prescindere da Amici miei? Un film da vedere e rivedere "come se fosse antani".

8. Vittorio Gassman

Il sorpasso sul passato, con tanto di deciso cambio di marcia della commedia all'italiana, si deve proprio a lui. Vittorio Gassman è stato l'incarnazione perfetta del vigore sfrenato e ottimista degli anni Sessanta, grazie ad un'euforia recitativa da teatrante con la quale ha giocato di continuo. Attore autoironico e personaggio complesso a luci spente, il "mattatore" era un' instancabile fabbrica di volti e di voci. Tra le tante, abbiamo scelto un memorabile cavaliere decaduto e scapigliato da L'armata Brancaleone.

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9. Marcello Mastroianni

Pare che Federico Fellini lo avesse notato "per il suo volto terribilmente ordinario". Di straordinario rimangono il fascino intrigante, l'atteggiamento quasi indolente e la capacità unica di recitare lavorando di sottrazione. Marcello Mastroianni è entrato e uscito con estrema disinvoltura dai generi e dai personaggi, allontanandosi da qualsiasi etichetta, con quella bellezza discreta, mai davvero vanitosa, che lo ha avvicinato più volte all'altro sesso. In Ieri, oggi, domani non ci si sono giunoniche donne svedesi a invitarlo nelle fontane, ma una procacità mediterranea talmente prorompente da far girare la testa. Insomma, avete capito.

10. Paolo Villaggio

Una carriera intera all'interno di un altro uomo. Se sulla carta d'identità di Paolo Villaggio ci fosse scritto "Ugo Fantozzi" nessuno ne sarebbe sorpreso, perché a lui ha regalato tutta una vita cinematografica, trasformandosi nel grigio archetipo dell'inettitudine con quella voce ovattata, il vezzo della lingua da fuori, le movenze goffe e i desideri sempre frustrati. Grande icona del nostro cinema, il ragionier Fantozzi, perseguitato da nuvole personali e sfortune paradossali, ha impersonato l'incapacità di emergere dalla mediocrità. Ma, tra partite di tennis assurde e tradimenti falliti, anche lui ha conosciuto un grandioso momento di gloria ne Il secondo tragico Fantozzi.

11. Gigi Proietti

Nonostante un cognome legato al cinema, Gigi Proietti ha fatto anche molto altro. Basta fare un giro su Youtube per capire quanto il suo talento versatile sia capace di tutto, tra imitazioni, barzellette, canzoni, aneddoti, doppiaggi (è stato la voce del primo Rocky, del genio di Aladdin e dell'ultimo Gandalf). Un panorama sterminato di istrionismo che anche sul grande schermo ha evidenziato punti di contatto con il teatro e la televisione, prendendo in giro le dinamiche della messa in scena. Così, non potevamo farci mancare il disastroso spot pubblicitario, scioglilingua compreso, del vigile Mandrake di Febbre da cavallo.

12. Carlo Verdone

Lo sguardo attento di Carlo Verdone lo ha reso simile ad una spugna. Scrutare il panorama sociale, assorbirlo, per poi impregnare i suoi personaggi con una buona dose di esasperazione. Come un camaleonte dissacrante, Verdone ha dato un volto all'ipocondria, deriso i maniaci del controllo, raffigurato la semplicità più ingenua. Tra i tanti meriti dell'autore romano c'è quello di aver riproposto in maniera sensata la struttura ad episodi che fece grande la commedia ai tempi d'oro. Nel suo caso la suddivisione in capitoli è servito come camerino per cambiare corpo di continuo. In questo carnevale, l'hippie Ruggero di Un sacco bello, sognatore accecato d'amore, vince a mani basse.

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13. Roberto Benigni

Il folle giullare del nostro cinema che, anche molto prima di diventare Pinocchio, ci ha preso per mano e catapultato in un Paese dei Balocchi tutto suo. Il genio imprevedibile di Roberto Benigni, mostro e piccolo diavolo, affonda le radici nel piacere provocatorio e recupera l'efficacia del linguaggio del corpo pur venerando la parola. Eppure la sua non è mai dissacrazione fine a se stessa, perché in ogni gesto di Benigni si nasconde la voglia di vivere e un invito alla riflessione poetica. Tra questi nostri quindici comandamenti, ecco la perfetta alchimia con Massimo Troisi in Non ci resta che piangere. Un incontro che ha l'unico difetto di essere stato l'unico. Non ci resta che ricordare e ridere.

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14. Nanni Moretti

Ci sono due figure ricorrenti nel cinema di Nanni Moretti: il regista e lo psicoanalista. In entrambi i casi il loro talento è quello di osservare, capire e carpire il senso del mondo, ovvero quello che il regista ha sempre provato a fare, guardando alla società, alla politica e al mondo della relazioni. Ma la vera costante del suo inizio di carriera risponde al nome di Michele Apicella, personaggio antologico che cambia vita ma non trova mai pace, sempre smarrito nelle sue ossessioni e nei suoi dubbi. Tutta l'intelligenza sarcastica di Moretti si spiega attraverso questo personaggio sociopatico, spettatore inguaribile e giudice passivo. Lo vediamo in una scena di Bianca.

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15. Massimo Troisi

Ha chiesto scusa per il ritardo, ha visitato altre epoche e, in effetti, nel caso di Massimo Troisi è stata tutta una questione di tempo. Il tempo della vita che con lui è stato avaro, l'assurdo tempismo con cui ci ha salutato poche ore dopo l'ultimo ciak de Il postino, ma soprattutto la rivoluzione dei tempi comici, come si può notare in questa celebre scena di Ricomincio da tre. Di Troisi ricorderemo sempre l'indecisione dialettica assieme a quella svogliatezza cronica che celava debolezze, ma invitata anche al godimento della vita, così labile e incline al cambiamento. Anche se ha provato in tutti i modi a inculcarci l'arte dell'accontentarsi col sorriso, è molto difficile non pensare a cosa sarebbe stato il cinema se non fosse andato via. A dove sarebbe arrivato quel treno della grande commedia italiana che oggi sembra essersi fermato.

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