Feud

2017 - ....

Feud: Bette and Joan, la più feroce rivalità di Hollywood nel guilty pleasure dell’anno

Jessica Lange e Susan Sarandon prestano il volto alle icone hollywoodiane Joan Crawford e Bette Davis nella prima stagione della nuova serie di Ryan Murphy, che ricostruisce la turbolenta realizzazione del cult horror Che fine ha fatto Baby Jane?. La nostra recensione del gustosissimo pilot di Feud: Bette and Joan.

Le faide non nascono mai dall'odio. Le faide nascono dalla sofferenza.

Bette Davis e Joan Crawford in una scena del film Che fine ha fatto Baby Jane?

È uno dei capitoli più densi e 'succulenti' negli annali del cinema americano e del suo star system; ed è incredibile pensare che, dopo oltre mezzo secolo, nessuno avesse ancora tentato di raccontarlo sullo schermo. Per fortuna ci ha pensato il vulcanico Ryan Murphy, tuttora alle prese con gli altalenanti American Horror Story e Scream Queens, nonché reduce dal trionfale esordio di un altro progetto da lui patrocinato, American Crime Story (la prima stagione, The People vs O.J. Simpson, ha fatto incetta di premi, mentre due ulteriori capitoli sono già in cantiere), a investire su un progetto che non poteva non irretire tutti gli amanti della Hollywood classica: il "dietro le quinte" di Che fine ha fatto Baby Jane?.

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Feud: le protagoniste della serie in una foto

Pietra miliare del genere horror, prodotto e diretto da Robert Aldrich nel 1962 sulla base di un romanzo di Henry Farrell e incentrato sul rapporto sadomasochistico fra due mature sorelle, entrambe ex attrici, Che fine ha fatto Baby Jane? ha avuto il merito di aver riunito sullo stesso set, per la prima ed ultima volta, due delle maggiori dive della Golden Age, Bette Davis e Joan Crawford, entrambe alla ricerca dell'occasione in grado di rilanciare le rispettive carriere, minate dall'avanzare dell'età. Ma la storia della lavorazione del film di Aldrich, e dell'incontro/scontro fra queste due primedonne, può essere considerata quasi più appassionante di quella narrata nel film medesimo.

Sul viale del tramonto (cercando l'uscita)

Feud: Catherine Zeta Jones in una foto della serie

È un'altra storica diva degli anni Trenta e Quaranta, Olivia de Havilland, intima amica della Davis, ad aprire attraverso un'intervista televisiva la 'cornice' di Feud: Bette and Joan, la prima stagione della nuova serie antologica co-prodotta e co-sceneggiata da Murphy per la FX. Nei panni della de Havilland, in un ruolo che è poco più di un cameo, troviamo Catherine Zeta-Jones, mentre l'altra 'voce' a cui è affidata, nella stessa intervista, la rievocazione della faida fra la Davis e la Crawford è quella dell'attrice Joan Blondell, impersonata invece da Kathy Bates. E dall'autentico "tocco di classe" della sigla d'apertura, ovvero i titoli di testa ispirati a quelli celeberrimi del grande Saul Bass, gli intenti di Feud non potrebbero essere più scoperti: rendere omaggio agli splendori, e al contempo far riaffiorare le miserie, della Hollywood di mezzo secolo fa, specchio ironico e talvolta impietoso dello show business odierno e delle sue contraddizioni.

Feud: l'attrice Judy Davis in una foto della serie
Feud: Jessica Lange in una foto della serie

Dall'incipit dell'episodio pilota, diretto e co-sceneggiato proprio da Ryan Murphy, inizia così a delinearsi il ritratto di una Joan Crawford ultracinquantenne: mentre fissa con malcelato disprezzo la nuova superstar Marilyn Monroe ritirare un premio alla cerimonia dei Golden Globe del 1959; mentre è costretta dalla 'perfida' regina del gossip Hedda Hopper (la solita, sopraffina Judy Davis) a rilasciare dichiarazioni al vetriolo pur di tornare a vedere il suo nome sulle cronache hollywoodiane; mentre fatica a pagare il personale della propria villa/mausoleo; e mentre sfodera l'Oscar conquistato quindici anni prima per Il romanzo di Mildred nella vana speranza di convincere i produttori a offrirle la possibilità di tornare sul set in una parte che non sia quella della "nonna di Elvis". Fin quando, decisa a prendere lei stessa le redini di una carriera in stallo, la caparbia Joan non si imbatte in un libro fra le cui pagine fiuta l'odore del successo: Che fine ha fatto Baby Jane?. E per aiutarla a riconquistare le luci dei riflettori, chi altri se non la sua più odiata collega?

