Il trono di spade

2011 - ....

HBO oggi, la crisi della televisione “d’autore”

Il celeberrimo canale via cavo non è più il gigante indiscusso d'un tempo, né a livello artistico né sul piano mediatico. Ecco le nostre osservazioni su questo (parziale) declino.

"It's Not TV, It's HBO". Uno slogan che per gli appassionati di televisione, non solo in America, è teoricamente sinonimo di alta qualità: Sex and the City, I Soprano, Six Feet Under, The Wire, Band of Brothers, tutti programmi introdotti dal caratteristico logo di HBO (Home Box Office), il canale via cavo lanciato nel 1972 e che dalla fine degli anni Ottanta si è fatto un nome nella produzione di programmi seriali originali. Ancora oggi continua a dominare conversazioni legate alla cultura popolare grazie al fenomeno de Il trono di spade, ma quello è sostanzialmente un caso isolato in un panorama televisivo dove la concorrenza è rappresentata non solo da nuove forme narrative come il binge-watching offerto da piattaforme come Netflix, ma anche da canali basic cable - praticamente la Serie B rispetto ai canali premium cable come HBO e Showtime - come AMC (Breaking Bad, Mad Men) e FX (The Americans, Fargo).

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Il Trono di Spade: l'attore Kit Harington pronto per la battaglia in Battle of the Bastards

Una sorta di declino che per certi versi è iniziato dieci anni fa e sul quale ci sembra opportuno riflettere, dal momento che nel giro di due anni, in teoria, il canale che ci ha regalato Tony Soprano, Nate Fisher e Jimmy McNulty sarà orfano di Tyrion Lannister e degli altri abitanti di Westeros, e dovrà quindi avere a portata di mano un altro show capace di conquistare critica e pubblico con la stessa autorità.

C'era una volta il western...

Kristin Davis, Cynthia Nixon, Kim Cattral e Sarah Jessica Parker in una foto promozionale per Sex and the City

Nel suo libro Difficult Men, sulla rivoluzione narrativa nella serialità cable, il giornalista Brett Martin sostiene che il primo danno serio - e visibile dall'esterno - al brand della HBO sia stato la cancellazione di Deadwood, il cui ultimo episodio è andato in onda il 27 agosto 2006. Una decisione dolorosa quanto necessaria e comprensibile a livello amministrativo e finanziario (gli ascolti erano troppo bassi rispetto alle spese di produzione, e un accordo preesistente tra lo showrunner David Milch e la Paramount fece sì che la HBO non intascasse neanche un centesimo dei guadagni internazionali), comunque capace di sfatare il mito di una realtà produttiva diversa dai canali TV tradizionali (la cancellazione di Carnivale un anno prima passò più inosservata poiché quella serie non era amatissima quanto il prodotto "medio" di HBO all'epoca).

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Va anche sottolineato che proprio nel 2006 stava volgendo al termine quella che può essere considerata l'epoca d'oro del gigante cable: Sex and the City e Six Feet Under avevano già lasciato gli schermi (così come lo aveva fatto un serial meno noto, ma non per questo meno ammirevole come Oz), mentre I Soprano e The Wire stavano esalando gli ultimi respiri, con gli episodi conclusivi dietro l'angolo o quasi. E quello che è arrivato dopo non solo è stato di qualità discontinua, ma anche indice di una tendenza piuttosto allarmante.

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I soliti noti

I Soprano: James Gandolfini ed Edie Falco in una scena della serie

"David Chase, ricordiamolo, aveva solo lavorato per i network. Eravamo arrivati ad un punto in cui non avremmo ascoltato una proposta sua. Non sarebbe stato al nostro livello". Così si esprime Michael Lombardo, presidente della programmazione di HBO dal 2007 fino al 19 maggio di quest'anno, nel succitato Difficult Men. Ed è una constatazione alquanto inquietante, dato che David Chase, dopo anni passati a scrivere per serie non proprio eccelse, ha comunque partorito I Soprano, dimostrando che il curriculum può essere ingannevole, soprattutto nella televisione americana.

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Un dettaglio che però alla "nuova" HBO, invincibile ed autoriale, interessava poco, come dimostra la sua tendenza di dare il via a progetti solo se sono legati a nomi prestigiosi e/o veterani del canale. Della seconda categoria fanno parte Alan Ball (True Blood, l'unico vero campione d'incassi post-Soprano fino all'arrivo de Il trono di spade), David Simon (Treme) e soprattutto David Milch, che dopo la fine di Deadwood ha avuto sfortune sempre maggiori con John from Cincinnati e Luck, entrambi soppressi dopo una sola stagione.

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Vinyl: Bobby Cannavale e Olivia Wilde in una scena della serie

Nel primo gruppo ritroviamo invece Christopher Guest (il cui Family Tree è durato appena otto episodi), Aaron Sorkin (che con The Newsroom non ha saputo replicare, a livello mediatico e di ascolti, la magia di West Wing), Judd Apatow (produttore esecutivo di Girls, fenomeno di nicchia del corso attuale della HBO) e soprattutto Martin Scorsese, che dopo aver prodotto Boardwalk Empire - L'impero del crimine per cinque anni e diretto il primo episodio ci ha riprovato, sempre insieme allo sceneggiatore Terence Winter, con Vinyl.

