L'impero colpisce ancora

1980, Fantascienza

I graffiti che fuggirono dal futuro

Tanto tempo fa in una galassia neanche troppo lontana uscì un film che, insieme ai suoi due sequel, rivoluzionò per sempre il concetto di cinema. Da quel momento in poi il pianeta Hollywood non fu più lo stesso...

Vincenzo Carlini

Ogni civiltà, ogni popolo ha le sue saghe. Per gli Stati Uniti Star Wars rappresenta quello che l'Iliade costituisce per i greci o quello che il Nibelungenlied rappresenta per i tedeschi e via dicendo. Il paragone, ce ne rendiamo conto, è altisonante ma, riflettendoci meglio, J.R.R. Tolkien nel campo letterario ha fatto, in tempi relativamente recenti, esattamente quello che George Lucas ha fatto nel cinema: creare una moderna epopea dal gusto antico. Infatti Star Wars non è semplicemente un film di fantascienza.
La schermata iniziale che ci proietta subito nel cosmo ("tanto tempo fa in una galassia lontana lontana...") è paradossale: si raffigura nel corso dei tre film il futuro così come ereditato dai classici del genere fantascientifico, con tutti i suoi marchingegni, le sue astronavi, le sue armi, le sue mirabolanti trovate tecnologiche, le sue creature incredibili. Eppure Lucas ci narra una storia avvenuta chissà quando e chissà come. Anzi, di un futuro lontano lontano che c'è già stato una volta e che ora, stranamente, non c'è più. O che c'è stato è che non era così brillante come poteva sembrare: il Millennium Falcon è solo un vecchio trabiccolo, così come i tanti e fantasmagorici luoghi in cui viene ambientato il film sembrano posti remoti che esistono da sempre. Ma il futuro di Star Wars è una proiezione spazio-temporale che ci fa tornare anche indietro, con i primi tre episodi usciti (l'Star Wars ep. III - Revenge of the Sith deve in realtà ancora uscire) dopo gli ultimi tre, stabilendo una vertiginosa circolarità di una saga che è come un serpente che morde perennemente la propria coda.

La mitica ed originalissima introduzione scritta, che scorre via quasi tridimensionalmente allontanandosi nelle oscurità del cosmo fino a scomparire, non è altro che un rispolverare il concetto archetipico della scrittura: dai graffiti nelle caverne (e American Graffiti è significativamente il titolo del primo grande successo di Lucas) fino alle moderne lettere passando per i geroglifici, sono i vari segni grafici a costituire il mezzo privilegiato per tramandare informazioni di generazione in generazione. Così fa Lucas per poi introdurre da subito lo spettatore nel variegato mondo di Star Wars: lo scontro aereo di apertura, adrenalinico e vertiginoso, tra i Ribelli e l'Impero è qualcosa che non si dimentica facilmente. La presunta "classicità" della Trilogia di Lucas è inoltre anche nella riscoperta da parte del regista californiano di tecniche di montaggio risalenti al cinema muto, collegando le varie scene e sequenze per mezzo di iris e tendine più consone in un film di Charlie Chaplin o di Buster Keaton piuttosto che in pellicole con droidi e creature fantastiche come protagonisti principali.

Si è detto "classicità" e si è parlato di saghe antiche come il mondo. Non a caso. Gli Stati Uniti, nazione giovane, non possono contare sul patrimonio culturale ed artistico delle civiltà più antiche. Il cinema americano è stato sin dall'inizio, oltre alla formidabile macchina da soldi hollywoodiana che ben conosciamo, anche un enorme contenitore capace di veicolare le emozioni, i sogni, la gioia, le angosce e lo scetticismo della gente. E' il cinema che per gli States ha costituito l'"arma" a disposizione dell'arte e della cultura in genere. Il western è il genere cinematografico a stelle e strisce per eccellenza e che ha codificato la sete di conquista della nuova frontiera. La fantascienza invece (genere che non ha lasciato indifferente, ad esempio, un grande maestro del "vecchio" cinema americano come Howard Hawks, co-autore insieme a Nyby de La cosa da un altro mondo) ha costituito la proiezione in avanti del sogno americano, con le sue illusioni andate a male, con la critica sociologica della modernità ma anche con la fiducia in un mondo migliore. Star Wars, con le sue visioni iperboliche, in questo discorso si colloca esattamente al di là ed allo stesso tempo all'interno di tutto il cinema americano. Star Wars è a tutti gli effetti un film post-storico che la nuova frontiera se l'è già lasciata dietro le spalle. Star Wars è una saga che frulla a velocità spasmodica il genere di partenza, la fantascienza, aggiungendo ripetutamente, come preziosi "ingredienti", da un lato la mitologia, la filosofia orientale (il concetto della Forza), i libri di Joseph Campbell (scrittore dedito ad una sorta di sincretismo culturale) e le pulsioni freudiane (l'Io corrotto di Darth Vader), e dall'altro gli stilemi tipici di tanti filoni della storia del cinema: il western (appunto), gli war movies, il kolossal, la space opera stile Flash Gordon, il musical, la screwball comedy, le avventure, il cinema giapponese (l'elmo di Darth Vader deriva da quelli degli antichi guerrieri giapponesi) e i tanti B-movies che hanno costituito il pane quotidiano per il regista americano, assiduo frequentatore in gioventù dei drive-in.

