Missing

2008, Fantastico

Recensione Missing (2008)

E' sbagliato e superficiale definire Missing un film horror: sotto la patina della più classica ghost story, il film di Tsui è in realtà un intensissimo melodramma fantastico.

Gli abissi del cuore

Non si deve mai peccare di superficialità, quando ci si approccia all'opera di un regista come Tsui Hark. Tra i più importanti e influenti cineasti (non solo in Asia) degli ultimi trent'anni, il maestro di Hong Kong mantiene infatti una cifra personale anche nei suoi film meno riusciti (vedi la sfortunata parentesi hollywoodiana), segno di una statura autoriale che sta ancora aspettando (e sarebbe il caso di muoversi, viene da dire) il giusto riconoscimento internazionale. Per questa sua ormai penultima fatica (il nuovo Not All Women Are Bad è quasi ultimato) il regista cantonese ha sofferto un fraintendimento simile a quello già subito col suo recente, e ambiziosissimo, Seven Swords: là avevamo un film che usciva a rimorchio dei concettualmente lontanissimi wuxia di Zhang Yimou, e che ad essi veniva affrettatamente ed erroneamente accostato; qui una pellicola dalla apparente patina horror che ha risentito della generale involuzione delle ghost story orientali negli ultimi anni, finendo per esserne in gran parte risucchiata.

Eppure, è sbagliato definire Missing un film horror, anche se del genere ha la coloritura esterna e parte dei meccanismi narrativi. Nonostante la trama muova da un canovaccio di tipo sovrannaturale (un giovane morto in circostanze drammatiche, la sua compagna che inizia ad avvertire - e vedere - presenze inquietanti, un misterioso evento del passato che riaffiora) è il melò il genere a cui fare più decisamente riferimento nel valutare il film, un melò contaminato da una serie di riflessioni sulla contemporaneità e sulla necessità di una diversa impostazione dei rapporti sociali. Nella prima metà del film, Tsui segue con apparente fedeltà le regole del genere, riproponendone tutti i topoi e gli stereotipi (inserendo persino un'evidente citazione del The Eye dei fratelli Pang, con cui il film condivide la protagonista Angelica Lee), e facendosene quasi beffe per il modo letterale e pedissequo con cui li restituisce allo spettatore. Pur non mancando i momenti più propriamente orrorifici, sembra trattarsi di semplici concessioni al gusto popolare (elemento che, è bene ricordarlo, non è mai mancato nel cinema di Hong Kong) e a ciò che resta del fenomeno della "ringumania". Le riprese acquatiche (su cui svettano gli splendidi titoli di testa), i totali sulle masse erranti e prive di identità, le riflessioni sulle nevrosi della contemporaneità: tutto questo sembra raccontare invero un film diverso, avvertibile appena sotto la superficie, che contrappone una visione fortemente pessimistica della società moderna, segnata da patologie psichiche legate a un modello squilibrato e non umano di sviluppo, al sogno di un Eden a misura d'uomo, in cui la creatività possa finalmente esprimersi grazie a un diverso rapporto tra uomo e uomo, e tra uomo e ambiente.

L'inattesa svolta che la trama compie a metà film spazza via quasi completamente l'elemento orrorifico, restituendo (pre)potentemente il film alla dimensione del melodramma: un genere che il regista di Hong Kong ha già dimostrato, in passato, di saper padroneggiare perfettamente. La lunga odissea interiore della protagonista, vera e propria immersione negli abissi dell'inconscio contrapposti a quelli, sognati, della città sottomarina, porta infine il personaggio a una consapevolezza (quasi) totale che si tradurrà in una scelta inevitabile. La seconda parte del film accompagna lentamente lo spettatore verso un finale di grande forza melodrammatica, in cui il cerchio (qui simboleggiato dal più classico dei pegni d'amore) infine si chiude, le promesse vengono mantenute e l'acqua assurge finalmente a simbolo di purificazione. Mentre le immagini dei titoli di coda riempiono lo schermo, sulle note dell'intenso tema principale del film, il cuore si gonfia di emozione e ci si dimenticano i pur presenti squilibri nella narrazione, come le lungaggini avvertibili nella seconda parte: la potenza della concezione filmica di Tsui ha avuto ancora una volta la meglio, e in questi abissi, quelli del cuore, si sprofonda più che volentieri.

Recensione Missing (2008)
Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
Privacy Policy