Fight Club

1999, Drammatico

Fight Club 2: le cose che leggi, finiscono col leggerti

Anarchico e violento come il suo Tyler Durden, il fumetto scritto da Chuck Palahniuk ritorna a seminare sociopatia e inquietudini nella mente del lettore. Così il sequel di un grande romanzo, diventato un film cult, trova nella frammentazione del graphic novel il suo habitat naturale.

Edward Norton e Helena Bonham Carter in una scena di Fight club

Mano nella mano davanti all'apocalisse. Lui guarda lei, le sussurra qualcosa ("mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita"), mentre fuori dalla finestra il mondo va a pezzi, i palazzi crollano, e in sottofondo i Pixies si chiedono dove sia andata a finire la mente, dove si nasconda un piccolo barlume di rassicurante razionalità. E poi quei due grattacieli così simili, quasi gemelli, triste e inquietante presagio di tragedie che avverranno davvero solo due anni dopo. Amore estremo, disperazione, sociopatia, irriverenza, la capacità di intercettare lo spirito inquieto di un'epoca.

Fight Club, una scena del film

La scena finale di Fight Club contiene tutto questo, canto del cigno di un film meraviglioso, capace di scattare una fotografia livida al nostro Occidente contemporaneo. Quel posto marcio e rancido dove gli individui sono alienati da vite troppo grigie, incastrati in uffici troppo uguali, costretti a cataloghi troppo standardizzati. Tanto vale abbandonarsi alla disperazione (frequentando malati terminali) o sublimare la frustrazione nella violenza, per sentirsi finalmente vivi, scuotersi, esistere davvero. Era la scelta di un uomo senza nome, con il volto di Edward Norton, plasmato dallo sguardo di David Fincher, ma immaginato dalla penna inquieta di Chuck Palahniuk. È il 1996 quando il suo primo romanzo (Fight Club) disturba con una storia piena di rancore, attraversato da un'ansia sociopatica che evidentemente gli anni non hanno placato nemmeno un po'. Anzi. Già, perché Palahniuk è tornato ad avere gli incubi, a sentire il fiato sul collo di quell'infido migliore amico di nome Tyler Durden.

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Sempre più infestato da brutti pensieri sul mondo e sulle persone, lo scrittore americano non vuole rinunciare né alla parola scritta né alle immagini, così fa del fumetto il suo portatore sano di malessere. Nasce in questo modo Fight Club 2, una storia lunga 280 pagine (in arrivo il 6 ottobre grazie a Bao Publishing), disegnata da Cameron Stewart e colorata da Dave Stewart, che aveva il bisogno impellente di essere fumetto. Perché non esiste un posto migliore per rompere gli schermi e far esplodere le "gabbie".

I progetti del Caos

La copertina del graphic novel Fight Club 2

Sono passati dieci anni da quei due disperati amanti che si tenevano per mano. Adesso lui ha persino un nome: si chiama Sebastian. Adesso Sebastian e Marla sono una coppia stabile, hanno una casa, un figlio strambo e si sono imborghesiti. In casa loro si comprano mazzi di fiori, si falcia il prato, si cucina con il grembiule. Ma questa è una normalità forzata, tenuta a bada a furia di psicofarmaci, perché nella mente di Sebastian gli emisferi del cervello stanno ancora giocando a scacchi.
Grazie a pillole sparse un po' ovunque, per tutto questo tempo il nostro è tornato l'agnellino nel recinto della quotidianità, l'uomo medio di cui si era stufato. Più stanca di lui è proprio Marla, nostalgica delle intrusioni di Tyler Durden, uomo imprevedibile e ottimo amante, pericoloso ma vitale, lontano anni luce da questo scialbo Sebastian. Marla lo rivuole al suo fianco. In fondo è di lui che si è innamorata in quel "periodo strano della sua vita".

Tutto parte da qui, da una moglie che, poco alla volta, sabota le dosi dei medicinali del marito per risvegliare un vulcano quiescente. Ma quel terrorista mellifluo e diabolico di nome Tyler non è mai andato via davvero: ha tramato, aspettato, pianificato ogni mossa.

