Deus Ex: Mankind Divided e l’attualità della tensione

Il nuovo Deus Ex ci riporta nel futuro con un'ambientazione ricca e complessa che riesce a raccontare le tensioni del nostro presente.

Deus Ex: Mankind Divided - Un'immagine del videogioco

Se abbiamo iniziato il nostro cammino nel mondo dei videogiochi, è perché ci siamo resi conto della spinta narrativa delle produzioni più recenti, vere e proprie storie da vivere in modo attivo e partecipe, in mondi più o meno distanti dal nostro, dettagliati, profondi, tangibili: che siano quelli spaziali della saga di Mass Effect o quello più terreno e di frontiera di Red Dead Redemption, o ancora le peripezie avventurose di Nathan Drake nella serie recentemente conclusasi di Uncharted, i moderni videogiochi ci danno la possibilità di vivere grandi storie che fino a qualche anno fa potevamo solo guardare in modo passivo.

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Se abbiamo scelto di parlare di giochi, è per capolavori come The Last of Us o Bioshock, ma anche per produzioni come Deus Ex, che nei suoi primi capitoli affondava solide radici nella tradizione cyberpunk che fa capo a Gibson, portando il giocatore in un background ultra moderno. Quello della saga si Ion Software è un futuro in cui la fusione uomo/macchina è stata spinta in avanti, creando opportunità e sviluppi, ma anche tanti inevitabili problemi che si concretizzano con decisione nell'ultimo capitolo uscito a fine agosto, quel Deus Ex: Mankind Divided che è seguito diretto del precedente Human Revolution, ma anche trampolino di lancio per un rinnovamento del franchise in vista di prossimi promettenti capitoli.

Oltre il cyberpunk

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Mankind Divided fa un passo avanti nella storia rispetto al gioco del 2011, spostandosi due anni in avanti ma ridimensionando la componente cyberpunk della saga: quello del nuovo Deus Ex è un 2029 che ha un forte sapore di presente, perché fa propri problemi e temi molto attuali, dal degrado al razzismo, a quello sempre più vivo e sentito del terrorismo. Con quest'ultimo tema facciamo i conti fin da subito, in un prologo in cui il nostro protagonista Adam Jensen si trova a partecipare insieme alla Task Force 29 dell'Interpol ad un'operazione antiterrorismo in quel di Dubai: anche se si tratta di una fase introduttiva che serve soprattutto a far conoscere le dinamiche di gioco, infatti, riesce parallelamente a mostrarci un primo spaccato dei problemi del mondo in cui operiamo, a cui farà eco in modo drammatico il vero inizio della storia, al nostro arrivo alla stazione di Praga. Jensen, inoltre, è un potenziato, ha diversi innesti cibernetici che ne accrescono le capacità fisiche e percettive, alcuni dei quali installati a sua insaputa nel periodo tra la storia che stiamo vivendo e la precedente di Human Revolution.

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Mechanical Apartheid

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E nel mondo ferito, corrotto e sporco di Mankind Divided vuol dire essere un emarginato, guardato con sospetto dopo un drammatico incidente che ha concentrato negativamente l'attenzione pubblica verso coloro in possesso di arti bionici, creando una sorta di apartheid ed una discriminazione nei loro confronti che ha ovviamente portato a delle reazioni, anche violente, e la nascita di una coalizione per i diritti dei potenziati, l'ARC, spesso ricondotta agli atti terroristici che si verificano con frequenza in aumento. Una situazione perfettamente riprodotta dall'ambientazione che, anche a livello visivo e di situazioni, ci immerge in un contesto che evidenzia e rende credibili i temi affrontati. La Praga in cui ci troviamo ad indagare, dopo gli eventi dell'incipit a cui abbiamo accennato, è una città ferita, fatti di grandi contrasti anche architettonici, dividendosi tra la modernità di alcuni edifici alla storicità di altri fino al degrado evidente del ghetto di Golem dove molti potenziati sono relegati, e macchiata da una sensazione di oppressione palpabile: le strade brulicano di poliziotti che non mancheranno di controllarci in più di un'occasione, facendoci sempre sentire la loro presenza da regime totalitario.