E proprio quest'ultimo esempio è emblematico in termini dell'approccio della HBO fino all'uscita di scena di Lombardo: spese esorbitanti per programmi in apparenza di alto livello che poi rischiano di scomparire dopo il primo ciclo di episodi (Vinyl è stato prima rinnovato, poi privato di Winter in qualità di showrunner, e infine cancellato). Ora aspettiamo al varco Westworld, segnato da varie difficoltà in fase di produzione, mentre problemi di budget hanno portato alla soppressione definitiva, prima che fosse andato in onda un solo episodio, di ben due progetti che vantavano la regia di David Fincher.

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Rifiuti scottanti

Jon Hamm in una scena di For Those Who Think Young di Mad Men

Questa politica elitista del canale ha anche portato ad alcuni rifiuti che, col senno di poi, non fanno fare una bella figura alla HBO. Se nei primi anni 2000 l'unico possibile rimpianto poteva essere Desperate Housewives - I segreti di Wisteria Lane (respinto perché la premessa ricordava un po' troppo il pilot di Six Feet Under), nell'ultimo decennio ciò è accaduto con altri prodotti cable (basic, ma pur sempre cable), che hanno saputo trovare successo altrove. Parliamo di serie come Sons of Anarchy (il cui creatore Kurt Sutter descrive il proprio incontro con i dirigenti della HBO come un'esperienza a dir poco bizzarra, poiché era impossibile capire di cosa stessero pensando i suoi interlocutori), Breaking Bad e soprattutto Mad Men, il cui percorso trionfale su AMC è ancora più umiliante se si considera che Matthew Weiner era un pupillo di David Chase, il quale si stupì - giustamente - di essere completamente ignorato quando elogiò la sceneggiatura del serial sulla pubblicità negli anni Sessanta (la stessa sceneggiatura che lo convinse, tra l'altro, ad assumere Weiner per le ultime due stagioni de I Soprano).

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Breaking Bad: Bryan Cranston nell'episodio Riserva indiana (To'hajiilee)

Il curioso caso di True Detective

True Detective: Woody Harrelson e Matthew McConaughey nell'episodio The Long Bright Dark

Due anni fa sembrava che la serie creata da Nic Pizzolatto, un crime drama antologico dalle atmosfere ipnotiche, fosse in grado di ripristinare una fetta sostanziosa del prestigio della HBO, con una prima stagione acclamata ed amata da tutti. Poi è arrivato il secondo ciclo di episodi, talmente deludente che, durante il suo monologo d'apertura alla serata degli Emmy lo scorso anno, Andy Samberg ha scherzosamente affermato: "Abbiamo detto addio a True Detective, nonostante vada ancora in onda."

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Un divario qualitativo che si spiega tramite l'approccio discutibile del canale: per la prima annata, Pizzolatto ha avuto a disposizione quasi due anni dalla firma del contratto alla messa in onda (e gli episodi erano tutti già praticamente scritti quando ha stretto l'accordo), mentre la seconda ha avuto una gestazione dai ritmi più simili a quelli di un network tradizionale, con idee che sono arrivate sullo schermo senza essere state portate completamente a termine. Ecco perché, per un'eventuale terza stagione, True Detective sta adottando il metodo Curb Your Enthusiasm (che dovrebbe tornare il prossimo anno, dopo una pausa che dura dal 2011): la serie tornerà, ma solo quando il suo creatore sentirà che è il momento giusto.

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Per fortuna c'è il Trono

Il Trono di Spade: Jon Snow è il Re del Nord in The Winds of Winter

In mezzo a cotanta indecisione ed ambizione mal riposta, un lume di speranza rimane: Il trono di spade. L'adattamento della saga fantasy di George R.R. Martin continua a battere record d'ascolti e conquistare nuove orde di fan, inclusi i votanti degli Emmy, assicurando la buona salute generale della HBO.
A questo vanno aggiunte anche le miniserie, da sempre un marchio di fabbrica molto affidabile, come hanno dimostrato opere eccelse come Mildred Pierce, Olive Kitteridge, Show Me a Hero, e più di recente The Jinx: The Life and Deaths of Robert Durst lo scorso anno e in queste settimane The Night Of (anche se in questo caso la possibilità di trasformarlo retroattivamente in un progetto a lungo termine c'è, stando allo sceneggiatore Steven Zaillian).

Senza dimenticare i film, anch'essi capaci di attirare nomi di un certo livello e di trattare tematiche importanti come le molestie sessuali sul posto di lavoro (Confirmation) o le sfide affrontate dal neo-eletto Lyndon Johnson nel 1963 (All the Way).

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Novità in arrivo?

Le sorti della HBO possono migliorare? Assolutamente sì, e non può che fare bene la ventata di novità arrivata negli ultimi mesi, con l'uscita di scena di Lombardo e l'arrivo del successore Casey Bloys, che negli ultimi anni ha contribuito al lancio di programmi come Veep, Silicon Valley e Last Week Tonight With John Oliver, ma anche e soprattutto l'espansione del canale affiliato Cinemax nella produzione di serie originali come Banshee e The Knick. Nelle sue mani, la programmazione della HBO è capacissima di tornare agli antichi fasti, a patto che, come con il promettente e imminente Westworld, ci sia la volontà di rischiare anziché puntare prevalentemente sul brand legato ai nomi dietro le quinte, e far sì che, ancora una volta, quello storico slogan torni ad avere un significato forte per chiunque ami la serialità televisiva americana.

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