Identità

2003, Thriller

Recensione Identità (2003)

Cambia registro per l'ennesima volta il regista James Mangold, che nel corso della sua carriera ha attraversato con i suoi film generi cinematografici molto diversi.

Federico Gironi

Frammenti di cinema

Cambia registro per l'ennesima volta il regista James Mangold, che nel corso della sua carriera ha attraversato con i suoi film generi cinematografici molto diversi: dal dramma a sfondo familiare (Dolly's Restaurant) a quello psico-ospedaliero (Ragazze interrotte), dal poliziesco neo-noir (Cop Land) alla commedia romantica (Kate & Leopold).
Questa volta Mangold ha deciso di cimentarsi nel thriller, nel thriller psicologico per essere esatti, partendo da una sceneggiatura di Michael Cooney: è nato così Identità.

La notte prima della sua esecuzione, uno psichiatra riesce a far ottenere ad un serial killer condannato a morte un'udienza supplementare, mirata a dimostrare la sua infermità mentale. La stessa notte, mentre il detenuto viene trasferito dal carcere al luogo dell'udienza, dieci persone si ritrovano costrette da un violentissimo temporale in uno sperduto motel nel deserto. Sono dieci persone molto diverse fra di loro, che sembrano non avere nulla in comune. Ma quando iniziano a morire, assassinate misteriosamente, l'una dopo l'altra, capiscono che ci deve essere un elemento che li accomuna tutti. Qual è? E chi fra quelli che man mano sopravvivono è l'assassino? E che relazione esiste con il serial killer che quella notte viene trasferito?

Frammentazione è la parola chiave di questo film, a più di un livello. Tant'è vero che Identità inizia con una sorta di dichiarazione programmatica in questo senso: le prime immagini ci mostrano infatti il personaggio dello psichiatra interpretato da Alfred Molina, che s'incarica narrativamente di introdurre la figura del serial killer, raccontandoci di come la sua mente sia divisa, la sua identità scissa in molte altre, inconsapevoli l'una dell'altra. Mente del killer che poi assurge a metafora di un'intera narrazione, sia a livello tematico che formale.
Frammentati e rimontati senza rispetto della temporalità lineare sono infatti ad esempio i background, le storie dei vari protagonisti e delle cause che li hanno spinti a ritrovarsi tutti insieme nel motel, così come frammentati e frammentari - ma comunque abbastanza netti da essere riconosciuti ed apprezzati - sono i riferimenti e le citazioni di pellicole a cui Mangold si è senza dubbio ispirato, come il sottovalutatissimo Session 9 di Brad Anderson e dell'altrettanto sottovalutato Doppia personalità del grande Brian De Palma.
Il regista ha inoltre anche frammentato temi e situazioni del suo cinema precedente e li ha sparsi a "concimare" questo nuovo film: in Identità si rintracciano elementi di Cop Land nella caratterizzazione del personaggio di Ray Liotta, che del noir del 1997 era stato tra i protagonisti, mentre le traversie psicologiche del killer possono ricordare quelle delle protagoniste di Ragazze interrotte.

Gli stessi dieci protagonisti del film rappresentano poi frammenti di un'identità americana controversa e ferita: ognuno di loro incarna nel suo piccolo alcuni dei vizi e delle virtù (più i primi che le seconde) di quella che è l'America dell'immaginario collettivo e della realtà. E a tale proposito estremamente significativa è la scelta di ambientare le vicende dello sparuto gruppo in quel luogo chiave del cinema e della cultura americana che è il Motel - meglio appunto se decadente e isolato - simbolo ad un tempo di sogni ed inquietudini fin dai tempi del Norman Bates di Psycho, altro film che entra - per frammenti - in Identità.

Ma se questa frammentazione caratterizza Identità tutto per quanto riguarda tematiche e stili di narrazione, va detto che da un punto di vista strettamente filmico e narrativo quello di Mangold è un film solido e compatto, paradossalmente stretto insieme proprio dal suo essere diviso. Il regista - pur lavorando su una sceneggiatura interessante, ben realizzata ma non eccessivamente originale - riesce a costruire un film con una buona dose di suspense anche grazie agli elementi che abbiamo finora sottolineato, e a tenere le fila della storia - delle storie - con abilità, senza mai annoiare né esagerare in virtuosismi. Interessante poi è la scelta di separare - di frammentare - i colpi di scena del film, con un primo che arriva poco dopo la metà della storia per poi riservare all'ultimo la tradizionale collocazione finale. Ma persino dopo la prima "rivelazione", il film riesce a mantenere viva l'attenzione di chi guarda, segno di uno stile che avvince indipendentemente dalle svolte narrative della trama.

Ci troviamo quindi di fronte ad un buon prodotto di genere, ben realizzato e superiore a molti altri analoghi che abbiamo visto negli ultimi tempi: quello che manca al film è solo quel quid, quel guizzo creativo che distingue il buon, onesto prodotto dal film che lascia il segno: giocando con il titolo, il film di Mangold ha sicuramente un'identità ben definita e piacevole, ma avrebbe forse potuto avere una maggiore personalità. In sostanza Identità, come detto, non brilla forse per originalità, ma gioca comunque con abilità e cognizione di causa con le regole di genere, sia da un punto di vista narrativo che formale e tematico, avvince e diverte, regalando un ora e mezzo di piacevole intrattenimento.

Recensione Identità (2003)
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