Far East Film Festival: i percorsi politici dell'edizione 14

Le pellicole in cartellone, pur nella loro diversità, tracciano un ritratto politico dei paesi asiatici coinvolti nel festival cinematografico friulano.

Può apparire paradossale che si traccino percorsi politici all'interno di una manifestazione, come quella del Far East Film Festival, da sempre consacrata a un cinema di stampo popolare, quindi per sua natura meno impegnata e più votata all'intrattenimento. Meno paradossale se si pensa all'etimologia stessa della parola "popolare", e soprattutto se si tiene conto del periodo storico che stiamo attraversando, e della crisi mondiale che ha coinvolto, inevitabilmente, anche il cinema (ivi compreso quello asiatico): arte che da sempre, pur nelle sue declinazioni apparentemente più disimpegnate, si fa specchio delle tensioni che attraversano la società. Questa prima metà del festival friulano, in effetti, ha offerto molte suggestioni e spunti di riflessione sulle realtà sociali dei paesi che cinematograficamente rappresenta, suggestioni che attraversano trasversalmente tutte le sue cinematografie: da problematiche ultradecennali e tuttora irrisolte (quella taiwanese e hongkonghese, ad esempio) a situazioni di tensione sospese e sclerotizzate (il conflitto mai concluso tra le due Coree) fino a nuovi motivi di disagio (le sacche di emarginazione in un paese in tumultuoso sviluppo come la Cina).

Song of Silence: una suggestiva scena del film
Per fare un esempio, un film pur palesemente sbagliato come il taiwanese Warriors of the Rainbow: Seediq Bale ha almeno il merito di raccontarci una realtà rimossa, ma non per questo meno meritevole di attenzione, come quella della della popolazione indigena dei Seediq, durante la colonizzazione giapponese; contraltare di una realtà cinematografica, quella appunto di Taiwan, in cui è sempre presente, pur sottotraccia, il disagio derivante dall'essere tuttora sottomessi politicamente al regime della Cina Popolare. Anche il cinema di Hong Kong, che pure ha perso (in gran parte) la caratterizzazione politica delle sue migliori espressioni negli anni '80 (specie nel periodo della New Wave) continua a parlare del disagio della ex colonia anche nei suoi prodotti più commerciali: una pellicola come la commedia fantasy The Great Magician di Derek Yee, con il suo preciso setting storico, è in questo senso esemplificativa. Tensioni sociali, che si riverberano nel cinema, dalle quali non è esente nemmeno la Cina continentale, che oltre al cinema di regime offre anche film più piccoli come lo splendido Song of Silence, che riesce ad essere politico descrivendo la dissoluzione della famiglia, e la caduta dei punti di riferimento tradizionali in una società che deve ancora pensare a ridefinire sé stessa. Tensioni che ancora una volta non risparmiano, nel 2012 e con la tragedia dello tsunami ancora viva nella memoria collettiva, un paese come il Giappone: che se da un lato riesce a far sognare gli spettatori, creando fantasiosi paralleli storici (in Thermae Romae) o trasfigurando una dura realtà come quella carceraria in un'atmosfera pop e sognante (in Sukiyaki), dall'altro non rinuncia all'affresco sociale, duro e realistico, in un film senza compromessi come il drammatico Hard Romanticker, dedicato alla realtà delle gang giovanili.

Shota Matsuda in Hard Romanticker del 2011
E' infine impossibile impostare un ragionamento sulle tensioni sociali e politiche che attraversano il continente asiatico, catturate dal cinema, senza parlare della realtà irrisolta della Corea: il Far East, quest'anno, oltre alla splendida retrospettiva dedicata agli anni '70 (intitolata non a caso The Darkest Decade) ci ha offerto una selezione che è perfettamente esemplificativa di come questi temi continuino a innervare la produzione cinematografica coreana. Persino una commedia, ben realizzata e pensata per il pubblico, come Punch, dice molto, e in modo convincente, sulla realtà dei nuovi proletari e su temi come quelli dell'immigrazione; mentre il problema della divisione tra nord e sud, da sempre presente nella cinematografia coreana, continua ad essere affrontato in lungo e in largo da titoli che sono, insieme, popolari e d'autore, in grado di offrire spettacolo e spunti di riflessione: parliamo di Moby Dick, thriller che descrive i misconosciuti anni della "strategia della tensione" sudcoreana, e soprattutto dello splendido dramma bellico The Front Line, rigoroso e programmatico apologo antimilitarista.

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