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La barriera tecnica

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Peccato che tale modernità nel portare temi così attuali in un videogame non sia accompagnata da altrettanta innovazione tecnica, perché il primo impatto con Deus Ex: Mankind Divided non è dei migliori, a cominciare dalla scelta di proporre un corposo sunto di ben dodici minuti (per fortuna facoltativo) delle vicende di Human Revolution. Un blocco granitico di storia e informazioni che finisce per ottenere l'effetto contrario a quello desiderato: invece di immergerci da subito nelle atmosfere del gioco, crea quasi una barriera tra noi e la storia. Una sensazione confermata dal primo impatto col gameplay vero e proprio, più legnoso e meno immediato di altri titoli analoghi giocati nell'ultima generazione di console, a cominciare da un sistema di combattimento meno immediato di altri a cui siamo abituati, alle fastidiose pause che fanno perdere fluidità e naturalezza ai dialoghi fino ad un'intelligenza artificiale che rende meno credibili alcune situazioni.

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Anche le brevi incursioni nel mondo degli hacker, per superare le protezioni di un computer o della serratura di una porta, non vanno oltre dei minigiochi da evitare appena le nostre abilità le consentono, al contrario del Breach, che è invece una modalità a parte, un vero gioco nel gioco che ci mette nei panni di un hacker e ci immerge in quello che appare come una versione puzzle game del gioco. Una interessante aggiunta, che avrebbe aggiunto maggior spessore se integrata nel gioco vero e proprio (ma su aspetti puramente tecnici e di gameplay, lasciamo la parola ai cugini di Multiplayer.it e alla loro recensione del gioco).

Futuro presente

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Se però, nonostante questi piccoli ostacoli tecnici, siamo stati conquistati da Deus Ex: Mankind Divided è per la forza dirompente di un'ambientazione in cui riusciamo a riconoscerci ed immedesimarci, per la sensazione di libertà nel poter affrontare quasi tutte le situazioni con approcci diversi (a volte anche soltanto con la diplomazia o il sotterfugio), per come è gestita l'evoluzione del personaggio e la componente da gioco di ruolo, fatta di incrementi ragionati e potenziamenti mirati alle componenti bioniche in nostro possesso, oltre alla necessità di gestire e misurare le stesse per evitare sovraccarichi al nostro sistema di alimentazione. Un sistema di gestione del personaggio reso ancor più completo dalle scelte morali che ci troveremo a compiere e che definiscono il nostro Jensen e lo stile di gioco che vogliamo condurre, aggiungendo un ulteriore livello di credibilità ed immedesimazione alla storia.

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Proprio questa, la storia, è il vero punto di forza di Deus Ex: Mankind Divided, che parte da Dubai e Praga per andare oltre e svelare luoghi e intrighi capaci di farci appassionare ad un mondo che si presenta come stratificato e complesso, fatto di vertici corrotti, minacce bioterroristiche, un intrigo di fondo da scoprire e comprendere ed una varietà di situazioni con cui confrontarsi che assicura profondità, azione e colpi di scena: che sia in un rapporto al comandante dei TF29 Jim Miller, una trattativa con un membro della malavita in possesso di qualcosa di cui abbiamo bisogno o un confronto con Talos Rucker, il leader dell'ARC (Augmented Rights Coalition, la coalizione per i diritti dei potenziati), quello che viene fuori, e che può indicarci il nostro passo successivo nella storia, non è mai scontato e banale ed ha spesso risvolti imprevedibili.

Quel primo impatto incerto con Mankind Divided viene così spazzato via molto presto e l'esperienza con il nuovo Deus Ex lascia appagati e curiosi di sapere di più, di avere un ulteriore capitolo della storia, che possa riportarci in questo mondo spaccato dalla mechanical apartheid per rispondere a quelle domande che questo episodio ha lasciato ancora senza risposta.

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