Incubi sullo schermo: i film (non solo horror) che hanno terrorizzato la redazione

Quali film vi hanno terrorizzato? Lo abbiamo chiesto ai redattori di Movieplayer.it e loro ci hanno risposto raccontandoci di film, incubi e visioni spaventose. Non mancano i classici come "L'esorcista" e "Shining", ma qualche titolo potrebbe sorprendervi.

Naomi Watts in una scena di The Ring

Il cinema è la fabbrica dei sogni, ma a volte questi sogni possono essere davvero spaventosi, tanto da lasciare un segno indelebile negli spettatori. Abbiamo chiesto ai nostri redattori qual è il film che li ha terrorizzati più di tutti, e in alcuni casi le risposte sono state spiazzanti. Non mancano gli evergreen, gli horror più iconici che terrorizzano gli spettatori ormai da decenni, come L'Esorcista o Shining, ma c'è spazio anche per titoli meno conosciuti, tra B-movies e cult imperdibili di cui avrete sentito parlare.

Anche le serie TV hanno contribuito a dar vita agli incubi più spaventosi, così come alcune pellicole che non potrebbero essere più distanti dal genere horror, ma che evidentemente sono riuscite a scardinare le nostre inquietudini più segrete. Tuttavia l'aspetto più interessante di questo excursus negli orrori cinematografici (e non) riguarda soprattutto il ruolo che la suggestione può avere sulla percezione di un determinato film. E l'orrore immaginato a volte può essere persino più spaventoso di quello che si manifesta sullo schermo.

Antonio Cuomo - Uno spavento di seconda mano

L'esorcista - una celebre scena del film

Il film che più mi ha terrorizzato in realtà non l'avevo visto. Banalmente, si tratta de L'esorcista di William Friedkin che citeranno anche altri e che ha spaventato più di una generazione, ma per aggiungere un tocco originale al mio personale terrore per quel film, va detto che è uno spavento di seconda mano, di riflesso, subìto attraverso il racconto di alcuni amici d'infanzia. Ne fui talmente impressionato da non aver mai voluto vedere il film, tanto da precipitarmi a cambiare canale in fretta e furia ogni volta che il solo promo appariva sullo schermo nei vari passaggi televisivi. Da allora di tempo ne è passato, il film l'ho finalmente visto, ma il disagio per tutte le storie di possessione resta, che sia l'Outcast di Kirkman o la serie TV tratta da The Exorcist, una sottile inquietudine permane immancabilmente.

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Antonello Rodio - Com'è oscura Venezia...

La premessa è d'obbligo: forse sarà un limite, ma non riesco mai a dimenticare che sto guardando un film e quindi difficilmente gli horror nel senso stretto del termine mi hanno fatto paura o suscitato fobie. Certo, di sobbalzi sulla sedia ce ne sono stati. Ma tutto finisce lì. Ecco perché saghe come Halloween, Venerdì 13 o Nightmare, oppure case stregate, spiriti e zombie vari, finita la pur piacevole visione, non mi hanno mai "perseguitato".

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Discorso diverso per film in cui l'orrore è psicologico, non urlato ma silenzioso. E in qualche modo dura anche dopo la visione. Cito ad esempio Il sesto senso o The Others, che però nella mia classifica del terrore finiscono dietro a un psycho-thriller datato 1973, scoperto colpevolmente sono alcuni anni fa in homevideo: A Venezia... un dicembre rosso shocking, discutibile titolo italiano per Don't Look Now.

Julie Christie in A Venezia... un dicembre rosso shocking
Donald Sutherland in Don't Look Now

Il film di Nicolas Roeg tratta del dolore di una coppia (interpretata da Julie Christie e Donald Sutherland) per la morte della figlioletta annegata nello stagno vicino casa. Un dolore che si trasforma in una folle ossessione. A terrorizzarmi è un insieme di elementi inquietanti: una Venezia oscura e angosciante, la medium cieca che dice di vedere accanto alla coppia lo spirito della bimba morta, la fugace visione nelle calli della creatura con l'impermeabile rosso (lo stesso che aveva la bimba al momento della tragedia), la chiaroveggenza, il montaggio, i flashback e i flashforward, l'uso particolare di colore e luce, la musica di Pino Donaggio, il misterioso assassino che si aggira in laguna. Un cocktail che resta disturbante anche dopo i titoli di coda.

