Homeland 8x12, la recensione del finale della serie: il peso del sacrificio

Homeland 8x12, la recensione di Prisoners of War, ultimo episodio della serie con Claire Danes: un finale ad alta tensione in cui Carrie rimetterà in gioco se stessa.

Alla fine, tutto ciò che conta nella vita sono le persone di cui ti fidi.

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Homeland: Claire Danes e Mandy Patinkin

Prisoners of War: il titolo dell'episodio (oggetto della nostra recensione del finale di Homeland) è anche il titolo della serie originale israeliana firmata nel 2010 da Gideon Raff. Un anno più tardi, Howard Gordon e Alex Gansa l'avrebbero riadattata per la rete statunitense Showtime realizzando una serie che ha segnato un capitolo importante dello scorso decennio di televisione: una serie che a nove anni di distanza, dopo otto stagioni e novantasei puntate, è giunta infine a compimento, con un'ideale chiusura del cerchio. Chi sono i "prigionieri di guerra"? Se Homeland affonda le sue radici nel mistero di un ex prigioniero di guerra, il sergente Nicholas Brody, l'epilogo sembra suggerirci che i guerrieri di questo perenne conflitto, Carrie Mathison e Saul Berenson, sono forse gli autentici prigionieri, coloro che hanno abdicato alla propria libertà pur di preservare la homeland security.

Il prezzo della sicurezza

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Homeland: Claire Danes nell'episodio 8x12

È appunto il defunto Nicholas Brody ad aprire l'episodio: un flashback della video-confessione in cui l'ufficiale dei marine dichiarava i motivi che lo stavano spingendo a commettere un attentato terroristico contro il proprio paese. Un'eco del passato - e dei rimpianti - di Carrie Mathison, ma pure lo specchio dei dilemmi morali a cui la protagonista di Homeland si troverà di fronte in questo struggente finale, sceneggiato dagli stessi Gansa e Gordon e diretto dalla regista di punta della serie, Leslie Linka Glatter. Del resto, in Homeland la tensione ha sempre avuto una stretta connessione con l'etica, più che con l'azione in sé: fino a quale punto è lecito spingersi nella speranza di conseguire un bene superiore? Quanto si può mettere in gioco, e a cosa si è disposti a rinunciare, pur di evitare un danno più grave?

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Homeland: Mandy Patinkin e Claire Danes nel finale della serie

Carrie Mathison, Saul Berenson e gli altri personaggi di Homeland si sono posti domande del genere nel corso di otto stagioni: e queste domande tornano a presentarsi, con urgenza quanto mai feroce, in Prisoners of War, alla fatidica vigilia di una dichiarazione di guerra degli Stati Uniti al Pakistan. Soltanto che stavolta Carrie e Saul hanno due risposte differenti: Carrie è pronta a concedere la vita di un essere umano (o forse due) al controspionaggio russo, pur di evitare un nuovo focolaio di guerra; per Saul, al contrario, un "conflitto locale" non può compromettere l'esito della nuova Guerra Fredda fra Stati Uniti e Russia, "il nemico mortale che lentamente ma fermamente sta strangolando la nostra democrazia" (i rimandi all'attualità e al Russiagate non potrebbero essere più evidenti).

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Carrie e Saul: ultimo atto

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Homeland: una foto di Mandy Patinkin e Claire Danes

Quello che va in scena nella prima parte dell'episodio è pertanto il duello fra il mentore e l'allieva, ormai in grado di combattere ad armi pari con il maestro. Lo scontro fra Carrie e Saul, che si apre sulle note della Messa da Requiem di Mozart, è autenticamente doloroso proprio in virtù della storia che lega i due personaggi, e il 'tradimento' di Carrie ai danni di Saul costituisce l'ennesimo sacrificio pur di raggiungere un obiettivo superiore. Un sacrificio consumato non senza rimorsi e atroci sensi di colpa: la silenziosa furia di Saul, nel momento in cui si accorge di essere stato venduto ai russi; la trattenuta commozione nel dialogo fra Carrie e la sorella di Saul, Dorit; la frustrazione rabbiosa scagliata da Carrie all'indirizzo di Yevgeny Gromov: "Non so come sia stare dalla tua parte, ma ci si deve sentire molto, molto soli".

