47 metri

2016, Thriller

Da Lo Squalo a 47 metri: affogare nel terrore più profondo

È uno dei simboli più riconosciuti e riconoscibili delle nostre paure. Lo squalo è il re incontrastato di un mare continuamente sfidato da quei testardi di noi esseri umani. In occasione dell'uscita del claustrofobico film diretto da Johannes Roberts ripercorriamo le scie sanguinose delle pellicole dedicate al temibile predatore marino.

Roy Scheider in una scena de Lo Squalo

Prima della fame, prima delle fauci e prime del sangue c'è qualcos'altro. Qualcosa che il cinema ama, qualcosa di cui il pubblico, suo malgrado, non riesce proprio a fare a meno: la tensione. E gli squali sono maestri in fatto di tensione. Nei loro movimenti c'è qualcosa di paziente e allo stesso tempo inarrestabile, con quella pinna minacciosa che sa di avvertimento dal quale non esiste via di scampo. Ecco, quella della pinna riflessa sull'acqua leggermente mossa dall'incedere della bestia marina è un'immagine che basta a se stessa. Un'istantanea di puro cinema. È forse per questo motivo che l'affamato pesce predatore è uno dei simboli del terrore cinematografico, protagonista di una miriade di pellicole che si sono inabissate nelle paure più recondite dell'essere umano. Un essere umano che, va detto, è dai tempi di Ulisse che trova nel mare il piacere di una sfida persa in partenza, come se avere la meglio sulle acque (e sui suoi abitanti subacquei) riservasse il piacere atavico della vittoria sullo strapotere della natura.

47 metri: Claire Holt e Mandy Moore in un momento del film

I film sugli squali sono qui a dirci che non è affatto così, che non siamo altro che appetitosi manichini di carne galleggianti. È questa l'amara lezione venuta a galla dalla filmografia dedicata ai predatori marini, uno strano assemblato di film di altalenante qualità. Sì, perché se da una parte ci sono opere magistrali, seminali, talvolta sperimentali, dall'altra troviamo una sfilza pressoché infinita di b movie dove lo splatter più artigianale e la recitazione più elementare danno il loro meglio (o il loro peggio, come preferite). Un filone, quello dello shark movie, che oggi ripercorriamo in occasione dell'uscita dell'ansiogeno e claustrofobico 47 metri. Un film che abbiamo visto ad un'anteprima molto particolare, diversa da tutte le altre. Infatti, prima di entrare in sala, tutti i partecipanti, dopo aver compilato un questionario dedicato alle proprie paure più recondite, sono stati dotati di cardiofrequenzimetro, uno strumento in grado di rivelare lo stato d'ansia e di agitazione di chi lo indossa attraverso il variare del battito cardiaco. Alla fine i picchi cardiaci registrati sono stati diversi, scuotendo sia uomini che donne. Pensate che, su una frequenza media di 88 battiti cardiaci al minuto, c'è chi è arrivato a toccare vette di 183 battiti. E allora non ci resta che tuffarci in queste cattive acque alla ricerca di capolavori mai sommersi e di guilty pleasure nascosti con giusta vergogna negli abissi di ognuno di noi.

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Il capobranco - Lo squalo

Lo Squalo, una delle scene clou del film

Come non iniziare dal capostipite, dal mitico squalo bianco che ha sollevato l'enorme a schiumosa onda poi cavalcata negli anni da tutti gli altri? Sfidiamo chiunque di voi a non aver mai canticchiato tra sé e sé la colonna sonora di John Williams durante la visione di qualsiasi squalo in avvicinamento avvistato in vita o al cinema. Una sfida vinta da un giovane Steven Spielberg che all'inizio della sua mirabolante carriera aveva una predilezione per le storie di predatori e prede. Dopo l'essenziale Duel, Spielberg passa dall'asfalto e alle acque dell'Oceano Atlantico per tornare a mettere in scena battute di caccia estenuanti. Costato 9 milioni di dollari (ne erano previsti 4), girato in 150 giorni a fronte dei 50 preventivati e assediato da vari disastri sul set (squali meccanici rovinati dal sale, eliche impazzite, turisti invadenti), Lo squalo è una lezione di tensione dove il regista americano ha sapientemente lavorato di sottrazione creando un'atmosfera ansiogena causata dal continuo incombere dell'ormai iconico squalo bianco. Tutto ciò che è venuto dopo di lui, è arrivato grazie a lui.

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Sulla scia del successo - Tintorera

Quando un film entra nelle grazie di quel gran cinefilo di Quentin Tarantino, è molto probabile che la sua eco mediatica cresca a dismisura. Molti conoscono questo film anglo-messicano proprio grazie al regista, che ne possiede una copia nella sua collezione privata. Tratto dal romanzo di Ramón Bravo, Tintorera prende il suo nome da un termine ispanico che indica una particolare specie di squalo tigre. Un film che, come tanti altri, viene ricordato come uno dei primi tentativi di seguire la scia (insanguinata, ovviamente) de Lo squalo spielberghiano.

