Grindhouse - A prova di morte

2007, Azione

Gli splendidi anni '70 di Grindhouse - A prova di morte

A prova di morte non è solo un insieme di citazioni, è puro amore verso il cinema: Tarantino mastica i suoi film preferiti e li risputa in un concentrato di bellezza visiva e attualizzazione dei generi di incredibile qualità.

Stefano Leonforte

A proposito del nuovo film di Quentin Tarantino, Grindhouse - A prova di morte, è stato scritto di tutto. In rete e sui giornali si leggono recensioni più o meno positive, alcuni urlano al capolavoro, altri lo stroncano senza pietà; nei forum le discussioni si fanno sempre più accese e intanto gli incassi calano vertiginosamente. È il destino di Tarantino questo: dividere e alimentare dibattiti ad ogni nuovo film, una capacità di divedere il pubblico tra estimatori adoranti e detrattori a prescindere che lo eleva ancora di più a icona del cinema moderno. Jackie Brown è stato ingiustamente sottovalutato, ma tutti si aspettavano una copia di Pulp Fiction, Kill Bill (distribuito in vol. 1 e vol. 2) è stato amato visceralmente e odiato con altrettanta forza, ma rimane senza ombra di dubbio uno dei film più belli e importanti della storia del cinema. Non è solo un insieme di citazioni, è puro amore verso il cinema: Tarantino mastica i suoi film preferiti e li risputa in un concentrato di bellezza visiva e attualizzazione dei generi di incredibile qualità.

All'interno della filmografia del regista, Grindhouse - A prova di morte si può accostare proprio a Kill Bill, ma merita comunque un discorso a parte. L'idea iniziale di omaggiare gli slasher movies (sostituendo alle armi da taglio una macchina) è rispettata per gran parte del film, ma poi muta nel rimaneggiamento di altri generi e sottogeneri, di altri film e di altre fonti di ispirazione, a creare quello che è soprattutto un omaggio all'arte cinema.
L'amore (condivisibile) del regista per gli anni settanta e per le proiezioni grindhouse emerge da subito: la sigla Our Feature Presentation, fotogrammi mancanti, pellicola rovinata, la macchina di Stuntman Mike che, non fosse per il teschio disegnato sul cofano, sembrerebbe uscita da un poliziottesco italiano. Come al solito la scelta delle musiche è magistrale, nei titoli di testa The last race di Jack Nitzsche a commentare primi piani di piedi femminili e la soggettiva della macchina di Stuntman Mike che corre con effetto fluido e veloce lungo la strada texana, poi una prima parte ambientata al Texas Chili Parlor dove Tarantino coccola un vecchio Juke Box da cui escono Baby it's you degli Smith (Jungle Julia che si scatena fumando una sigaretta), Jeepster dei T Rex, Good love bad love di Eddie Floyd, Staggolee dei Pacific Gas & Electric (Stuntman Mike che divora il suo piatto di Nachos grande), fino a Joe Tex con The love you save (May be your own).

Il locale diventa un universo fermo agli anni settanta che il regista costruisce con poster, luci e colori (la fotografia curata dallo stesso Tarantino è splendida), salvo poi stupire inserendo l'oggetto moderno per eccellenza: il cellulare. Questo viene addirittura ripreso in dettaglio nella scena in cui Jungle Julia scambia messaggi con Chris Simonson; Tarantino sembra volerci ricordare che siamo nel presente, nel moderno, nell'era dei cellulari appunto, e così il Texas Chili Parlor acquista ancora
di più un significato di omaggio per un'epoca che rivista oggi è certamente più affascinante della nostra, più colorata, più veloce, più divertente. Inoltre, tra un sms e l'altro il regista inserisce la bellissima Sally and Jack di Pino Donaggio, originariamente nel film Blow out di Brian De Palma: passato e moderno che si incontrano ancora. Le espressioni delle giovani che ascoltano le serie nelle quali ha lavorato Stuntman Mike pongono ancora l'accento su questo rapporto, Pam e le altre non conoscono Il Virginiano, Vegas e nemmeno Gavilan, lasciando Mike deluso e incredulo.