Alessia Starace - la bambina e l'alieno

Sigourney Weaver in una sequenza di Alien

Nessuno in famiglia capiva il mio amore per l'horror. Mi guardavano con sospetto e preoccupazione intenta a divorare l'intera bibliografia di Stephen King e a mettere in fuga dalla cameretta una sorella minore impressionabile con visioni intollerabilmente inquietanti, da Ai confini della realtà - Anni '80 allo Zio Tibia fino ad arrivare a X-Files. Ma in un tempo ancora più lontano, all'origine di tutto, c'è un alieno in una notte d'inverno. Non ricordo che anno fosse ma ero molto giovane, sette o al massimo otto anni; mio padre guardava Alien con il divano tutto per sé, perché mia sorella dormiva, mia madre era scappata e io ero stata cacciata via (e dagli torto). Con il fare furtivo che i miei figli hanno ereditato, io scivolai sul tappeto al lato del divano, accanto all'ignaro genitore, mi appoggiai su un cuscino, e assorbii quanto potei di quell'avventura viscerale, atmosferica e terrificante.

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Tornai a letto tremante, con le lacrime agli occhi, convinta che lì, da qualche parte sotto il mio piumone, ci fosse il face-hugger pronto a impregnarmi; per mesi, ogni colpo di tosse mi faceva temere che il chestburster stesse per squarciarmi orrendamente il petto per poi andare a sterminare parenti e amici. Il mio caldo piumone non fu mai più accogliente. In ogni angolo buio, da allora, si cela il terrore. Il terrore è un esorcismo, un antidoto ai mali del mondo che a otto anni ti prepari ad affrontare; il terrore, in fondo, è un alieno che ti fa compagnia. E il mio non mi ha abbandonato mai.

Alien di Ridley Scott, una scena del film

Beatrice Pagan - Un ricordo sinistro

Sinister: Ethan Hawke è uno scrittore impegnato in una indagine misteriosa

Non sono mai stata una grande fan del genere horror e se penso ai film che in passato non si sono fermati a un semplice spavento istintivo ma mi hanno causato una buona dose di brividi durante la visione mi vengono in mente titoli come The Others, che mi ha letteralmente fatto saltare dalla sedia in più occasioni, o a episodi da incubo di X-Files o Twin Peaks. Negli ultimi anni c'è però stato un lungometraggio che mi ha terrorizzata, in modo inaspettato, dopo aver avuto la "brillante" idea di vederlo a causa della presenza di Ethan Hawke, da sempre uno dei miei attori preferiti. Sinister sulla carta non sembrava in grado di differenziarsi da altri progetti dedicati a spiriti malvagi che tormentano una famiglia che si trasferisce in una nuova casa infestata da spiriti malvagi. L'atmosfera tesa, i filmini disturbanti, una colonna sonora efficace e l'evidente bravura del cast e del regista sono invece riusciti a suscitare un'eccessiva dose di ansia non appena nella storia calava la luce del giorno. Un contributo significativo lo ha poi avuto il contesto in cui è avvenuta la visione, convincendomi che non è mai una buona idea vedere un horror quando si è da soli in un ambiente contraddistinti da scricchiolii e rumori dall'origine non chiara. Pur non considerandolo affatto un capolavoro del genere, Sinister rimane tuttora uno dei film che associo istintivamente al concetto di orrore e spavento, accanto a nomi come Stephen King o Alfred Hitchcock.

Chiara Apicella - La donna che visse due volte e il traumatico tema del doppio

Una premessa è d'obbligo: m'impressiono molto facilmente, ed è il motivo per cui cerco di evitare gli horror e i film che rendono eroico spegnere quella confortante lucina sul comodino. Detto questo, fin da quando sono bambina vivo con molta inquietudine il tema del doppio: che esistano un originale e una copia, e che ci si possa confondere fra i due. Deriva da un cartone animato visto al mare, ma purtroppo non ricordo quale fosse. Comunque ciò forse spiega perché da adolescente ho considerato La donna che visse due volte uno dei film più angoscianti e paurosi mai scritti. E anche adesso il mistero conturbante di Madeleine in tutta la prima parte ‒ ricordo come fosse ieri lo chignon identico a quello della bisnonna, o il suo tuffo in acqua in stato d'incoscienza ‒ si riaffaccia se vedo acconciature simili alla sua.