Sangue nostrano - L'ultimo squalo

L'ultimo squalo: una scena del film di Enzo G. Castellari

Poteva forse mancare anche un clone italico del capostipite statunitense? Galeotta fu una regata di windsurf, puntualmente e rovinosamente mandata all'aria da un branco di squali assalitori. Il film di Enzo G. Castellari, che per tornare a Tarantino ha ispirato Bastardi senza gloria con il suo Quel maledetto treno blindato, viene ricordato non tanto per i metodi artigianali con cui vennero effettuate le riprese (si utilizzò solo la testa di un animatronix rotto), quanto per la causa mossa dalla Universal contro la produzione italiana, accusata di plagio. La causa fu vinta e la pellicola ritirata dai cinema americani. Questo non impedì al film di rivelarsi un discreto successo commerciale, tanto da essere considerato da alcuni "l'erede spirituale" de Lo squalo.

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Nel blu dipinto di rosso - Blu profondo

BP

L'intento è nobile, il risultato un po' meno. Un gruppo di volenterosi (e coraggiosi) ricercatori intende trovare la cura al Morbo di Alzheimer studiando il cervello e alterando il DNA degli squali. Avete presente il Mito di Icaro, vero? Avete presente la storia dell'uomo che gioca a fare Dio, no? La risposta è un film con degli effetti visivi molto curati e una buona dose di adrenalina dentro il suo effetto domino disastroso e sanguinolento dove la natura mette a tacere ogni effimera velleità umana.

Qualcuno ci aiuti - Open Water

Daniel Travis e Blanchard Ryan in una scena del film Open Water

Basso budget ad alta tensione. Vero e proprio fenomeno cinematografico del 2003, Open Water ci immerge nella solitudine e nell'impotenza di una tremenda storia vera, accaduta nelle acque australiane. Il film trasla la triste cronaca nei Caraibi, raccontando di una coppia abbandonata in mare aperto durante delle escursioni subacquee. Chris Kentis riesce a restituirci la disperazione dentro ogni respiro dei due malcapitati, mentre gli squali incombono. Come nella migliore tradizione dei film basati su un high concept, ovvero con un'idea forte e facilmente riassumibile alla loro base (pensiamo a In linea con l'assassino, Buried - Sepolto e il recente Mine), anche Open Water potrebbe crearvi un persistente stato d'ansia.

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Fauci e contenti - Shark Tale

Don Lino con la sexy pesciolina Lola in una scena di Shark Tale

Ogni paura va esorcizzata, magari beffata attraverso il potere derisorio dell'ironia. Così, per una volta, il mondo degli squali ci appare colorato, spensierato, rivisto attraverso un leggero gangster movie ambientato sul fondo degli abissi. La Dreamworks, pur non toccando le vette sfiorate con Shrek, crea un microcosmo marino che colpisce soprattutto per una scelta originale: il cast di doppiatori originali non si è limitato a prestare la voce ma ha influito sulla fisionomia dei protagonisti. Così ecco un pesce pulitore con il volto affabile di Will Smith (ma doppiato da Tiziano Ferro), una pesciolina sensuale come Angelina Jolie, uno squalo carismatico come Robert De Niro e l'indimenticabile pesce dotato di folte sopracciglia alla Martin Scorsese.

Piovono pinne - Sharknado

Sharknado - una scena del film

Cosa fa più paura? Una calamità naturale come un tornado o un branco di squali pronti a farci a brandelli? Il film di serie z Sharknado decide di non scegliere, optando per un irresistibile miscuglio di fauci e vortici ventosi. Assoluta pietra miliare del cinema più folle e privo di alcun pudore, la saga è uno di quei rari casi in cui un prodotto è talmente trash da riuscire a diventare un cult. Ammettiamo però l'irresistibile fascino e la straordinaria fantasia che pervade ogni sequenza dell'impetuoso franchise dei ragazzi dello studio The Asylum. Al confronto i film di Michael Bay sembrano raffinate opere d'autore.

Sharknado diventa realtà: in Australia piove uno squalo dal cielo dopo il ciclone (VIDEO)

Nuotare nell'inferno - Paradise Beach - Dentro l'incubo

Paradise Beach - Dentro l'incubo: Blake Lively nella prima immagine del film

Una figlia fa ritorno in un luogo tanto amato da una madre perduta. Paradise Beach nasce come una riconciliazione con una parte di sé e si trasforma un inconciliabile rapporto uomo-Natura, dove la forza bruta e istintiva dello squalo si scontra con la razionalità umana posta dinanzi alla necessità della sopravvivenza. Costato 17 milioni di dollari e forte di 120 incassati, Paradise Beach colpisce per il realismo, per la cura estetica e per l'ottimo uso del montaggio sonoro. Salvo poi chiudersi con un finale piuttosto frettoloso e deludente. Senza dimenticare una coriacea Blake Lively in grado di lottare come nemmeno Lara Croft è mai riuscita a fare sul grande schermo.

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Terrore profondo - 47 metri

47 metri: un primissimo piano di Mandy Moore

Un'estate, due sorelle. Una delusa e scoraggiata, l'altra vitale e propositiva. Ci sono donne che vivono avventure estive tra feste, cocktail e aitanti giovanotti, e altre che non disdegnano anche una "tranquilla" gita negli abissi per fotografare degli squali rinchiuse in gabbia. Il nuovo brivido estivo cinematografico ha delle coordinate ben precise: ci porta 47 metri sott'acqua per vivere la sciagurata disavventura di Lisa e Kate, ingabbiate, a corto di ossigeno e braccate dagli squali. Un film pieno zeppo di jump scare ben piazzati, che rende claustrofobico anche il mare aperto.

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