Recensione Hairspray (2007)

Un regista solitamente mediocre come Shankman azzecca il film giusto, grazie alle sue origini di coreografo, a un buon soggetto e a un'ottima schiera di attori.

Grasso è trascinante

Hollywood-Broadway-Hollywood. È ancora questo il percorso seguito dal genere musical in questo decennio, dopo l'esempio di The Producers - Una gaia commedia neonazista, ispirato a un testo teatrale che a sua volta aveva preso spunto da un cult di Mel Brooks. L'operazione all'origine di questo Hairspray è in fondo simile: nel 1988 il mai dimenticato John Waters aveva portato per la prima volta sullo schermo questa trascinante storia di musica, amicizia e diversità, poi trasformata in un musical di grande successo nel 2002 (vincitore di otto Tony Awards) e ora tornata al cinema in questa nuova versione diretta da Adam Shankman, che si avvale di un cast sfavillante.
La storia è incentrata sulle vicende della giovane Tracy Turnblad, adolescente grassoccia ma dal carattere solare, che vede avverarsi il sogno della sua vita quando viene scritturata per il seguitissimo programma musicale Corny Collins Show. Tracy, che non è granché incoraggiata da sua madre Edna in questa impresa, dovrà guardarsi dall'ostracismo della perfida Velma Von Tussle, che vuole sua figlia Amber come protagonista assoluta dello show: ma presto, per la ragazza, sboccerà anche l'amore, insieme alla presa di coscienza di cosa voglia dire sentirsi, realmente, "diversi".

La gradevolezza del film può stupire se si considerano i precedenti di Shankman, autore di dimenticabilissime commedie quali Prima o poi mi sposo o Un ciclone in casa: ma il tutto diviene più comprensibile alla luce delle origini del regista, coreografo di successo prima ancora di approdare a Hollywood. Per una volta, quindi, un regista solitamente mediocre azzecca il film "giusto", grazie anche a un soggetto già bello e pronto, seguito quasi filologicamente (ma sempre con un occhio all'adeguamento del materiale dell'"irriverente" Waters a un pubblico più vasto), e a una schiera di interpreti di primissima scelta: a colpire l'occhio è ovviamente, in primo luogo, un John Travolta che ben si appropria del ruolo femminile della grassa Edna, ma anche l'efficacissima Michelle Pfeiffer nei panni dell'odiosa Velma, i comprimari di lusso Queen Latifah e Christopher Walken (divertente, e soprattutto divertita, la sua interpretazione del marito di Edna), ma soprattutto la sorprendente esordiente Nikki Blonsky, vera protagonista e "mattatrice" del film, con una presenza fisica che finisce per oscurare anche i più navigati colleghi.

Il principale punto di forza del film sono ovviamente i numeri musicali, ottimamente coreografati e realmente trascinanti, ben integrati in una sceneggiatura che fa della linearità la sua caratteristica principale. Nelle sequenze musicate sembra di sentire quasi fisicamente il clima del periodo, quella spensieratezza adolescenziale che sta tuttavia per trasformarsi in una più matura presa di coscienza, in una nuova consapevolezza dei problemi dell'America anni '60, primo fra tutti quello della discriminazione razziale. La regia si affida quindi, soprattutto, all'impatto visivo e sonoro dei numeri coreografici, gestendo senza grossi affanni il doppio registro (ora più scanzonato, ora più "impegnato") dello script, e lasciando grande libertà ai bravissimi interpreti.

Movieplayer.it

3.0/5