Lucas crea il suo personalissimo écran fantastique con grande confidenza della tecnica cinematografica, creando inquadrature sempre suggestive per contenuto e per forma (emblematico è l'uso di obiettivi con lunghezze focali corte e la conseguente manipolazione e la distorsione delle prospettive). Ne esce fuori una Trilogia ricchissima e al di fuori delle norme: personaggi sempre più bizzarri, più eccentrici ed incredibilmente fiabeschi (spesso a metà strada tra i terrificanti protagonisti dei quadri di Bosch e la dolcezza dei pupazzi del Muppet Show), esattamente come le scenografie (che denotano l'amore di Lucas per l'architettura classica); una storia sempre più intrigante e dove la distinzione complessiva tra razze, specie e lingue non ha importanza; mirabolanti risultati visivi in cui disperdere divertiti il proprio sguardo. Tantissime sono anche le citazioni cinefile come quella più ovvia del robot di Metropolis per la figura di C-3PO e quelle, meno ovvie, di un classico come Aleksandr Nevskij per la battaglia sui ghiacci dell'Episodio V, nonché de La fortezza nascosta di Akira Kurosawa per i due droidi (ispirati ai due contadini che seguivano da vicino le peripezie di due nobili). Han Solo doveva essere invece una sorta di omaggio a strambe creature sul tipo di quella de Il mostro della laguna nera, ma poi Lucas optò per il tipo bizzoso e spaccone impersonato alla perfezione da Harrison Ford.

La colonna sonora di John Williams inoltre è entrata di diritto nell'immaginario collettivo, grazie ai suoi temi suggestivi e scolpiti quasi wagnerianamente: infatti all'opera d'arte totale teorizzata dal grande musicista tedesco rimanda il tentativo di John Williams di creare dei veri e propri motivi conduttori legati a personaggi e situazioni. L'eco wagneriana non finisce comunque qui. Il feretro di Darth Vader verrà infatti immolato da Luke Skywalker come un antico eroe: stessa sorte tocca difatti al corpo senza vita di Siegfried ne L'Anello del Nibelungo. Ma è l'intero risultato ottenuto nel campo audio a destare ancora oggi stupore. Lucas sin dai suoi esordi ha manifestato un'attenzione quasi morbosa per il "suono" dei suoi film. In Star Wars ha scelto come tecnico del suono Ben Burt che si sbizzarrì con trovate incredibili: per la "voce" di Chewbacca fece un mix di versi di animali come trichechi, leoni, tigri e orsi (la figura di Chewbacca fu ispirata a Lucas dal suo fedele cane esquimese ma, presumiamo, anche dal grande successo ottenuto in quelli anni dalla saga de Il pianeta delle scimmie: curiosamente il trucco del "pulcioso ammasso di peli" è stato curato da Stuart Freeborn, già all'opera in 2001: Odissea nello spazio per la realizzazione, guarda caso, del trucco delle scimmie); per i teneri bip elettronici di R2-D2 usò un sintetizzatore e voci di neonati; per il respiro di Darth Vader inserì un microfono all'interno del regolatore di una bombola da subacqueo; mentre le vibrazioni prodotte dalla spada laser furono ottenute con semplici quanto efficaci interferenze prodotte con vari apparecchi elettrici. Gli effetti speciali visivi non necessitano di commenti approfonditi: Lucas su di essi ha costruito un vero e proprio impero, molto più grande e solido dell'Impero del male che i nostri eroi combattono senza tregua sullo schermo.

Grazie a questo immenso apparato narrativo, visivo e sonoro, il fascino dei tre episodi della Trilogia resta ancora immutato: Guerre Stellari ha il merito di essere il capostipite dell'epopea cinematografica di Lucas introducendo i caratteri e gli ambienti della storia con una scelta implacabilmente esatta dei tempi e dei modi; L'Impero colpisce ancora è sicuramente il film che approfondisce di più la psicologia dei personaggi (introducendo per la prima volta la figura del saggio Yoda e rivelando drammaticamente la "paternità" di Darth Vader), presentando però una incredibile battaglia sui ghiacci che fa dimenticare il finale un po' scorciato; Il ritorno dello Jedi (una piccola curiosità: Lucas pensò di affidare la regia a David Lynch che invece la rifiutò) porta a conclusione la saga nel miglior modo possibile con qualche eccessiva concessione al fiabesco (la tribù degli Ewok) ma con un finale veramente degno di questo nome: la già citata scena dell'immolazione di Darth Vader e la comparsa degli spiriti di Yoda, di Obi-Wan Kenobi e di Anakin Skywalker confermano a pieno titolo quando è già stato detto sulla moderna classicità di Star Wars (e che durerà ancora per tanto tanto tempo...).

I graffiti che fuggirono dal futuro
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