Spirit - cavallo selvaggio

2002, Animazione

Recensione Spirit - cavallo selvaggio (2002)

Dreamworks contro Disney: il selvaggio west contro la fantascienza per la sfida animata del Natale 2002.

Dreamworks al galoppo

Spirit - Cavallo Selvaggio è il nuovo film d'animazione prodotto dalla Dreamworks, e come tale nel nostro paese approda in occasione delle feste natalizie. Da cosa derivi questa consuetudine e se sia giusta o meno, sono argomenti che esulano dal giudizio riguardo il film, quindi passerò oltre. Tutto ciò che dirò al riguardo, è che il ritardo dell'uscita qui in Italia mi ha permesso di poter vedere il film in dvd nella sua edizione originale, quindi non ho potuto "apprezzare" il lavoro di traduzione fatto sui testi delle canzoni... ma a questo arriveremo dopo.

Alla regia di questa produzione troviamo Kelly Asbury, Lorna Cook, veterani dell'animazione d'oltreoceano: entrambi impegnati in vari aspetti del processo creativo (art director, supervisore di storyboard, regia), il primo per film quali La Sirenetta, James e la pesca gigante, Toy Story, la seconda per il Re Leone e proprio il Principe d'Egitto che rappresenta il primo grande impegno della Dreamworks nel campo dei lungometraggi d'animazione.
Spirit si presenta come una produzione ambiziosa e in qualche modo coraggiosa: punta al realismo con la intelligente e sensata scelta di non far parlare i cavalli che ne sono i protagonisti e affrontando la storia con lunghi momenti in cui la mancanza di dialogo amplifica l'efficacia delle animazioni e si appoggia esclusivamente sulla musica per riempire la narrazione. La voce fuori campo di Spirit (impersonato in originale da Matt Damon), si limita soltanto ad accennare idee e sensazioni che sono poi sviluppati dalla musica e dalle canzoni.
La scelta, a parer mio, è azzeccata: infatti Spirit è essenzialmente "la storia del West raccontata dal punto di vista di un cavallo", come sottolinea lo stesso sceneggiatore, John Fusco, conoscitore del West americano, e amante dei Mustang, la gloriosa, selvaggia razza di cavalli indiani, a cui il protagonista del film appartiene.
Per questa sua caratteristica, il suo approccio con l'uomo non è ottimale ed è uno punto di partenza interessante per sviluppare il rapporto tra uomo e natura che pervade tutto il film: il film infatti è ambientato intorno al 1860, nel periodo in cui la cavalleria americana si stava aprendo la strada attraverso lo Utah, decimando i Sioux e pian piano costruendo la ferrovia.
Quindi, da una parte Spirit, col suo spirito di ribellione e libertà, dall'altra la cavalleria americana. Ma nel mezzo i pellerossa, i nativi americani che rappresentano un equilibrio tra la purezza della natura e i soprusi dell'uomo nei suoi confronti, con la loro capacità e inclinazione a usare la natura senza abusarne: perfetta antitesi del cyberpunk moderno, che contrappone una fusione uomo/natura alla ormai dilagante fusione uomo/macchina.
In questo scenario, è abilmente dipinta anche la figura di cattivo rappresentata dal colonnello della cavalleria che invano cerca di domare Spirit e si dovrà arrendere alla nobiltà della sua indole selvaggia. E non perde di efficacia la storia d'amore tra Spirit e Rain, ben fusa con l'intreccio del film, né troppo evidente, né in secondo piano o fuori luogo e forzata, come abbiamo visto accadere di recente in film come Star Wars ep. II - L'attacco dei cloni.
Il coraggio della Dreamworks sta nell'aver realizzato un altro film, dopo il Principe d'Egitto, che va contro il modello base imposto dalla Disney con i suoi successi annuali dallo schema bene o male predefinito. Ma la domanda in questi casi è se il pubblico sia in grado di apprezzare e premiare tali sforzi.
Quanto è immediato per il target potenziale dei cartoni animati assistere a uno spettacolo in cui l'attenta e fenomenale animazione dei personaggi sostituisce i dialoghi?

La musica che supporta questa operazione è composta da Hans Zimmer, coadiuvato da Bryan Adams, interprete delle canzoni del film.
La musica si Zimmer è un sostegno puntuale ed evocativo per le scene (bellissima la sequenza del corteggiamento tra Spirit e Rain a ritmo di tango) e ho trovato molto adatta anche la scelta di un rocker, seppur annacquato, come Adams per sottolineare lo spirito di libertà e ribellione che pervade la storia.
Un po' meno adatta, forse, la scelta italiana di Zucchero per ricantare le canzoni nella nostra lingua (ma c'era veramente bisogno di tradurle?).

Dal punto di vista puramente tecnico, l'animazione è brillante, curata, e sentita: si nota il tempo speso dagli animatori nello studio dei cavalli, dei loro movimenti, e la passione che ha sostenuto il lavoro.
Inoltre, Spirit segna un traguardo importante per l'animazione, con il suo riuscitissimo mix di animazione 3D e disegni a mano: i fondali sono realizzati e animati al computer, mentre i personaggi sono per gran parte ridisegnati a mano per dar loro il calore necessario.
Questa alternanza ha permesso di creare movimenti di camera altrimenti impossibili (tra cui la suggestiva la sequenza iniziale che presenta il mondo di Spirit, con un piano sequenza di oltre 3 minuti altrimenti irrealizzabile) pur non offuscando il lavoro con quel senso di freddezza che ha caratterizzato gli altri esperimenti di questo tipo fatti di recente.

Nel complesso, quindi, si tratta di un buon film, forse non esente da difetti, ma un passo avanti verso un mondo dell'animazione che si possa staccare dai vincoli creativi imposti dalla Disney, verso un'animazione più adulta, che renda giustizia a questa forma artistica che finora aveva solo alcuni grandi autori orientali a staccarsi dalla consuetudine disneiana.

Recensione Spirit - cavallo selvaggio (2002)
Antonio Cuomo
Redattore
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