Blob, fluido mortale

1958, Commedia

Recensione Blob, fluido mortale (1958)

'Blob, fluido mortale' è uno di quei cult movies della fantascienza americana degli anni '50 che tematizzano, privandola però di una forma, la subdola invisibilità del pericolo comunista della Guerra Fredda.

Vincenzo Carlini

Gelatina rossa sul pianeta USA

Blob è termine entrato nell'accezione comune grazie alla geniale trasmissione televisiva ideata da Enrico Ghezzi e Marco Giusti. Prima ancora era invece il titolo di un B-movie di fantascienza (Blob, fluido mortale) che, come parecchie opere della fantascienza americana degli anni '50, traduceva su grande schermo la paura maccartista degli States al cospetto del "monolite" comunista. Di "Serie B" qui invero comincia ad esserci ben poco, visto che nel film di Irvin S. Yeaworth Jr. (come in altri capisaldi della Science Fiction americana anni '50) iniziano ad avvistarsi i primi sintomi di un impegno e di un modo di fare cinema fantastico sempre più avulso da un contesto essenzialmente da Drive-in.

A differenza degli altri esseri alieni del periodo però, in Blob, fluido mortale la strana creatura non ha un volto, non ha un corpo ben definito e non ha scopi evidenti se non quello di sopravvivere. Questo ammasso informe con l'aspetto di una specie di gelatina, diventa sempre più enorme e sempre più rosso (non casualmente) inglobando in sé le vittime terrestri. La metafora politico-sociale è forte (con il finale che "raggela" il nemico nella Guerra Fredda in corso). Come quella della sala cinematografica che si svuota di colpo per essere "riempita" da quella massa poltigliosa (molto più terrificante del film interpretato da Bela Lugosi che si stava proiettando). E come quella del protagonista che, certo di aver visto quella "cosa" uccidere il dottore, non ne ha la matematica certezza. E da qui si potrebbe dare il via alle tante congetture sulla crisi del visibile che è ancora di estrema attualità nella critica cinematografica contemporanea.

La "Serie B" di appartenenza è comunque salva a causa di una regia deficitaria in parecchi momenti (il rifiuto incomprensibile della regola del campo/controcampo in alcune sequenze e la supponenza dei dialoghi) e per il sano disimpegno che può scorgersi sulle facce e sui gesti dei protagonisti. Un Steve McQueen (anche in Blob, fluido mortale ritratto con il vizio per le auto) che fuma di nascosto, e disinvoltamente, durante la ripresa di una scena (il fumo deborda dal fuoricampo dove la star hollywoodiana avrebbe voluto confinarlo). Una folla talmente impaurita dal blob da rivolgere risolini divertiti mentre scappa verso la macchina da presa. In una notte, tra l'altro, davvero troppo lunga: notare l'improbabile presenza di bambini per quella che dovrebbe essere l'ultima proiezione giornaliera.

Tacciamo invece sugli effetti speciali decisamente d'annata e a tratti cartoonistici. Perché è proprio questa artigianalità genuinamente kitsch nel modo di fare cinema a far amare, ancora oggi, la categoria dei B-movies da una larga fetta di pubblico e da molti addetti ai lavori. Si, perché sforzandosi un pochino, i due protagonisti asserragliati all'interno della stiva refrigerante e il blob che straripa dalle porte del cinematografo, possono ricordare spunti analoghi presenti in Shining. La cantina dell'Home Baking è come quella di Signs. Il negozio del papà di Steve è il supermarket di Zombi. O forse siamo confusi un po' anche noi su quello che abbiamo visto? Certo è che la parola fine non appartiene al mondo dei B-Movies. Al limite potrà avere la forma di un punto interrogativo...

Recensione Blob, fluido mortale (1958)
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