The Prestige: 5 magie che ne fanno il miglior film di Christopher Nolan

Sofisticato, allegorico, complesso ma non complicato, il quinto film del regista londinese è forse tra i più sottovalutati degli anni Duemila. A dieci anni esatti dalla sua uscita, proviamo a svelare il trucco di questo spettacolare numero cinematografico.

Una scena d'atmosfera di The Prestige
Una scena d'atmosfera di The Prestige

Ogni film magico è composto da tre parti o atti. La prima parte è chiamata "la promessa". Il regista ci mostra qualcosa di ordinario: dei personaggi, una trama, un'ambientazione, un intreccio. Ci mostra questi soggetti e, magari, ci chiede di ispezionarli, guardarli bene, di controllare che siano davvero reali, inalterati, normali. Ma ovviamente è probabile che non lo siano. Il secondo atto è chiamato "la svolta". Il regista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ora noi staremo cercando il segreto, ma non lo troveremo, perché in realtà non stiamo davvero guardando. Noi non vogliamo saperlo, perché vogliamo essere ingannati. Ma ancora non applaudiamo. Perché far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ecco perché ogni film di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo "il prestigio". Adesso, forse, vi starete chiedendo perché mai abbiamo iniziato questo articolo con le stesse parole che aprono (e chiudono) The Prestige. La risposta è nel film stesso, in quell'intricata pellicola che non ti fa più distinguere tra realtà e finzione, verità e messa in scena.

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A dieci anni esatti dalla sua uscita, siamo ancora incantati dal meraviglioso numero cinematografico di Christopher Nolan, irrimediabilmente legati, come gli illusionisti prigionieri nelle vasche, ad un'opera metanarrativa che parla di magia per raccontare il senso dello spettacolo, che presenta una rivalità tra prestigiatori per dare forma solida all'ossessione più nera. Eppure, nonostante il suo valore assoluto, la sua portata allegorica e la cura maniacale per ogni minimo dettaglio scenico, il quinto film del regista britannico non gode della fama che merita. Uscito in sordina agli sgoccioli del 2006 e, almeno in Italia, spesso confuso con il quasi contemporaneo (e più modesto) The Illusionist, The Prestige ci appare ancora più prezioso proprio perché troppo spesso dimenticato, accantonato in un angolo a favore dei più scintillanti Inception, Interstellar e Il cavaliere oscuro.

Hugh Jackman in una scena ddel film 'The Prestige'
Hugh Jackman in una scena ddel film 'The Prestige'

La cosa sorprende perché il film, tratto dall'omonimo romanzo di Christopher Priest, non solo ha un cast di prim'ordine, ma arriva in un momento in cui la filmografia di Nolan è in pieno decollo, dopo il sorprendente Memento, l'intrigante Insomnia e la consacrazione commerciale di Batman Begins. Tutto questo non salva The Prestige da uno strano destino: amato dai fan più fedeli al regista, snobbato dai premi più importanti (solo 2 nomination agli Oscar), adorato da una nicchia di spettatori. Probabilmente sfavorita dal genere "insolito" a cui appartiene, la pellicola nolaniana rispetta infatti i principali canoni delle rare opere steampunk, con la sua ambientazione vittoriana all'interno della quale si inseriscono elementi tecnologici anacronistici, avanzati e fantascientifici. Adesso è giunto il tempo di levare il sipario su questo capolavoro e di seguire il fondamentale consiglio che appare sulla locandina: "Stai guardando attentamente?". E allora scrutiamo nelle pieghe (e nelle piaghe dolorose) di The Prestige, dentro quel film in cui la magia del cinema non conosce trucchi.

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1. Un cast prestigioso

Hugh Jackman e Christian Bale in una scena di 'The Prestige'
Hugh Jackman e Christian Bale in una scena di 'The Prestige'

Siamo in una fumosa Londra di fine Ottocento, ma del cuore d'Inghilterra non scorgeremo mai ampie panoramiche o campi lunghi, perché Nolan preferisce soffermarsi sui palcoscenici, sulle botteghe, dietro le quinte, dando alla sua regia un'impostazione teatrale, incuneata dentro polverosi interni. Al regista interessano i personaggi, lui vuole rimanere addosso ai suoi grandi attori. The Prestige è dedicato a uomini di spettacolo e si serve di loro grazie ad un cast eccezionale anche nei ruoli più marginali. Hugh Jackman e Christian Bale, entrambi costretti al doppio ruolo, danno vita ad una rivalità spietata, alimentata da caratteri opposti, visioni del mondo radicalmente diverse e una presenza scenica in grado di svelarne i caratteri. L'Angier di Jackman è elegante, razionale, rancoroso. Il Borden di Bale è rozzo, istintivo, rabbioso. A fare da ago della bilancia tra i due illusionisti in eterna combutta c'è il solito, straordinario Michael Caine, spalla saggia, maestro di vita, complice (in) consapevole di entrambi, che alla fine si dimostra essere quasi il giudice morale della vicenda.

