Everest, la scalata secondo Jake Gyllenhaal: "Un'avventura estrema"

Esce oggi in sala Everest, film del regista islandese Baltasar Kormákur sulla tragica spedizione di scalatori che nel 1996 si trovarono in serie difficoltà mentre salivano sul monte Everest. Abbiamo parlato del film, che ha aperto la 72esima Mostra del Cinema di Venezia, con Jake Gyllenhaal, che interpreta il membro più spericolato della compagnia.

Everest

2015 – Drammatico
3.3 3.3

Tratto dalla vera storia di Rob Hall, interpretato da Jason Clarke, organizzatore di spedizioni sul monte Everest che nel 1996 si trovò a guidare uno sfortunato gruppo di scalatori di cui, come viene anticipato all'inizio del film, uno su quattro trovò la morte durante il percorso, esce oggi in sala Everest, opera del regista islandese Baltasar Kormákur, che ha aperto, fuori concorso, la 72esima Mostra del Cinema di Venezia.

Tratta dal memoriale Into Thin Air (uscito in Italia con il titolo Aria Sottile) di Jon Krakauer, giornalista che prese parte proprio a quella spedizione, - interpretato nel film da Michael Kelly, il Doug Stamper di House of Cards - la pellicola mette in scena una dura lotta per la sopravvivenza causata da un'ossessione quasi folle per una passione estrema, in cui la scalata diventa una metafora della vita.

Everest: Jake Gyllenhaal in un'immagine del film

Abbiamo parlato del film con Jake Gyllenhaal, che interpreta Scott Fischer, il membro più spericolato della spedizione, proprio a Venezia, in una stanza dalla temperatura quasi polare forse per entrare meglio nell'atmosfera del film.

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Un set difficile

Everest: Jake Gyllenhaall e Jason Clarke al photocall di Venezia 2015

Qual è stato il momento più impegnativo sul set?
Jake Gyllenhaal: Lavorare con questi attori è stata la cosa più estrema che abbia mai fatto! Sul set faceva molto freddo e una delle mie orecchie si è completamente congelata, faceva malissimo: avevo deciso di girare le scene di scalata senza protezioni per il viso e per la testa, che poi non sono nemmeno finite nel film. Non è stata una scelta saggia.

Perché ha deciso di accettare il ruolo di Scott Fisher?
Il motivo per cui ho deciso di fare questo film è che mi sembrava un'avventura a tutti gli effetti: essere in mezzo agli elementi è stato incredibile, è una cosa rara girare un film in cui si vive davvero in prima persona l'avventura. Io amo stare all'aria aperta e mettere alla prova il mio fisico, quindi la componente fisica di questo ruolo è stata la cosa che mi ha attratto di più in assoluto.

Come è stato lavorare con gli altri attori?
È stato importante avere un leader come Jason Clarke, la sua esperienza e bravura, unite alla conoscenza profonda della storia, hanno aiutato tutti. Da attore non protagonista è una bella sensazione sapere che il protagonista è così intelligente e pieno d talento: ti puoi affidare con fiducia a lui e reagire ai suoi stimoli.

La realtà non può essere toccata dal cinema

Everest: Josh Brolin in un'immagine del film

Cosa ha imparato da questa storia tragica?
La parte più commovente della storia è l'immagine finale della giovane Sarah: vedere la scena della telefonata dei suoi genitori - Jason Clarke e Keira Knightley hanno fatto un lavoro straordinario - è struggente. Guardando il film ho capito di come sul set non mi sia reso conto di un insegnamento importante che mi ha dato questo progetto: girando e vivendo insieme abbiamo passato un periodo magnifico, soprattutto sulle Dolomiti, ma ho capito che il cinema non può riprodurre davvero la realtà. La parte più potente del film sono le vere foto sui titoli di coda. Il cinema può diventare una metafora della vita ma non può toccare davvero la realtà.

