Final Destination 2

2003, Horror

Recensione Final Destination 2 (2003)

Un seguito con poca originalità ed eccessi di paranoia per il più grande serial killer della storia: la Morte.

I contorti percorsi della Morte

Incuriosisce vedere come due film pressocchè uguali riescano a risultare così diversi. Parlo di Final Destination e di questo suo seguito Final Destination 2. Si tratta della dimostrazione dell'importanza dell'autore nel processo creativo, dell'importanza del "cuoco" nel mettere insieme gli ingredienti e tirar fuori qualcosa di positivo.
Pur non essendo una pietra miliare del cinema, il primo film della serie (perchè ci sono tutti i presupposti perchè una serie diventi) risultava un piacevole film horror d'intrattenimento, perfettamente equilibrato tra ironia, eccessi e tensione. Un equilibrio che non ritroviamo, purtroppo, nel suo seguito, dove David R. Ellis subentra a James Wong alla regia e la coppia Eric Bress e Jeffrey Reddick sostituisce Glen Morgan alla sceneggiatura. Morgan e Wong avevano firmato alcuni tra gli episodi più originali e folli di X-Files e la loro mano era evidente.
Questo Ellis, invece, viene da tutt'altro settore, avendo una lunga carriera di Stunt e coordinatore degli Stunt, e regista della seconda unità anche per grosse produzioni (as esempio il recente Matrix Reloaded). Anche il passato del regista è evidente tra i fotogrammi di Final Destination 2, portando il film a risultare squilibrato e troppo rivolto alla spettacolarità e la messa in scena di morti sempre più rocambolesche ed eccessive.

In definitiva, la trama è la stessa del primo film, e l'unico sforzo degli sceneggiatori è stato di inventarsi modi sempre più ingegnosi e paradossali per "preparare" il campo alla Morte e permetterle di scegliere come colpire, arrivando ad essere quasi snervanti in alcune occasioni portate troppo all'eccesso.

Non volendo infierire, dobbiamo dare atto al film di non essere del tutto da buttare: è buono dal punto di vista tecnico e, seppur miscelato peggio del suo predecessore, rimane una buona visione di puro intrattenimento per gli appassionati del genere, che si mantiene comunque su livelli più alti di altri "colleghi" dello stesso settore che affollano le sale nel periodo estivo. In modo particolare, proprio la costruzione delle sequenze di morte risulta affascinante e dimostra il buon lavoro di Ellis (meglio come stunt che come regista, evidentemente), nonostante a tratti sopra le righe.
E' un peccato che Ellis non abbia approfondito un aspetto che appare ricorrente nelle diverse sequenze del film: e cioè il sottolineare quante potenziali armi mortali ci circondino nella vita di tutti i giorni, tra elettrodomestici, gas, ascensori, lastre di vetro, fino ad arrivare ad oggetti innoqui come pesciolini di gomma. Si limita ad usarli solo per accrescere il livello di paranoia nello spettatore, mettendolo in condizione di non sapere da che parte la Morte potrà colpire, ma sarebbe stato interessante approfondire l'argomento e insinuare una paura più sottile, più duratura e meno superficiale. Un appunto, questo, che potrebbe essere rivolto a buona parte della produzione di genere americana, che sembra sempre più rivolta alla ricerca dello spavento momentaneo e al "salto sulla sedia", magari accompagnato da una sana risata mitigatrice.

Torna nel cast Ali Larter, già vista nel primo film e nome più noto del gruppo. Viene circondata da una nuova serie di coprotagonisti che fanno il loro dovere senza slanci eccessivi, ma nemmeno con scarsi risultati.

E in un film che ricalca pedissequamente la struttura del suo predecessore, non poteva mancare il colpo ad effetto finale, che fa riflettere sull'abuso che si è arrivati a farne: a volte il vero colpo di scena potrebbe essere proprio l'assenza della sorpresa finale.

Recensione Final Destination 2 (2003)
Antonio Cuomo
Redattore
3.0 3.0
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