Recensione Kamikaze Girls (2004)

Un curioso e riuscito esempio di cinema "borderline" giapponese, che unisce alla saturazione visiva una sceneggiatura che affronta con intelligenza alcuni temi chiave della società nipponica contemporanea.

Due kamikaze (apparentemente) agli antipodi

Momoko e Ichigo sono due adolescenti che non potrebbero essere più agli antipodi. Sognatrice, legata a un immaginario mondo vittoriano in stile rococò la prima, mascolina motociclista appartenente a una gang giovanile la seconda. Eppure, dopo un incontro casuale e un inizio quantomeno burrascoso, le due finiscono per diventare grandi amiche: Ichigo è alla ricerca di un leggendario ricamatore che possa incidere sulla sua "divisa" un messaggio che omaggi la leader della sua gang, mentre Momoko scopre di possedere insospettate doti nel ricamo. Il ricamatore misterioso non si trova, e non è detto che esista realmente; ma forse l'eccentrica Momoko potrebbe rappresentare una più che valida sostituta.

E' sfavillante, coloratissimo, deliziosamente kitsch il look di questo Kamikaze Girls, sorprendente successo in Giappone diretto da un regista proveniente dal mondo degli spot pubblicitari. I mondi separati delle due ragazze, che si troveranno casualmente a collidere, vengono rappresentati calcando costantemente sul pedale del grottesco, con un caleidoscopio di colori e di situazioni surreali in cui trovano anche posto due intermezzi anime, in un continuo bombardamento di immagini visivamente molto attraenti che devono certo molto al mondo dei fumetti giapponesi, con un occhio particolare per i cosidetti shojo manga. Non bisogna tuttavia pensare che il film sia soltanto un vuoto contenitore di immagini, che faccia della saturazione visiva (di cui pure si nutre abbondantemente) la sua unica ragion d'essere: sotto la patina della commedia surreale ed eccessiva, troviamo un'intelligente riflessione su molti temi legati alla società nipponica contemporanea, quali il disagio giovanile, la difficoltà dei rapporti familiari, il lavoro che genera alienazione, la massificazione dell'individuo. E' interessante notare come in un contesto sociale dominato dal falso, dal contraffatto socialmente accettato (i capi d'abbigliamento "tarocchi" venduti dal padre di Momoko, le leggende che circolano nella gang di Ichigo, lo stesso nome della ragazza, da lei volutamente alterato in Ichiko perché "una delinquente non può chiamarsi con quel nome" - nome che in giapponese significa "fragola"), la realtà più "vera" e vissuta con maggiore coerenza sia quella di Momoko, che non ha paura a vestire con merletti e nastrini di fronte ai suoi coetanei e porta con coraggio il suo universo di sogno e i suoi principi in un contesto giovanile caratterizzato da un anticonformismo di facciata, che in realtà non fa che scimmiottare i lati peggiori del mondo degli adulti. E non è un caso che alla fine sia proprio Momoko, con le sue decisioni, a risultare la figura più equilibrata e matura presente nel film.

A una sceneggiatura (tratta da un romanzo di Novala Takemoto), che si caratterizza dunque per la sua intelligenza nel trattare temi di spessore in un film la cui estetica cool potrebbe far pensare a un'operazione attentamente studiata, si aggiungono le ottime interpretazioni delle due protagoniste (Kyoko Fukada, che interpreta Momoko, fu tra l'altro già protagonista del terzo episodio di Dolls di Takeshi Kitano), che rivelano un naturale affiatamento e una simpatia a tratti irresistibile nel dar vita a situazioni che alternano momenti di deliziosa comicità surreale ad altri sorprendentemente toccanti. Ed è proprio sulla commistione tra un look estremamente attento alle mode cinematografiche del momento e uno script invero calibrato e profondo, che si basa la riuscita del film, il cui successo non può che rallegrare chi cerca dal cinema stupore ed emozioni forti unite a storie degne di essere narrate.

Movieplayer.it

4.0/5