Attraverso il suo sorridente agente del caos, Fight Club 2 non dimentica mai la sua anima sociopatica. Anche nel fumetto si torna a demonizzare le multinazionali, si irridono l'arte, la storia, le religioni, si rientra nei gruppi di sostegno per malati e nelle stanze sudate del Fight Club. Eppure si ha la sensazione che il cuore del racconto non pulsi davvero lì, come se quel sottofondo sociale insalvabile sia ormai dato per scontato. Quello che interessa a Palahniuk è stringere il cerchio attorno a Sebastian e incunearsi dentro il suo ceppo familiare. Più interessato al micro che al macrocosmo, Fight Club 2 esplora la mitologia del suo personaggio borderline e diluisce l'alienazione di un uomo anche dentro sua moglie e suo figlio. Ne viene fuori una storia piena di insofferenza che riflette con violenta amarezza sull'impossibilità di una guida nel mondo contemporaneo. Non esistono mentori, padri, guide, esempi, guaritori. Una maledizione vecchia quanto l'umanità.

Qui dove tutto esplode

Se Fight Club prendeva a pugni nello stomaco, Fight Club 2 ti prende a schiaffi in faccia, ti mette le dita negli occhi. È meno violento, ma più dispettoso. Ciò che cambia è lo spirito, e quello del fumetto sembra più irriverente di quello del romanzo, forse perché contagiato da un piacere ludico irresistibile (a volte più divertito che divertente). Palahniuk e Stewart fanno del fumetto il mezzo prediletto per questa storia sconnessa, non sempre facile da seguire, bisognosa della scansione in vignette per fare repentini voli pindarici tra luoghi, epoche, spazi onirici e ritorni immediati alla realtà. Il tratto di Stewart (che sui personaggi non imita affatto gli attori del film) è sintetico, tagliente, espressivo e pronto ad improvvise esplosioni dentro splash page sovversive e potentissime. A questo si aggiunge un lavoro grafico pieno di interferenze visive, con petali di rose, pillole e onomatopee che si sovrappongono molto spesso ai baloon, sovrastando il chiacchiericcio dei personaggi. Ecco perché Fight Club 2 doveva essere fumetto, perché un linguaggio che si impone degli spazi delimitati (le vignette) e un linguaggio codificato (baloon, lettering) è ancora più bello da alterare, da sabotare. Come farebbe un certo signor Durden.

Chuck, si gira

Nonostante l'assoluto valore del suo romanzo, Palahniuk sa che Fight Club è diventato un manifesto generazionale soprattutto grazie al film. Per questo i richiami all'opera di Fincher sono tantissimi, dai tormentoni (come la "prima regola del Fight Club") ad un finale alternativo del lungometraggio, passando per easter egg e ammiccamenti. Ma l'aspetto più anarchico del fumetto è nel suo essere metanarrativo. Ad un certo punto della storia vediamo apparire lo stesso Palahniuk (assieme al suo team creativo) che cerca di trovare i giusti snodi narrativi, le motivazioni adatte ai personaggi, persino un degno finale per questo atteso seguito.

Mentre alcuni protagonisti lo assillano con delle telefonate, lo scrittore si dimostra sempre più vittima di se stesso, asserragliato da questo maledetto sequel, sempre più in balia di una sfida chiamata scrittura. Ad un certo punto il fumetto sembra ritorcersi contro il suo creatore e trasformarsi in un fantasma che lo disturba. È proprio vero che "le cose che possiedi finiscono col possederti", e le cose che leggi col leggerti. Fight Club 2 ti legge, bussa alla tua porta e ti chiede di essere capito, ti chiede pazienza e fatica. La stessa che sarà costata al Palahniuk per mettere al mondo questo suo alter ego inquieto fatto di carta. Pagine a cui ha regalato parti sé, personaggi in cui si è frammentato. Forse Fight Club 2 non è che il personalissimo Tyler Durden di Chuck Palahniuk.

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Giuseppe Grossi
Redattore
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