Kim Novak in una scena de La donna che visse due volte
Natalie Portman nel thriller Black Swan

Più o meno alla stessa età scoprii Picnic ad Hanging Rock e ne rimasi profondamente turbata: quelle fanciulle eteree disperse fra i monti chissà perché, il grido di una di loro rimasta sola, Miranda mai più ritrovata mi fecero guardare con diffidenza alle vacanze in montagna coi miei. Più recentemente, film che mi hanno terrorizzata sono Mulholland Drive (ci sono il tema del doppio e una struttura che ricorda quella disarticolata, ma per niente casuale, dei nostri stessi sogni) e Il cigno nero. Ovviamente anche The Ring: effetti facili, d'accordo, ma certe notti Samara che esce dal pozzo e la maledetta cassetta in bianco e nero ancora mi perseguitano.

Erika Sciamanna - Dall'infanzia con terrore

Una scena di Signs di Shyamalan

Non sempre ciò che è pensato per essere spaventoso ci terrorizza e non sempre ciò che è pensato per essere tenero e coccoloso suscita l'effetto sperato. Nel corso degli anni di film che mi hanno terrorizzato ce ne sono stati: dall'It del 1990 all'Esorcista, guardato in età adolescenziale e che comunque mi ha tolto il sonno per qualche notte, dagli alieni di Signs (cercate di capirmi, abito anche io in mezzo a campi coltivati) alle atmosfere isolate, desolanti e folli di Shining. Tutti gli altri purtroppo non hanno sortito l'effetto sperato, niente brividi, inquietudine e ore di sonno perse - mi dispiace Dario Argento, non me ne volere John Carpenter: nulla - o forse si, in effetti nella mia memoria c'è un film che mi ha tolto il sonno per mesi, che ha turbato i miei sogni spensierati di bambina e che ricordo tutt'ora con un certo senso di inquietudine, parlava di un piccolo e tenero alieno che aveva smarrito la via di casa, un esserino tozzo, marrone e buffo che emetteva uno dei suoni più inquietanti mai sentiti, una specie di rantolo sommesso e gutturale che sentivo ovunque, nei brontolii del frigorifero, in qualche verso di animale, nei lamenti di mia nonna per il mal di schiena; eh si caro E.T. con il tuo collo allungabile e rugoso, il tuo dito che farebbe impallidire il led di un televisore a tubo catodico hai terrorizzato la mia infanzia e devo ammetterlo: anche adesso, che di anni ne sono passati tanti, non mi piacerebbe proprio incontrarti mentre vaghi sperduto fuori casa mia al motto di "E.T.... WhatsApp... Casa".

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E.T. l'extraterrestre - una scena del film

Fabio Fusco - Favole, incubi, visioni

Il negozio di Kazanian in 'Inferno' di Dario Argento

Sin da piccolo sono sempre stato affascinato dalle storie dell'orrore, ma alla lettura delle fiabe, che trovavo eccessivamente spaventose, preferivo di gran lunga il racconto di quei film che per questioni di età non potevo ancora vedere. Ho un ricordo di mia madre che mi racconta alcune scene di Inferno di Dario Argento, che aveva visto la sera prima in televisione, e l'immagine di questa ragazza che si immerge nel silenzio di una sala sommersa dall'acqua per recuperare un mazzo di chiavi esercitò una fascinazione incredibile su di me che mi avrebbe portato prima ad immaginare, poi ad esplorare altre storie da incubo.

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Katie Featherston e Micah Sloat in una scena del film Paranormal Activity

Degli orrori vissuti da spettatore invece, ricordo di essere rimasto colpito da alcune sequenze di Frankenstein, di Terrore dallo spazio profondo - oggi rivedere il cane con volto umano, barba e sigaro (!) fa sorridere, ma vi assicuro che allora mi presi un bello spavento - e molti anni dopo, ormai da spettatore smaliziato e adulto, da Strade perdute di David Lynch, Paranormal Activity - con lo sguardo che seguiva freneticamente ogni ombra, ogni luce che si spegneva e si accendeva, qualsiasi movimento strano - poi ancora, Wolf Creek, Dark Water e un particolare episodio di X-Files di cui ho parlato altrove. Alcuni film, in maniera quasi silenziosa, hanno seminato inquietudini dalle quali ho faticato a liberarmi. Ad esempio devo ringraziare Hitchcock e Psycho se per anni ho preteso che la tenda della doccia, a casa mia, fosse trasparente.

