Ogni maledetta domenica

1999, Drammatico

Recensione Ogni maledetta domenica (1999)

Abbracciando il punto di vista di Tony D'Amato che, pur schiacciato fra tensioni e pressioni di ogni tipo, tiene alti valori come integrità e onore, Stone firma l'ennesima opera dura e pura, ben girata e sostenuta da ottime interpretazioni, che corre però il rischio di riproporre cliché scontati sulle dinamiche umane e professionali del football, mancando di cogliere la complessità della realtà.

Guerra di nervi

Per Oliver Stone l'America e, più in generale, il mondo sono coinvolti in una guerra continua, che non si limita allo scenario bellico combattuto con le armi e gli eserciti, come in Platoon e Nato il quattro luglio, ma si ripercuote nei meandri della vita civile, economica, politica e culturale, dal palcoscenico di un concerto rock (quello di Jim Morrison in The Doors) all'ufficio di un operatore di borsa (Wall Street) fino alle aule di un tribunale (quello in cui si muove il procuratore distrettuale Jim Garrison in JFK - Un caso ancora aperto).

La battaglia - d'interessi, di potere, ma soprattutto di corpi - invade quindi anche i campi di gioco dell'NFL, la lega professionistica di football americano, sport che, insieme al baseball, veicola e amplifica vizi e virtù della società statunitense. Anzi, si può affermare che l'intento di Stone sia quello di far assurgere il football a cartina tornasole nella quale leggere i destini dell'intero mondo occidentale: il football è un rito che necessita, per sopravvivere, adepti fedeli e regole prestabilite; una rappresentazione simbolica della violenza che fermenta, a volte esplodendo, nella quotidianità. Non è collaterale il fatto che tale rappresentazione avvenga sul terreno di uno stadio, non discostandosi poi molto dalla corsa delle bighe in Ben Hur, la cui celebre sequenza è dichiaratamente esibita nel discorso filmico.

Tony D'Amato (Al Pacino), head coach dell'attacco dei Miami Sharks, è un allenatore integro e fiero dei propri principi, ma in crisi con la squadra e la famiglia. Si trova, infatti, a dover fronteggiare un campionato in salita, dal momento in cui perde per infortunio il quarterback titolare, il veterano Jack "Cap" Rooney (Dennis Quaid), e i suoi schemi di gioco sono osteggiati dalla nuova presidentessa Christina Pagniacci (Cameron Diaz), che ha ereditato la proprietà del team dal padre ormai scomparso.
Quando anche il secondo quarterback è costretto a saltare delle partite, ecco che ad emergere improvvisamente è il giovane e talentuoso Will Beaman (un Jamie Foxx alle prime armi) che stupisce manager, stampa e tifosi con delle inattese prestazioni, conquistando il posto di titolare. Ma la strada per Tony è tutt'altro che spianata: i suoi contrasti con Beaman, nel frattempo diventato una star da copertina, dedito più ai party e ai video musicali che non alla squadra, alimentano le tensioni all'interno dello spogliatoio e non agevolano il cammino dei Miami Sharks verso le semifinali...

Lo scheletro narrativo del film imbastisce tutta una serie di opposizioni, di natura sessuale, generazionale, razziale: la contrapposizione primaria s'instaura tra la visione del football di Toni D'Amato, per il quale la squadra è un culto al quale offrire impegno, sacrificio e abnegazione, e quella di Christina Pagniacci, attenta esclusivamente ai profitti e agli interessi economici, e che quindi vede nello sport solo una fonte di business. L'individualismo contro il senso del gruppo, contro il bene comune (ed è in questo dualismo che viene sviscerato il lato più politicizzato di Oliver Stone). Il loro conflitto racchiude poi altri significati: Christina, in quanto donna d'affari in un mondo popolato da uomini, intende farsi valere a tutti i costi, agendo senza scrupoli contro i retaggi del proprio passato, quando a comandare era il padre defunto. Per la rampante imprenditrice Tony è un mobile antico, un oggetto scomodo e ingombrante da sostituire al più presto.

Oliver Stone mostra, inoltre, il parallelismo tra la parabola discendente di Cap Rooney, l'amato e rispettato quarterback bianco, il cui infortunio a 39 anni mette seriamente in discussione il prosieguo della carriera, e l'ascesa del promettente atleta di colore Beaman; il regista evidenzia i differenti comportamenti dei due medici della squadra, uno - interpretato da James Woods - soggiogato dai soldi, e per questi pronto a sacrificare la salute dei giocatori, e l'altro (Matthew Modine) idealista, preoccupato innanzitutto della sicurezza dei giocatori.

Ricorrendo a gru telecomandate e macchine da presa particolarmente leggere, posizionate sui corpi dei giocatori, Stone trasporta lo spettatore nel cuore delle azioni, con riprese adrenaliniche e spettacolari, potenziate da una colonna sonora e musicale frastornanti. Se però il linguaggio visivo restituisce la crudezza dello scontro, rendendo credibile l'accostamento del football con l'arena dei gladiatori, è lo schematismo con la quale sono tratteggiati situazioni e personaggi a penalizzare, in ultima istanza, il film. Stone taglia con l'accetta l'universo che ha scelto di delineare, con la conseguenza di non sfumare i contorni e distribuire considerazioni più ovvie che pregnanti.

Abbracciando il punto di vista di Tony D'Amato che, pur schiacciato fra tensioni e pressioni di ogni tipo, tiene alti valori come integrità e onore, Stone firma l'ennesima opera dura e pura, ben girata e sostenuta da ottime interpretazioni, che corre però il rischio di riproporre cliché scontati sulle dinamiche umane e professionali del football, mancando di cogliere la complessità della realtà.

Recensione Ogni maledetta domenica (1999)
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