Death Race 2050

2016, Azione

Death Race 2050, intervista a Roger Corman: “Con la fantascienza c’è più libertà”

In occasione dell'uscita del suo nuovo film da produttore, abbiamo intervistato una vera leggenda del cinema indipendente americano.

Roger Corman - una foto

Nel 1975 uscì nelle sale statunitensi Anno 2000, la corsa della morte, film d'azione fantascientifico con protagonista David Carradine e prodotto da Roger Corman, un nome fondamentale nel panorama cinematografico USA non solo come raffinato regista di genere (vedi gli adattamenti di Edgar Allan Poe interpretati quasi sempre dall'attore-feticcio Vincent Price), ma anche e soprattutto come produttore capace di lanciare diversi talenti davanti e dietro la macchina da presa. Basterebbe menzionare Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e Jonathan Demme per rendersi conto dell'impatto che Corman, ancora attivo e pimpante all'età di novant'anni, ha avuto sull'immaginario collettivo negli ultimi decenni.

Adesso è nuovamente in azione con Death Race 2050, remake del cult movie di cui sopra, con Manu Bennett (Slade Wilson in Arrow) nei panni del campione automobilistico Frankenstein e Malcolm McDowell in quelli del perfido Direttore, leader di quello che nel futuro distopico mostrato nel film è stato ribattezzato United Corporations of America. In occasione dell'uscita in home video, abbiamo avuto la possibilità di conversare telefonicamente con il superproduttore.

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Death Race 2050 e la politica USA

Cosa ti ha spinto a rifare questo film, soprattutto se si considera che c'è già stato un remake nel 2008?

Jason Statham in una scena di Death Race

L'idea mi è venuta dopo essere stato intervistato da un giornalista italiano, che mi ha detto che Hunger Games ricordava a livello tematico Anno 2000, la corsa della morte. Avevo venduto i diritti per il remake alla Universal, ma in quella versione mancava il contenuto politico, al quale io tenevo molto. Li ho contattati per esprimere il mio parere al riguardo, e loro mi hanno chiesto se volessi produrre un nuovo Death Race. Così ho potuto reintegrare la dimensione politica, ma senza dimenticare che è pur sempre un film di fantascienza sulle corse automobilistiche, e quindi deve anche divertire.

Pensi quindi che il cinema di genere sia un buon mezzo per affrontare temi politici?

Donald Trump è il "boss" di The Apprentice

Sì, perché c'è una maggiore libertà, almeno quando il budget è ridotto. Quando giri un film da 200 milioni di dollari le major tendono a evitare elementi scomodi, cosa che non è accaduta con Death Race 2050 perché, pur avendo un budget abbastanza elevato per i miei standard, non era particolarmente costoso per la Universal. E a questo punto ti devo raccontare un dettaglio curioso: mentre giravamo il film ho visto in televisione un dibattito dei candidati alla presidenza americana, e ce n'era uno con un taglio di capelli molto buffo. Come inside joke politico abbiamo deciso di dare un look simile al personaggio del Direttore, che già di suo assomigliava un po' al candidato. Ovviamente non ci aspettavamo che sarebbe divenuto per davvero il Presidente degli Stati Uniti.

In effetti il risultato delle elezioni ha reso il film ancora più attuale...

Alcune persone mi hanno detto che non avremmo dovuto farlo, e io non posso che rispondere dicendo quello che ho appena detto a te: l'abbiamo fatto a mo' di battuta, inconsapevoli di ciò che sarebbe accaduto nella realtà.

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La passione di Corman per la fantascienza

Com'è stato il tuo rapporto con il regista? Sei molto presente come produttore?

Roger Comrna, Peter Bogdanovich e colleghi

Sì, fino a un certo punto. Avendo fatto moltissimi film in entrambe le vesti penso di aver individuato l'equilibrio giusto fra regista e produttore. Mi spiego: durante la pre-produzione sono molto presente, partecipo alla stesura del copione anche perché il soggetto è mio, alla scelta degli attori, delle location, eccetera. Poi, una volta iniziate le riprese, lascio il progetto in mano al regista e al direttore di produzione. Ovviamente guardo i giornalieri, ma il regista sa quello che fa e tra noi c'è un rapporto di fiducia.

Passando alla tua carriera in generale, c'è un progetto in particolare di cui sei fiero?

Star Trek: Il film - un'immagine che ritrae William Shatner

Non ti saprei dire. Anzi no, ce n'è uno, restando in territorio politico: L'odio esplode a Dallas, un film che ho diretto nel 1962. Era l'esordio cinematografico di William Shatner e parlava delle tensioni razziali nel Sud degli Stati Uniti dopo l'integrazione scolastica. Ai critici piacque, ma in compenso fu il mio primo film ad andare male al botteghino (ride, n.d.r.).

Nel corso degli anni ti sei adattato all'evoluzione dei mezzi audiovisivi, producendo film per il canale SyFy e anche collaborando con Netflix. C'è qualcosa che non hai ancora fatto che ti piacerebbe realizzare?

Mi piace molto la fantascienza perché, come ti ho detto prima, c'è una maggiore libertà nell'esplorare certe tematiche, usando civiltà aliene per parlare della società umana. Mi piacerebbe continuare su questo versante, anche con un budget più sostanzioso, perché con gli effetti speciali che esistono oggi si può veramente fare di tutto.

Per chiudere, ci sono altri film tuoi che vorresti reinventare per il pubblico di oggi? Il ciclo di Edgar Allan Poe, per esempio?

Roger Corman e Vincnet Price sul set

Il ciclo di Poe no, perché ho detto tutto quello che avevo da dire all'epoca, non c'è bisogno di toccare quei film. C'è però un lungometraggio che ho fatto nel 1963 con Ray Milland, intitolato L'uomo dagli occhi a raggi X. Quello mi piacerebbe rifarlo, perché in quel periodo gli effetti speciali erano piuttosto primitivi, mentre con la CGI che c'è adesso si potrebbero fare delle cose molto carine legate ai poteri del protagonista.

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