Helena Bonham Carter: "Il mio amore per l'Italia è molto radicato"

In occasione della celebrazione dei trent'anni dall'uscita di "Camera con vista", il film di James Ivory che la lanciò nel mondo del cinema, abbiamo incontrato a Firenze l'attrice brittanica Helena Bonham Carter.

Le ultime foto la mostrano a New York, dove ha filmato Ocean's Eight, spinoff tutto al femminile della saga di Danny Ocean. È in un vagone della metropolitana: con lei ci sono Anne Hathaway, Sandra Bullock, Cate Blanchett, Sarah Paulson e Rihanna.
In un'altra foto, è con Anne Hathaway, e stanno ridendo. Lei ha un giacchetto nero, i capelli biondi, e un pugnale in mano. In altre foto, esce da un taxi per andare sul set, i capelli scompigliati, l'aria di chi ha fretta di andare al lavoro. In un'altra, scatta selfie alle altre componenti del cast. E al posto del pugnale ha un cellulare rosa.
Trentadue anni fa, Helena aveva i capelli neri, e in mano non aveva pugnali né cellulari, ma un ombrellino prendisole. Una ragazzina con vestiti e trine da primo Novecento, mentre girava - a Firenze - il film Camera con vista di James Ivory. Interpretava una ragazzina di buona famiglia che si ritrovava baciata, all'improvviso, da chi non avrebbe dovuto farlo. La sua vita, nel film, prendeva una piega inattesa. E la sua carriera, al cinema, iniziava. Alla grande.

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Per tutti, Helena Bonham Carter è Bellatrix Lestrange della saga di Harry Potter: in Harry Potter e l'ordine della Fenice, in Harry Potter e il principe mezzosangue e nei due film finali della saga. Ma la sua carriera era già eccezionale. Tre titoli su tutti: Frankenstein di Mary Shelley di Kenneth Branagh, La dea dell'amore di Woody Allen, Fight Club di David Fincher. E poi, tanti film dell'ex compagno Tim Burton: da Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie a Big fish - Le storie di una vita incredibile, da La fabbrica di cioccolato a La sposa cadavere. Conquista due candidature all'Oscar, per Le ali dell'amore e per Il discorso del re. Nel 2009, il "Times" la designa come la più grande attrice britannica di tutti i tempi.

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La incontriamo a Firenze, dove torna per le celebrazioni dei trent'anni di Camera con vista. Celebrazioni in effetti un po' tardive, poiché il film uscì in Italia nell'ottobre 1986, cioè trentun anni fa. Ma non sottilizziamo. Vedere lei, Julian Sands e James Ivory sul palco può anche valere un ritardo di dodici mesi. Quando entra nel salottino dell'intervista, porta vestiti stravaganti, svolazzi neri, zeppe. Gli occhi nerissimi, vividi. Cinquant'anni che sembrano dieci di meno. Una famiglia importante, la sua, importantissima: il bisnonno fu il primo ministro Henry Asquith; il nonno, Eduardo de Callejòn, fu una specie di Schindler spagnolo, che salvò la vita a migliaia di ebrei. Lei, a tredici anni, aveva già vinto un concorso di poesia. Con i soldi del premio si pagò il primo book fotografico. E pochi anni dopo fu Camera con vista.

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Camera con vista e le angosce di una giovane attrice

Le ha cambiato la vita, quel film?

Sì, totalmente. Ma non è stata solo una cosa positiva. Al contrario, è stata durissima.

In che senso durissima?

Mi sono ritrovata famosa da un giorno all'altro, a vent'anni, mentre io ancora non ero neppure sicura di voler fare l'attrice; pensavo che fosse un incidente di percorso, e che magari poi avrei proseguito a studiare all'università.

Invece è diventata prestissimo una star.

Le dico una cosa: ho ritrovato, poco tempo fa, il diario che tenevo allora. È il diario di una ragazza angosciata. Per me, quel film non è stato un successo. Dal punto di vista personale, dico. Quando mi sono rivista, mi sono detestata.

Come ha vissuto lo star system?

Ho compreso presto che quella sensazione, quell'angoscia, gli attori la provano sempre; da un film all'altro, ho continuato a odiarmi in tutti i ruoli che facevo. Ho fatto tanti film, ma non mi sono mai sentita parte di un 'sistema'. All'inizio, poi, ero emotivamente fragilissima. Per fortuna, c'è qualcuno che mi ha adottato.

Fu James Ivory ad "adottarla"?

Sì: lui e tutta la 'famiglia' con cui faceva i film, il produttore Ismail Merchant, la sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala. Ero la 'piccola' della famiglia, e loro mi hanno protetta, amata, tranquillizzata.

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Ocean's Eight, 55 Steps e il cinema italiano

Recentemente ha recitato con un cast stellare in "Ocean's Eight", uno spin off al femminile di "Ocean's Eleven". Che cosa può dire al riguardo?

Poco, come può immaginare. Posso dire che la sceneggiatura era straordinaria, un grande script in assoluto, e soprattutto una grande storia per le donne. Ironica, divertente, intelligente. Era la prima volta che mi sono trovata a recitare con un cast tutto femminile, e di questo livello: Sandra Bullock, Cate Blanchett, Anne Hathaway... è stata una grande esperienza, con otto attrici strepitose. Sandra Bullock è la sorella di Debbie Ocean - che nella saga 'maschile' era interpretato da George Clooney, qui coproduttore del film.

Ha interpretato anche "55 Steps" con la regia di Bille August. Di che cosa si tratta?

È un film basato su una storia vera, accaduta negli anni '80. La storia di una donna, Eleanor Riese, paziente nell'unità psichiatrica di un ospedale di San Francisco. Il film racconta il rapporto fra questo personaggio, che interpreto io, e una avvocatessa per i diritti dei pazienti, interpretata da Hilary Swank. Ognuno trasformerà la vita dell'altra. Eleanor Riese arrivò a fare causa all'ospedale che la aveva in cura, combattendo una battaglia importantissima per il trattamento dei malati mentali negli Stati Uniti.

Sono passati trentun anni da "Camera con vista". Ma lei ha mantenuto un rapporto stretto con il cinema in Italia...

Sì: ho lavorato in Monteriano - Dove gli angeli non osano metter piede, insieme a Giovanni Guidelli; ho lavorato con Fiorella Infascelli in La maschera, con Liliana Cavani in Francesco e con Franco Zeffirelli. È vero che gli inglesi amano sempre l'Italia, ma nel mio caso questo amore è davvero radicato. La mia famiglia aveva anche una casa ad Arcetri, sulle colline di Firenze.

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