C'è un film però, che non smetterà mai di inquietarmi e che ancora oggi faccio fatica a guardare da solo ed è Shining. Le grandi sale vuote, gli scenari che cambiano sotto gli occhi dello spettatore, le visioni terrificanti di Danny, il suo girovagare tra i corridoi dell'albergo sono solo alcuni dettagli del film di Kubrick che riescono a farmi venire la pelle d'oca solo parlandone. Di fronte al genio di Kubrick e alla sua capacità di rendere quasi tangibili le sue visioni e quelle di Stephen King, la razionalità fatica a tenere l'orrore a debita distanza.

Giuseppe Grossi - Il seggiolone ha la pappa in bocca

Shining, la scena dello specchio

La mia prima visita all'Overlook Hotel è stata inaspettata, e anche un po' indigesta. Non avevo prenotato alcuna stanza, non avevo nessuna vacanza in vista, anche perché non avevo nemmeno 2 anni. Adesso vi spiego come è andata, ma so bene che sto per chiedere un grande sforzo alla vostra sospensione dell'incredulità. Quello che state leggere è, come direbbe Han Solo dei jedi e della Forza, "vero, tutto vero".

È un sonnacchioso pomeriggio del 1987 e sono in casa con mia madre. È estate, ma nel televisore fa molto freddo perché sul piccolo schermo va in onda Shining. Tranquilli, la mia genitrice sta bene, è una madre amorevole e non ha atteggiamenti sadici nei confronti del figlio (almeno credo). Infatti il mio genitore, consapevole del film disturbante trasmesso, decide bene di sistemarmi su un seggiolone dando le spalle alla tv. Proprio come fa Wendy con il piccolo Danny, la madre protegge il suo bambino. Sempre e comunque. Ma per quanto un genitore possa sforzarsi, il terrore trova sempre modo di fare breccia nelle vite di tutti. Sì, perché davanti a quel bimbo di quasi 2 anni che sta facendo la pappa c'è uno specchio bello grande. Il che gli permette di gustarsi comunque ogni rassicurante sequenza kubrickiana, ogni corridoio, ogni gemellina, ogni ascia, ogni porta squarciata, ogni maledetto ghigno di Jack Nicholson. Sembra di essere in Inception, un incubo nell'incubo, ma fatto sta che la prima volta Shining l'ho visto così (non tutto, sia chiaro). Adesso capite perché sono stato uno dei pochi bambini a cui i tricicli non sono mai piaciuti. Grazie, mamma.

Luca Liguori - Incontri ravvicinati con un certo Bob

Incontri ravvicinati del terzo tipo, una scena del film di Spielberg

La paura è ovviamente qualcosa di molto soggettivo, e a volte ti prende in modo inaspettato e per i motivi sbagliati. Se dovessi ripensare ai primi film che in qualche modo mi hanno "terrorizzato" mi vengono in mente due pellicole spielbeghiane che più buone non si può. Il primo titolo è Incontri ravvicinati del terzo tipo, intravisto in TV in giovanissima età (ricordo lo raccontai il giorno dopo a scuola alle elementari!) - e ovviamente quello che mi colpì in quel caso fu il rapimento del bambino dentro casa, quando tutti i giocattoli incominciano a muoversi. L'altro titolo - ancora più assurdo, me ne rendo conto - fu I Goonies, anzi nemmeno il film ma il trailer. Avevo 8 anni ed è difficile dire cosa esattamente mi fece spavento (di sicuro la parte del trailer in cui Mikey rimane con la mano bloccata in una trappola o in cui vengono inseguiti in corridoi stretti da loschi figuri) ma da quel giorno passare davanti alla porta dello scantinato del palazzo in cui vivevo acquistò un significato diverso. Ovviamente visto il film il mio approccio cambiò completamente, d'altronde noi goonies "never say die".

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Se parliamo però del terrore vero ci dobbiamo spostare avanti di qualche anno e passare dal cinema alla TV. Quell'8 aprile del 1990 in cui I segreti di Twin Peaks fece il suo esordio su Canale 5 io (nemmeno tredicenne) ero nascosto dietro la porta del salone a guardare di nascosto dai miei genitori e non solo non fui affatto spaventato, ma incredibilmente affascinato. Tanto che da quel punto in poi decisi di vederlo da solo in camera senza alcun timore. Non avevo fatto i conti con Bob, con quelle improvvise apparizioni che erano il frutto della mente malata di David Lynch e che, ancora oggi, continuano a mettere alla prova il mio coraggio, la mia esperienza e la mia razionalità. Se c'è un autore che ancora oggi sa come spaventarmi è David Lynch, perché contro la sua follia non c'è alcuna possibilità di difesa.