Hugh Jackman, Michael Caine in una scena di 'The Prestige'
Hugh Jackman, Michael Caine in una scena di 'The Prestige'

Al fianco dei due ingombranti uomini di scena ci sono Scarlett Johansson e Rebecca Hall (future amiche in Vicky Cristina Barcelona); le loro Olivia e Sarah sono donne molto diverse (più imponente la prima, più fragile la seconda), ma entrambe denunciano l'egoismo dei loro amanti troppo presi da se stessi. E se a Andy Serkis bastano poche scene per far notare il suo fedele aiutante, è davvero impossibile dimenticare l'ispirata scelta di David Bowie per il ruolo di Nikolas Tesla. Rincorso e pregato da Nolan per l'accettazione della parte, il Duca Bianco sembra quasi recitare se stesso, nelle vesti di un uomo acuto, sfuggente, un'entità quasi metafisica che manifesta da lontano gli echi del suo genio.

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2. Sino all'ultimo Abra Kadabra: la rivalità ossessiva

Hugh Jackman in una scena del film 'The Prestige'
Hugh Jackman in una scena del film 'The Prestige'

Sguardi sgranati, fiati perduti, persone che affogano in scena o dietro le quinte. Tutto nasce da una vasca piena d'acqua, tutto finisce in una vasca piena d'acqua. In mezzo alle morti di Julia (moglie di Angier) e di Angier stesso, c'è il duello infinito tra due vecchi (mai) amici, inizialmente uniti da una passione comune e poi dilaniati dall'invidia, dal dolore, da una rivalità distruttiva e logorante per entrambi. Come due Ulisse mai sazi di valicare i limiti della conoscenza e delle umane possibilità, Angier e Borden vanno molto al di là del semplice duello sul piano personale, perché loro non sono soltanto due prestigiatori in guerra tra loro, ma il simbolo di due idee molto diverse di spettacolo. A Borden interessa catturare l'attenzione del pubblico, fare tutti prigionieri del suo incredibile segreto, del mistero che ogni suo numero fa nascere negli occhi di guarda. Borden, quindi, è sostanzialmente un egoista che vuole nutrirsi della curiosità altrui; un uomo che vive l'illusionismo come un fardello, che fa della magia un vanto personale, un motivo per schernire gli altri (come fa con le guardie in prigione) e per elevarsi al di sopra della massa.

Christian Bale in una scena di 'The Prestige'
Christian Bale in una scena di 'The Prestige'

Angier, al contrario, nonostante goda sempre in maniera egocentrica del successo e soffra gli inchini fatti sotto il palcoscenico, è un vero uomo di teatro, intenzionato ad alimentare la meraviglia del pubblico. Ogni suo numero intende creare stupore nella platea, restituire piacere estetico, regalare anche un solo attimo di estasi condivisa, ed è per questo che "Il Grande Danton" cura meglio del suo antagonista tanti aspetti scenografici con maggior cura e dedizione. Tra i loro garbi e i loro screzi, la grandezza di The Prestige risiede proprio nel non prendere posizione. Senza mai schierarsi a favore dell'uno o contro l'altro, Nolan sospende il giudizio per far vincere il suo film.

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Il pubblico conosce la verità. Il mondo è semplice, miserabile, solido, del tutto reale. Ma se riuscivi a ingannarli anche per un secondo, allora potevi sorprenderli

3. La parola chiave è il metodo: una struttura perfetta

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Ogni storia è un percorso. Ogni racconto ha un punto di partenza, un cammino da seguire e un traguardo. Ci sono film che sono strade lineari, altri che assomigliano a vicoli tortuosi e poi ci sono i labirinti di Casa Nolan (chi segue Westworld di Jonathan Nolan e sua moglie Lisa Joy riconoscerà il marchio di fabbrica familiare). Più architetto che semplice regista, il buon Christopher ama costruire impalcature narrative ardite dentro cui sfidare lo spettatore a trovare la via. Se Memento tenta l'azzardo di iniziare con la fine e finire con l'inizio del film, Inception e Interstellar disorientano e frastornano per i loro salti spazio-temporali e le loro matrioske cinematografiche, obbligando (non che sia un male, anzi) il pubblico ad una seconda o terza visione per tentare di comprendere tutto al meglio. The Prestige, invece, fa qualcosa di più. The Prestige ammalia, tesse lentamente la sua tela con una storia per niente lineare, sconnessa, complessa ma non complicata. Mentre Angier cerca per tutto il film la parola chiave per interpretare il diario di Borden, lo spettatore agogna l'ennesima soluzione che alla fine arriva eccome. Alla fine tutto torna, ogni cosa trova posto e senso grazie ad un finale esplicativo, sorprendente e appagante. Il prestigio irrompe sulla scena ed è la capacità di chiudere il cerchio con maestria. Un cerchio magico, ovviamente.