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Homeland: Tatyana Mukha nel finale della serie

La condanna alla solitudine e l'eterna disponibilità al sacrificio: è la sorte che accomuna tutti gli attori coinvolti in questo fatale gioco di spie. In casa della sorella Maggie, Carrie si aggira nella stanza di Franny, immersa nei ricordi della bambina alla quale non potrà mai fare da madre. Saul si vede tradito dalla persona a lui più cara, e poche ore più tardi dovrà ascoltare al telefono le ultime parole dell'altra sua agente di fiducia, la traduttrice Anna Pomerantseva, spia infiltrata al Cremlino e costretta, con impassibile stoicismo, a puntarsi una pistola alla tempia e premere il grilletto, pochi istanti prima di cadere in mano ai russi. Il senso di sconfitta che grava sui protagonisti di Homeland, in questo series finale, non potrebbe essere più cupo e opprimente, al di là di una guerra sventata per un soffio.

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Homeland: Claire Danes e Costa Ronin nel finale della serie

Con Carrie e Saul, Claire Danes e Mandy Patinkin hanno avuto l'opportunità di costruire, un episodio dopo l'altro, due personaggi magnifici, invariabilmente capaci di suscitare la nostra empatia. In Prisoners of War il loro rapporto giunge a un punto di rottura, che li traghetterà fino a quell'epilogo ambientato due anni dopo gli avvenimenti narrati. Scopriamo così che Carrie ora vive a Mosca come una rifugiata politica (sulla parete del suo studio, fra innumerevoli ritagli di articoli, campeggia non a caso una foto di Edward Snowden), sembra condividere un sereno ménage con il suo ex avversario Yevgeny e ha appena dato alle stampe un libro autobiografico dal titolo emblematico, Tyranny of Secrets: Why I Had to Betray My Country, dedicato alla sua Franny. E una copia del volume arriverà direttamente nelle mani di Saul Berenson, passando per il medesimo canale adoperato da Anna Pomerantseva per inviare informazioni riservate dal Cremlino alla CIA.

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Homeland: Claire Danes nel finale della serie

È l'ultimo colpo di scena di Homeland, la sua perfetta chiusura del cerchio: l'emozione che affiora sul volto di Saul Berenson mentre stringe fra le mani quel libro e cerca avidamente al suo interno, fino ad estrarne un messaggio segreto. Si tratta dell'estremo sacrificio di Carrie: raccogliere l'eredità della Pomerantseva, tenere in vita la collaborazione con Saul e continuare a servire il proprio paese: proprio lì, dall'altra parte della barricata, indossando la maschera del 'nemico'. Non c'è bisogno di altre parole, né di ulteriori spiegazioni: il compimento della parabola di Carrie, e dell'intera serie, è sublimato dalla luce che si riaccende all'improvviso negli occhi di Saul e, in contemporanea, dal sorriso sul volto di Carrie nella penombra di un teatro, al ritmo inafferrabile di una sinfonia jazz.

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Conclusioni

E con la recensione di Homeland 8x12 si concludono anche i nostri commenti a proposito di una delle migliori serie del decennio appena trascorso. Quest’ottava stagione non si è dimostrata sempre del tutto all’altezza degli standard stabiliti in passato, specialmente se confrontata ai due primi, inarrivabili capitoli; ciò nonostante, Carrie Mathison è rimasta una delle eroine più complesse e affascinanti nel panorama della TV, e Prisoners of War rappresenta una conclusione davvero magnifica del suo travagliato percorso, così come di quello condotto accanto a lei da Saul Berenson. Anche per merito, vale la pena ricordarlo, di una coppia di interpreti straordinari.

Movieplayer.it
4.5/5
Voto medio
4.9/5

Perché ci piace

  • L’impeccabile coerenza del percorso narrativo di Carrie Mathison, con un epilogo emblematico e commovente.
  • Il sapiente equilibrio fra dramma, suspense ed emozione che caratterizza l’intero episodio.
  • Le potenti interpretazioni di Claire Danes e Mandy Patinkin, in particolare nel loro tesissimo faccia a faccia.
  • La perfetta chiusura del cerchio affidata al montaggio parallelo della scena finale.

Cosa non va

  • Un’ottava stagione che, nel complesso, non si è dimostrata del tutto all’altezza dei migliori capitoli della serie.