Güeros: la rivoluzione e l’alienazione a Città del Messico

L'esordio alla regia, potente e autoriale, del messicano Ruizpalacios, è uno sguardo alla storia e e alla confusione giovanile.

Güeros: la rivoluzione e l’alienazione a Città...
Güeros

2014 – Drammatico
4.0 4.0

È un esordio potente e molto autorale, quello del messicano Alonso Ruizpalacios. Pluripremiato (Miglior opera prima a Berlino, Miglior fotografia al Tribeca, Miglior nuovo autore all'AFI), realizzato in un bianco e nero chiarissimo, inondato dal sole messicano, legato a una fetta di storia che ha profondamente segnato gli anni successivi, e interpretato da attori non famosi, belli ma non così carini da diventare teen idol.

Güeros: un'immagine tratta dal film

Un lavoro che è il frutto di tanto nutrimento cinematografico e culturale in genere, che moltiplica i quadri, che cita autori da ogni parte del mondo, soprattutto dall'Europa e dall'estremo oriente. Diretto e sincero come solo un esordiente di cinematografie "minori" sa fare, oggi.

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1999: un anno storico per i giovani messicani

Güeros: Sebastián Aguirre in un momento del film

"Essere giovani e non essere rivoluzionari è una contraddizione", recita il claim del film. È una frase che ricorreva nel 1999 a Città del Messico, alla UNAM. Gli studenti occuparono l'Università Nazionale Autonoma e bloccarono tutte le attività didattiche per circa un anno. Da una protesta simbolica scaturì il più grande movimento studentesco della loro storia, disarticolato e diviso al suo interno, a seguito del quale ci furono molti scontri e una gran quantità di persone che non capirono quale fosse il loro scopo nella vita. I protagonisti di Güeros, due fratelli e due loro amici, sentono molto forte questo disagio. In particolare il maggiore, Federico, che è preda di continui attacchi di panico definiti "la tigre" per quanto sono aggressivi. Con in quadrature ravvicinate sui volti, dettagli ipertrofici di sguardi, di labbra, di gocce di sudore, Ruizpalacios inserisce lo spettatore dritto dentro queste ansie implacabili, dentro ai dubbi e alle incertezze, le paure in una città disomogenea e incomprensibile. L'audio è rumoroso e altissimo, fatto di suoni sporchi, graffianti, metallici, di respiri affannosi e ossessivi, come se una inquietante musica punk incrociasse un corteo di protesta che percuote bidoni di ferro. Ed è esattamente come si sentono i protagonisti.

Alla ricerca di valori perduti

Güeros: Sebastián Aguirre, Tenoch Huerta e Leonardo Ortizgris in una scena del film

Güeros significa bianco di carnagione, biondo. Un po' come "gringo", e parimenti è spesso usato in un'accezione di insulto. Tomàs e Federico iniziano il loro cammino alla ricerca di Epigmenio, un cantautore che ascoltavano sempre con il padre da piccoli. Hanno una musicassetta da far autografare e hanno scoperto che, sparito dalla ribalta da anni, ora il loro idolo è ricoverato in ospedale. Ma Epigmenio è fuggito. Inizia così quello che, giustamente, è stato definito un road movie, ma non nel senso nordamericano del termine. Questo viaggio su strada, a bordo di un'auto alla quale succedono molte cose, è una fuga da fermi, all'interno della stessa città. Non a caso, spesso i personaggi si chiedono "Dove siamo?", e la risposte è sempre "A Città del Messico".
Un logo eterogeneo e terra di nessuno, popolato da giovani di diverse età senza uno scopo e sole nel profondo.

Güeros: un'immagine del film
Güeros: Sebastián Aguirre in una scena del film

Ma questo peregrinare non è solo la ricerca di un cantante, a cui scattare una foto con un'automatica e rubare uno scarabocchio: Epigmenio è l'ultimo baluardo, il simbolo, la metafora di tutto quello che questi quattro giovani (ci sono anche l'amico Santos e la ribelle Ana, indimenticato ex amore di Federico) hanno perduto perché è scivolato loro dalle dita prima che potessero anche solo accorgesene o comprendere. Nel monologo di Federico è racchiuso il senso della loro ricerca. Senso che prende veramente forma nelle loro menti solo nel momento in cui si vanifica: quelle canzoni significano qualcosa, erano ciò che davvero valeva. E che ora si riduce a un sorriso amaro. O, forse, a una speranza.

Federica Aliano
Redattore
3.0 3.0
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