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L'ossessione è un gioco che si fa da giovani

4. L'amore, il dolore, le donne

Rebecca Hall in una scena di 'The Prestige'
Rebecca Hall in una scena di 'The Prestige'

I detrattori di Nolan avanzano spesso due accuse: quello di proporre un cinema prettamente maschile e quello di preferire il ragionamento alle emozioni. Bene, The Prestige le fa scomparire entrambe. È vero che Nolan predilige protagonisti uomini; il che non presuppone il fatto che le donne siano figure incolori, anzi. Laddove l'uomo agisce, la donna è spesso motore della sua azione, senso del suo incedere. Una moglie da vendicare (Memento), una figlia da cui tornare (Interstellar), un vecchio amore da riconquistare (Il Cavaliere Oscuro). Si intuisce che per Nolan l'amore sia destinato alla distanza, all'impossibilità del suo esistere, alla dannazione. Succede anche in The Prestige dove i personaggi di Olivia e Sarah fungono da fondamentali cartine tornasole degli errori e delle frustrazioni maschili.

Hugh Jackman, Michael Caine e Scarlett Johansson in una scena di 'The Prestige'
Hugh Jackman, Michael Caine e Scarlett Johansson in una scena di 'The Prestige'

Olivia lascia Angier e poi Borden; Sarah, esasperata da una vita passata con due uomini creduti per anni una sola persona, arriva persino al suicidio; lei che ogni giorno doveva capire se un "ti amo" fosse autentico oppure no. L'addio delle due amanti è il dazio pagato dai due illusionisti, posti davanti ai loro limiti come mariti e come padri, alla ricerca della gratificazione della gente, ma poco attenti all'amore di chi supporta e sopporta i loro continui turbamenti. Così, tra pubblico e privato, The Prestige affonda il colpo nel tessuto emotivo di uomini incapaci di essere mariti, padri, qualcosa di diverso dal loro smisurato ego. E sfidiamo chiunque a non provare qualche brivido quando, nella scena finale, il prestigio coincide con un padre che riappare davanti a sua figlia. Con quel cenno d'intesa leggerissimo tra Caine e Bale che quasi preannuncia un futuro saluto sulle rive dell'Arno: quello a Firenze, tra Alfred e Bruce Wayne.

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5. La magia nel cinema, la magia del cinema

Hugh Jackman con Christian Bale in una scena di 'The Prestige'
Hugh Jackman con Christian Bale in una scena di 'The Prestige'

In un periodo in bilico tra le certezze del Positivismo e i dubbi della nascente dottrina freudiana, la magia, perfetto ago della bilancia tra illusione e realtà, tra trucco ed inganno, sembra essere un compromesso socialmente accettabile. Però sono anni in cui un'altra arte immaginifica muove i primi passi e Nolan, anche senza parlarne, il cinema non l'ha affatto dimenticato. The Prestige crea una grande e vistosa allegoria dove illusionismo e arte cinematografica sono legati con un bel nodo a prova di Houdini. I prestigiatori sono i registi, i numeri sono i film, la magia è una proiezione. Con quest'opera metaforica Nolan sembra scrivere il manifesto della sua poetica, un testamento vivissimo e pulsante dove dichiara con grande passione il suo senso dello spettacolo. Per fare grande cinema ci vuole il sacrificio di Borden, bisogna rischiare di alienarsi come Angier, sporcarsi le mani e sognare sempre nuove meraviglie, senza perdere di vista il vero destinatario di tutto questo: il pubblico. Un pubblico che va stimolato, sorpreso, mai assecondato e accarezzato con i soliti cilindri e banali fazzoletti. No. La platea va smossa e a noi spettatori spetta il compito di conservare e abbracciare questa magia. Quella dove non sempre è tutto chiaro, in cui il trucco c'è e non per questo dev'essere sempre spiegato. Perché forse ha davvero ragione Nolan: il cinema e la magia sono fratelli gemelli.