Dollhouse - Epitaph Two: Return - il finale della serie

Si conclude con un episodio atipico ma emozionante la sfortunata serie di Joss Whedon.

Ci sono serie che partono subito forte, è il caso per esempio di Lost o del più recente FlashForward, che puntano tutte sull'incuriosire lo spettatore e a trascinarlo attraverso enigmi, dubbi, domande spesso senza risposta. Esistono poi serie che hanno invece bisogno di tempo per carburare, per poter trovare un giusto equilibrio nella narrazione, per poter permettere agli spettatori di conoscere i personaggi, le situazione, farle proprie e, accettate queste basi di partenza, poter entrare nell'universo creato dagli autori e goderselo appieno. Per i progetti di Joss Whedon è stato sempre così - la prima stagione di Buffy per esempio è soltanto un'ombra di quello che lo show era destinato a divenire nelle stagioni successive - ed era logico aspettarsi lo stesso anche da Dollhouse, una serie che, come abbiamo già detto più volte, non è mai stata aiutata dalla Fox né a livello marketing né come collocazione nel palinsesto e ne ha ovviamente pagato le conseguenze.

Dollhouse: Olivia Williams e Fran Kranz nell'episodio Epitaph Two: Return
Non che siano mancate colpe da parte degli autori, che hanno senz'altro scelto di dispiegare il materiale con un agio forse eccessivo, rivelando il potenziale della serie e soprattutto dei personaggi soltanto nella seconda stagione. Non per questo si può rimproverare a Whedon e ai suoi collaboratori di aver mancato di coraggio e di voglia di sperimentare - ovviamente nei limiti di quanto concesso a uno show prodotto da un grande network per il prime time, che non può permettersi le libertà dei serial sfornati da Showtine o HBO. Dollhouse ha introdotto i propri personaggi in maniera spesso obliqua, ha affrontato temi difficili e stimolanti, ha tentato di battere strade alternative e mai prevedibili fino alla fine: basti pensare al fatto che l'episodio conclusivo, Epitaph Two: Return, si svolge 10 anni dopo i fatti principali dell'arco narrativo, ed è la prosecuzione di un altro episodio (Epitaph One) che non è mai stato trasmesso dalla Fox, e che quindi è stato visto solo in DVD o attraverso il web con "mezzi di fortuna"; ne consegue dei due milioni di spettatori statunitensi che hanno assistito alla chiusura della serie lo scorso venerdì sono in tanti ad essersi trovati inevitabilmente spiazzati.

Dollhouse: Enver Gjokaj nell'episodio Epitaph Two: Return
Archiviata dunque la questione centrale che ha percorso la seconda stagione dello show - quellia riguardante la verità sulle origine della Rossum e la scoperta del tradimento del paterno e protettivo ex handler di Echo, Boyd - e chiuse, anche se frettolosamente, le varie sottotrame negli ultimi due episodi Getting Closer e The Hollow Men, Dollhouse ritorna dove aveva lasciato i protagonisti di Epitaph One, Mag, Zone e la bimba cui è stato temporaneamente imposto l'imprint di Caroline, impegnati ad attraversare un'insidiosa devastazione post-apocalittica che ricorda il film Mad Max e che rappresenta l'atroce eredità delle macchinazioni della Rossum Corporation e della tecnologia delle Dollhouse, alla ricerca del misterioso "rifugio sicuro". Prevedibile il loro incontro con i personaggi centrali della serie: Echo e Ballard, sempre impegnati nell'impresa di fermare la Rossum o ciò che ne resta, e sempre legati da uno struggimento amoroso solo in parte consumato, e Adelle e Sierra, in un inedita versione familiare e materna.
Più inquietanti le circostanze in cui sono precipitati Topher, ormai irrimediabilmente danneggiato dal peso delle proprie responsabilità e del proprio genio, e Victor, che sembra aver abbandonato l'amatissima Sierra e il bambino da lei avuto, che non sa nemmeno che lui è suo padre, per unirsi a un gruppo di ex active divenuti "technofreak" che hanno scelto di dedicare la loro vita e le loro risorse all'acquisizione continua di nuovi imprint, abilità e personalità.

Dollhouse: Tahmoh Penikett ed Eliza Dushku in una scena dell'episodio Epitaph Two: Return
Il tutto, ovviamente, restando abbastanza in superficie per la necessità ineludibile di condensare in 40 minuti il destino di numerosi personaggi e di tracciare un quadro convincente del futuro post-Dollhouse. Missione brillantemente compiuta da Whedon e dai suoi che, in barba ai problemi e ai limiti di budget, riescono financo ad espandere l'universo già tratteggiato nelle due stagioni della breve vita del serial, e a chiudere con un finale che non può che essere ambientato di nuovo nel grembo oscuro della Dollhouse losangelina, dove tutti i personaggi, chi in un modo chi nell'altro, trovano un soddisfacente sbocco narrativo: chi tra le braccia della Mietitrice, chi nell'insperata redenzione, chi trovando una nuova fiducia nell'avvenire, chi impegnandosi in una nuova impresa.
Cosa più importante, tutti gli eroi della nuova apocalisse whedoniana (un trademark del creatore di Buffy almeno quanto l'assassinio a tradimento di alcuni dei personaggi più amati dai fan) esprimono al meglio le loro potenzialità emotive con un finale in cui quasi non c'è necessità di dialoghi, perché tutto è espresso da sguardi, immagini e gesti che compongono momenti di vibrante e toccante sincerità.

Dollhouse: Zack Ward ed Adair Tishler nell'episodio Epitaph Two: Return
Molti appassionati, anche tra i fan dei lavori precedenti di Joss Whedon, non guarderanno con troppo rimpianto a questa chiusura definitiva di uno show che non ha avuto il tempo e i mezzi per conquistarli, ma a noi resta l'amarezza nel vedere cancellato un prodotto che nel bene o nel male riusciva a differenziarsi tra i tanti serial sempre più simili l'uno all'altro, oltre che all'eclissamento improvvido dell'ennesima creatura di Whedon, dopo la chiusura precoce e ingiusta di Firefly, ma anche la brusca interruzione di Angel alla 5 stagione. Da notare però che piuttosto che il disperante finale di Angel, uno dei più cupi che la storia della televisione ricordi, quella di Dollhouse ricorda più la conclusione speranzosa di Buffy, in cui l'eroina appare fiduciosa e pronta ad abbracciare una nuova vita una volta portata a termine la sua missione. Ci piace pensare che lo stesso sentimento animi Joss Whedon dopo l'ennesima delusione, e che egli si prepari ad abbandonare le imprese impossibili (per la TV pubblica) per andare incontro a scenari produttivi e a canali più consoni alla sua prolifica e pionieristica vena autoriale.

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Luca Liguori
Redattore
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