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Frank Silva in una immagine promo per Twin Peaks

Luca Ottocento - Il perturbante in Shining: i volti, le musiche, i movimenti di macchina

Jack Nicholson in Shining

Fin dalle primissime, fluide immagini aeree a seguire la macchina di Jack Nicholson diretta verso l'Overlook Hotel, accompagnate da una disturbante musica in aperto contrasto con la bellezza dei paesaggi naturali mostrati, la cifra estetica di Shining è quella dell'inquietante. O meglio, per usare un concetto psicoanalitico freudiano cui Kubrick si ispirò, del perturbante. Nessuna pellicola mi ha turbato come il capolavoro tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King. Non si tratta di paura, sentimento che non ho mai davvero provato al cinema, ma appunto di profonda inquietudine. Quando vidi Shining per la prima volta ero adolescente e mi trovavo a casa da solo. Era pomeriggio, fuori c'era il sole e dunque mi stupii grandemente di rimanerne così scosso. In base alla mia esperienza personale, a rendere Shining un'opera sconvolgente sul piano emotivo sono soprattutto tre elementi: i volti, la musica e i movimenti della macchina da presa. Ricordo ancora nitidamente il turbamento provato quel pomeriggio di diversi anni fa al cospetto dei primi piani di Jack in preda alla follia, del piccolo Danny perseguitato dalle proprie orrorifiche visioni o di una terrorizzata Wendy, nell'ascoltare il perturbante accompagnamento sonoro e nell'osservare i magistrali ed eterogenei movimenti di macchina, funzionali a creare un'atmosfera di perenne tensione.

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Questo considerando l'opera di Kubrick solo a un livello più immediato, meno intellettuale. Durante gli studi universitari, andando oltre la superficie e interrogandomi anche sugli aspetti simbolico-metaforici del film, l'inquietudine è poi cresciuta ancora di più. E si ripresenta ancora oggi puntualmente, ogni volta che mi capita di rivedere Shining.

Max Borg - Una lunga notte di paura

Linda Blair scherza con William Friedkin sul set de L'esorcista

Il mio film da brivido è L'esorcista, non solo per il contenuto stesso ma anche per il contesto della prima visione: avevo 14 anni, e l'ho visto in VHS (faceva parte di una serie di grandi film abbinati al Corriere della Sera) insieme al mio migliore amico. A terrorizzarmi fu soprattutto l'approccio molto verosimile di William Friedkin, che collocò le immagini disturbanti in un mondo riconoscibile, tangibile, molto "reale" (caratteristica che va a farsi benedire nei sequel successivi, ma quello è un altro discorso). Quella notte faticai ad addormentarmi perché continuavo a vedere davanti a me Regan MacNeil che scendeva le scale, e verso l'alba mi svegliai spaventatissimo perché qualcosa si stava strusciando contro la mia gamba (era il gatto del mio amico).

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Altri film horror che mi hanno particolarmente segnato sono Halloween - La Notte delle Streghe, per l'efficacia del minimalismo di John Carpenter (in particolare la colonna sonora), The Wicker Man (quello del 1973, ovviamente) per l'atmosfera irreale e il finale a sorpresa e Il presagio, per la musica di Jerry Goldsmith.

Serena Catalano - Il film che non vidi

Per quanto possa sembrare paradossale, il film che più mi ha terrorizzato nella vita è uno che non ho mai visto: mi spavento molto (troppo) facilmente, quindi evito il genere per quanto possibile. Quando ero adolescente però tutti non facevano altro che parlare di The Ring, il che ovviamente mi ha portato a recuperare qualche scena, magari a casa di amici, oppure inviata per gioco tramite brevi clip video da dieci secondi che venivano riprodotte sui primi cellulari all'avanguardia. Di The Ring ricordo solo poche scene viste per caso, ma mi terrorizzò così tanto che persino durante Scary Movie mi rifugiai sotto al cuscino per tutta la parte dedicata a Samara & co. Per i miei amici tuttavia non è mai stata una novità: ho visto sotto il sedile del cinema perfino Dragonfly - Il segno della libellula, classificato come tutto tranne che horror, e il film per me più spaventoso che abbia mai visto al cinema rimane Signs di M. Night Shyamalan. Insomma datemi tutto, ma non datemi mai un horror, soprattutto a casa a luci spente, o potrei finire come quando a quindici anni saltavo sulla sedia ogni volta che squillava il telefono (nonostante i sette giorni fossero passati da un pezzo).