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Bette vs Joan, primo round

Feud: una foto di Susan Sarandon

Fin da questa prima puntata, Feud: Bette and Joan costituisce un'ideale silloge del 'tocco' alla Ryan Murphy: il recupero di un immaginario culturale/popolare del passato, come già avvenuto sotto il profilo musicale con Glee, e in misura diversa con le sue due serie horror; l'accattivante commistione fra il docu-drama e la finzione narrativa; un gusto camp abilmente mascherato ma che trapela a tratti nel dipanarsi della vicenda, e che ben si coniuga, del resto, con i toni sfrenatamente gore e sopra le righe del cult di Robert Aldrich. Se dunque l'affresco pungente e malevolo di Hollywood passa attraverso un didascalismo forse quasi inevitabile (il siparietto del collerico mogul Jack Warner, che ha il volto di Stanley Tucci), considerando la volontà di intercettare un target di pubblico anagraficamente molto ampio, al centro di Feud rimane comunque l'anima da guilty pleasure di un prodotto che tuttavia sfodera pure ambizioni più 'alte', come quella di ricercare e far emergere l'umanità delle sue eccentriche protagoniste.

Feud: un'immagine del primo episodio della serie

E sono loro, inutile negarlo, gli assi nella manica (anzi, la coppia di donne) della serie di Ryan Murphy: due persone/personaggi larger than life, principali depositarie del potere iconografico della Hollywood che fu, ma consapevoli anche della natura effimera della propria celebrità e angosciate all'idea di vedersela scivolar via fra le dita. E non a caso, per affrontare la sfida semi-impossibile di riportare sullo schermo due figure tanto 'imponenti', Murphy si è affidato a due "pesi massimi" di un paio di generazioni successive: Joan Crawford, già interpretata nel 1981 da una scatenata Faye Dunaway nel malignatissimo cult Mammina cara, rivive ora grazie a una Jessica Lange dalla presenza scenica davvero formidabile (come già accaduto, del resto, nelle prime quattro stagioni di American Horror Story); e al suo fianco, l'indomabile Bette Davis ha il portamento fiero e gli sguardi infuocati di una Susan Sarandon quasi altrettanto magnetica (lo ammettiamo: il primo round se lo aggiudica la Crawford della Lange).

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"...questa sera c'è aria di burrasca!"

Feud: un'immagine del pilot

I sessanta minuti del pilot ci offrono dunque le prime scintille di questa rivalità insanabile, fra invidie generosamente ricambiate e prime schermaglie sul set di Che fine ha fatto Baby Jane?, con il povero Aldrich (Alfred Molina) a destreggiarsi fra le bizze di Bette e le paranoie di Joan (e il 'meglio', come chi conosce il film di Aldrich ben saprà, deve ancora venire). Attenzione, però: contrariamente alle premesse, Feud: Bette and Joan non si risolve in un canonico catfight sopra le righe e dalle sfumature misogine. Perché nel ricostruire - non senza una certa dose di fantasia - i retroscena delle riprese di uno degli horror più atipici e memorabili di sempre, Murphy e i suoi autori si adoperano anche a mostrare, in filigrana, il tramonto di un'epoca ("Non fanno più i film sulle donne", commenta amaramente la Crawford), l'ageismo e il sessismo di un'industria che non esita a obliterare i propri "idoli caduti", la difficoltà di mettere a confronto presente e passato.

Jessica Lange e Susan Sarandon in Feud
Feud: Susan Sarandon in una foto del primo episodio

Proprio tale confronto, ineluttabilmente doloroso, è reso in maniera implicita in una delle sequenze conclusive dell'episodio. Nel buio della sala in cui vengono proiettati i giornalieri, sedute agli angoli apposti, Bette e Joan osservano le prime scene girate sul set; e nel rivedere sullo schermo la nuova immagine di loro stesse, ex dive sfiorite, con i volti un tempo perfetti intaccati dai segni dell'età, negli sguardi di entrambe balena un repentino lampo di malinconia. Una sorta di memento mori, la cognizione di una caducità contro la quale non esiste antidoto: neppure la capacità mitopoietica della settima arte, che di miti ne crea, è vero, ma nel disegnarne la parabola ne certifica anche il declino e l'inesorabile mortalità. Un destino che, proprio nella storia da brivido delle sorelle Blanche e Jane Hudson del film di Aldrich, avrebbe trovato una mise en abîme grottesca e terrificante.

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Stefano Lo Verme
Redattore
4.0 4.0
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