Il corpo come mezzo espressivo

Everest: Jake Gyllenhaal e Jason Clarke in tenuta alpinistica in mezzo alla neve

Dopo Nightcrawler e Southpaw un altro ruolo molto fisico: è diventato un drogato di adrenalina?
Da un po' di tempo ho deciso di impiegare gran parte del mio tempo nella preparazione dei ruoli, per caratterizzare nel modo migliore i personaggi che interpreto. Recitare è ancora un'arte e per un po' ho avuto la sensazione di aver perso di vista questo fatto: due anni fa ho deciso di dedicarmi a quest'arte, voglio imparare, voglio esplorare ogni angolo e aspetto della recitazione. Parte di questo lavoro è fisica, un'altra è mentale, e per me mente e cervello sono due cose differenti: prima bisogna capire il personaggio, poi iniziare a pensare come lui e infine adeguare il proprio corpo alla persona in cui ci si sta trasformando. Per Southpaw - L'ultima sfida ho imparato i colpi da pugile, per Lo Sciacallo - Nightcrawler ho cercato di cambiare completamente il mio aspetto, per quel ruolo non potevo essere imponente fisicamente, ma dovevo esserlo verbalmente.

Non sono un drogato di adrenalina, ma amo le storie e amo raccontarle: in questi anni ho imparato che è fondamentale trovare la propria strada per riuscire a entrare veramente in un personaggio. Per farlo credo sia necessario conoscere il mondo e parlare con persone che conoscono realmente quello che vuoi raccontare: in questo modo il tuo punto di vista sulla vita cambia. Il nostro mestiere si basa tutto sul creare: guardando questo film magari il pubblico penserà che ci siamo torturati, ma per me il percorso che ho fatto ha a che fare con la creatività, non con la distruzione.

Everest: Baltasar Kormákur con Emily Watson, Josh Brolin e Jake Gyllenhaal al photocall di Venezia 2015

Prima ha detto che la recitazione è ancora un'arte ma il business cinematografico glielo stava facendo dimenticare: può spiegare meglio questo punto?
La frenesia del business cinematografico spesso può portare a sacrificare la propria arte: quando arriva il tuo momento d'oro ti vengono proposte decine di progetti e la tentazione di fare tutto senza mai fermarsi è forte, ma questo può portarti a non riflettere bene sui personaggi e non capirli fino a fondo in modo da donare il massimo. Ho deciso di mettere più spazio tra un progetto e l'altro in modo da essere più consapevole di quello che faccio e apprezzarlo. Per questo in questo momento voglio fare ruoli molto fisici: non avrò per sempre un fisico in grado di assecondarmi in tutto, quindi per adesso voglio testarlo e imparare cose nuove, come la boxe, per vedere fino a che punto posso spingermi.

Continua a praticare boxe?
Ho continuato a fare boxe, anche quella è un'arte, e mi dispiace di non aver potuto mettere nel film tutte le cose che ho imparato dopo la fine delle riprese. Penso sia uno sport bellissimo: è un mix di concentrazione, istinto e fiducia in se stessi, credo sia fantastico anche per aiutare a migliorare la recitazione.

L'arte come forma d'espressione necessaria

Everest: Jake Gyllenhaal sul tappeto rosso di Venezia 2015

Emily Watson parlando del film ha detto che in casi come questo la recitazione può diventare pericolosa per la sanità mentale: è d'accordo?
Credo che la cosa più pericolosa per la salute mentale sia non avere nessuna forma di espressione: sono convinto che avvicinare i bambini all'arte sia di importanza vitale. Arti, sport, qualsiasi cosa rappresenti una forma di espressione per me è fondamentale. Recitare è il mio modo di esprimermi: so che spesso l'ossessione per la recitazione viene identificata come un pericolo per la sanità mentale, ma è per questo che la si esercita studiando e imparando delle tecniche, la preparazione diventa essenziale. Non si può affrontare questo mestiere senza conoscersi: bisogna essere consci del proprio corpo e di se stessi, per questo non prendo alla leggera il mio lavoro. Attraverso i miei personaggi mi faccio delle domande e riesco a conoscermi meglio: senza il mio lavoro sì che rischierei di impazzire. Per me l'oscurità della natura umana è pari alla sua bellezza e raccontare storie permette di esplorare questo universo affascinante che è l'umanità.

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