Una scena di The Ring di Gore Verbinski

Stefano Lo Verme - "Un vecchio amico per cena stasera"

Della grandezza di un'opera quale Il silenzio degli innocenti abbiamo avuto modo di parlare (e di scrivere) più volte, ed è una grandezza che continua a lasciarci ammirati ad ogni visione. Ma oltre a costituire un magistrale esempio di linguaggio cinematografico applicato a una trasposizione dalla narrativa (e al genere thriller), per quanto mi riguarda il capolavoro di Jonathan Demme è anche il film più autenticamente inquietante nella mia esperienza di spettatore: e non soltanto per la forza intrinseca di un intreccio raggelante e degli indimenticabili personaggi creati dalla penna di Thomas Harris. A rendere Il silenzio degli innocenti un'autentica immersione nell'orrore sono anche altri elementi: dalla capacità mimetica della cinepresa di Demme, che ci porta ad aderire in maniera pressoché totale alla prospettiva di Clarice Starling, alla ricostruzione degli ambienti, con quel perfetto amalgama fra realismo e dettagli raccapriccianti, senza dimenticare la sinistra partitura di Howard Shore o - c'è bisogno di ricordarlo? - le strepitose caratterizzazioni di Jodie Foster e Anthony Hopkins.

Jodie Foster in una scena de IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

Tutti questi sarebbero già ottimi motivi... eppure, per dissipare i brividi de Il silenzio degli innocenti non basta spegnere la TV e riaccendere le luci; quello di Demme, del resto, non è solo un thriller a base di "sobbalzi sulla poltrona". Il malessere che trasmette penetra più in profondità, ti scorre sottopelle, e nel ricordo assume l'eco delle parole di Hannibal Lecter, o le sembianze minacciose e grottesche di Buffalo Bill: l'orco che tiene segregate le sue future vittime nel proprio antro, come nella più nera delle fiabe; la mostruosa crisalide che anela a una metamorfosi atroce, e di cui Demme arriva a farci adottare il punto di vista, nella più agghiacciante delle focalizzazioni (ed è proprio quando ci troviamo nella "pelle del mostro" che l'orrore assume proporzioni insostenibili). Mentre lui, il dottor Lecter, è ancora lì che ci sfida a rivolgere lo sguardo verso gli abissi che abbiamo dentro: "Ti svegli ancora qualche volta, vero? Ti svegli al buio e senti il grido di quegli innocenti...".

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Valentina D'Amico - Un weeekend con il Re

L'Esorcista, una scena del film

L'horror che mi ha terrorizzato di più avrebbe potuto essere quello che non ho visto. O meglio, quello di cui ho rimandato la visione per anni. Pur essendomi nutrita di film dell'orrore fin dall'infanzia, sono riuscita a guardare L'esorcista di William Friedkin solo da adolescente, in tv e in versione censurata. Non proprio le condizioni ideali. Così dopo anni di letture e racconti dei compagni di classe, che illustravano con dovizia di dettagli il vomito verde e le teste che ruotano a 360°, la visione del film è risultata meno traumatica del previsto.

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L'horror che mi è rimasto più impresso, in realtà, è assai meno blasonato. A 12 anni mi sono allontanata per la prima volta da casa per una settimana, ospite di un'amica che viveva in un'altra città. Da fan sfegatate di Stephen King quali siamo, abbiamo colto l'occasione per saccheggiare il videonoleggio e guardarci un bel po' di adattamenti del Re. In una notte buia e tempestosa (in realtà era un giugno afoso, ma è così che mi piace ricordarla) abbiamo guardato Grano rosso sangue. Ho ancora chiaro il ricordo dell'auto dei due protagonisti che avanza tra i campi di grano, dei perfidi ragazzini che, dopo aver fatto a pezzi tutti gli adulti del villaggio, circondano Linda Hamilton e il suo compagno, ma soprattutto del loro capo Isaac, il bambino predicatore con la faccia da anziano la cui espressione mi ha perseguitato negli incubi per molte notti a seguire. Altrettanto raccapricciante il fatto che molte delle sequenze più pulp siano ambientate in pieno giorno, sotto il sole. Rivedendo il film a distanza di anni, l'ho trovato un B movie neppure troppo curato, ma ormai il ricordo che vive nella mia mente è quello dei 12 anni, delle notti insonni e di quei terrificanti bambini le cui facce, se ci ripenso, mi mettono i brividi ancora oggi.

Linda Hamilton in una scena di Grano Rosso Sangue (Children of the Corn)
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