Il genio di Tarantino nell'associare musica e immagini si conferma ancora durante la lap dance di Vanessa Ferlito. Dopo un dialogo già entrato nella memoria dei tarantiniani convinti (in cui spicca la poesia "The woods are lovely dark and deep, and I have promises to keep, and miles to go before I sleep" recitata in modo perfetto da Kurt Russell) "Butterfly" accetta di fare la lap dance per Stuntman Mike, e la canzone Down in Mexico dei The Coasters asseconda ottimamente una delle scene più sensuali degli ultimi tempi: la Ferlito accarezza Mike, gli si avvicina, si fa toccare, il tutto sotto gli occhi divertiti di Pam e degli altri personaggi del locale. Questa scena non è presente nella versione americana del film (il famigerato Grindhouse, con Planet terror di Rodriguez più i finti trailer a completare il film di oltre tre ore), sostituita dalla scritta Reel Missing, altro trucco teso a ricreare un'atmosfera da proiezione scadente, alla grindhouse appunto, vera e propria esperienza che a noi europei viene negata. Altra grande differenza tra le due versioni l'aggiunta per il mercato europeo del rullo in bianco e nero e di tutta la
scena che precede l'arrivo in aereo di Zoe Bell. Originariamente, il finale di dialogo tra il ranger Earl McGraw e figlio numero 1 (un gradito ritorno) faceva da sottofondo alle immagini di Stuntman Mike che scatta le foto alle ragazze, poi uno stacco di montaggio ci portava nell'auto dove inizia la lunga conversazione tra Zoe e le altre. Migliore il montaggio europeo (Tarantino ha più volte ribadito che il vero A prova di morte è quello presentato in concorso a Cannes), con la parte in bianco e nero in cui Mike si imbatte in Abernathy, Kim e Lee, e gioca con i piedi che escono dal finestrino di Rosario Dawson. Ancora citazioni: sull'auto gialla e nera (i colori predominanti nel finale di Kill Bill vol. 1) è stampata in rosa la scritta Pussy Wagon, la suoneria del cellulare di Abernathy è Twisted Nerve di Bernard Hermann (ancora Kill Bill vol. 1), quando Abby cerca un giornale al negozio la macchina da presa inquadra un numero di Fangoria e numerose riviste sul cinema (moltissime foto del Maria Antonietta della Coppola), Lee canticchia la già sentita Baby it's you ascoltandola con l'iPod (ancora un elemento modernissimo). Tornati al colore si nota inoltre la differenza con la prima parte del film, ambientata quasi completamente di notte con una prevalenza per il blu (la scena sotto la pioggia al Texas Chili Parlor, le luci del locale), mentre ora è pieno giorno, altra ambientazione, colori caldi e vivaci in un mondo coloratissimo (le bottiglie in ordine
perfetto del negozio). Non siamo più (solo) nel territorio dello slasher, dopo aver regalato un incidente d'auto tra i migliori di sempre (montato da quattro punti di vista, truculento al punto giusto, anticipato da Hold Tight di Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick and Tich sparata a tutto volume) Tarantino si sposta verso i film sui motori seventies (tra l'altro citati nei dialoghi del film), Punto zero, Zozza Mary Pazzo Gary e Fuori in sessanta secondi ("quello vero, non quella cazzata con Angelina Jolie!") contrapposti a Bella in rosa. Macchine e motori, belle ragazze scatenate che ricordano moltissimo i film di Russ Meyer, ma anche una costruzione da rape & revenge, con le parti che si invertono tra vittime e carnefice in un finale di pura azione.

Nell''incredibile inseguimento finale con auto moderne costrette a lasciare strada ai bolidi anni settanta dei protagonisti, la musica torna quella del cinema italiano: il tema di Italia a mano armata di Franco Micalizzi (tipico del poliziottesco italiano anche il motociclista sbalzato dalla moto). Nella già citata scena in cui Mike scatta le foto alle sue prossime vittime è inserita (nella versione europea) Violenza inattesa di Ennio Morricone, tratta da L'uccello con le piume di cristallo, opera prima di Dario Argento; è quindi un continuo giocare attorno alla storia del cinema di genere, una ennesima dichiarazione d'amore eseguita con grande intelligenza e rigore stilistico.
Tarantino ci mostra anche la tecnica delle mezzelenti, mettendo a fuoco il primo piano di Kim e allo stesso tempo la figura intera di Zoe alle sue spalle, con la leggera sfuocatura centrale a indicare appunto questo trucco usato spesso da Fulci (soprattutto in Beatrice Cenci).

Quello che avvicina A prova di morte al capolavoro però, è il restare comunque a tutti gli effetti un film di Tarantino. Il regista omaggia vari generi, ma non si ferma qui, riesce nell'intento di ricreare l'atmosfera anni settanta, di fare un film di genere a tutti gli effetti, ma allo stesso tempo inserisce il suo stile personale, che in questo caso si manifesta in lunghissimi dialoghi apparentemente inutili.
Jungle Julia e le amiche parlano in macchina di ragazzi, di erba, di serate al lago (condendo la conversazione con svariati "cazzo"), al Texas Chili Parlor Stuntman Mike e Pam discutono di alcool, di bar e di vecchie serie televisive, poi ancora lo scambio di battute tra Mike e "Butterfly"; nella seconda parte Abernathy, Zoe, Kim e Lee discutono ancora di ragazzi, di macchine veloci, di film, di pistole, di serate divertenti (il rave all'aperto nelle Filippine), di massaggi ai piedi. Questi
lunghissimi dialoghi e monologhi non erano presenti nei film a cui Tarantino si ispira, ma fanno parte della scrittura tipica del regista americano, riscontrabile in tutti i suoi film (anche in Kill Bill vol. 1 dove comunque è meno marcata). Eppure non ci si annoia, sono dialoghi che fanno avvicinare ai personaggi, ce li mostrano sotto diverse angolazioni e ce li fanno amare, i personaggi di Tarantino non sono mai finti, e questo è una qualità davvero rara.

A prova di morte è un film concepito con una struttura slasher, a cui nella seconda metà si aggiungono venature di rape & revenge, inseguimenti da poliziottesco, western e l'exploitation di Russ Meyer, ma allo stesso tempo Tarantino dirige con uno stile completamente diverso rispetto a queste ispirazioni, uno stile fatto di parole che il regista sembra migliorare e aggiornare di film in film, e per il quale continuerà inevitabilmente a dividere.
Ma è veramente difficile non apprezzare la qualità di un film realizzato con passione, inventiva e intelligenza, e che rimarrà sicuramente nella storia del cinema.

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