Recensione La vita negli oceani (2010)

Pur prendendo spunto dal lavoro iniziato dal Comandante Cousteau con Il mondo del silenzio, Jacques Perrin se ne distacca cercando di puntare l'attenzione sulla forza dell'emotività e costruendo insieme al regista Jacques Cluzaud un'opera dalla raffinata struttura artistica in cui la musica di Bruno Coulais si fonde con la ritmica naturale delle creature incontrate

Finding Nemo

Solitamente i produttori più attenti al guadagno senza rischi cercano sempre di evitare progetti che coinvolgono bambini, animali e l'imprevedibilità della natura. Un atteggiamento che Jacques Perrin, però, non solo non ha mai seguito, ma ha costantemente ignorato nel tentativo di concretizzare i sogni più arditi. Così, partendo proprio dal desiderio di spingersi oltre i limiti consentiti di un budget limitato e di una disponibilità temporale non sempre infinita, è riuscito ad andare al di la delle sue stesse aspettative, trasformando il documentario in una materia cinematografica dalle innumerevoli possibilità narrative. I risultati sono film come Microcosmos e Il popolo migratore che, prendendo spunto da una realtà materialmente concreta come quella dell'ambiente, hanno costruito avventure epiche in cui le immagini si liberano finalmente del loro significato scientifico e didattico per lasciare spazio alle emozioni. Uno stile produttivo e un'interpretazione artistica che Perrin ha deciso di applicare anche al suo ultimo La vita negli oceani, aumentando, sempre che sia possibile, le sfide economiche e organizzative da affrontare.


Rispetto alle sue passate esperienze, però, l'ambizione di confrontarsi con la vastità delle distese marine l'ha messo di fronte alla necessità di trovare uno stile e una direzione che fosse profondamente personale, differenziando il progetto da tutto ciò che negli ultimi cinquant'anni è stato detto e mostrato sul mare. In questo modo, pur prendendo spunto dal lavoro iniziato dal Comandante Cousteau con Il mondo del silenzio, il produttore e attore francese se ne distacca cercando di puntare l'attenzione sulla forza dell'emotività e costruendo, insieme al regista Jacques Cluzaud, un'opera dalla raffinata struttura artistica in cui la musica di Bruno Coulais si fonde con la ritmica naturale delle creature incontrate. In questo modo le diciotto troupe distribuite al largo della Costa Rica, nella piccola isola di Coburg al polo nord e all'estremo ovest nelle Galapagos hanno raccolto la sfida di dare un nuovo valore alla tecnica di ripresa, trasformandosi nei membri di un'orchestra immensa, impegnata nella composizione della melodia più ambiziosa mai eseguita.

Armonizzato nei colori e nella ritmica dal direttore della fotografia Luciano Tovoli, questo inno marino lascia agli abitanti dei fondali la possibilità di esibirsi come dei protagonisti indiscussi, relegando l'uomo al ruolo di voice over spesso inutile e marginale. Cosi, oltre gli habitat naturali, le differenziazioni delle specie e le definizioni biologiche volutamente evitate, ciò che colpisce lo sguardo e il cuore sono le ardite evoluzioni dei delfini impegnati in coreografie straordinariamente complesse, la danza possente e armoniosa di un'orca che affiora in superficie, per terminare con le tenere effusioni di una femmina di tricheco nei confronti del suo cucciolo. In questo modo le creature, gli schizzi, l'ira del mare, il vento e le rocce diventano straordinariamente familiari grazie ad una tecnica moderna che, anche se indispensabile, non impone mai la sua presenza. Anzi, trasformato da oggetto di studio in protagonista della sua personale avventura, l'animale offre il profilo migliore alla telecamera mettendo l'uomo di fronte alla sua infinita piccolezza.

Movieplayer.it

4.0/5