Ho camminato con uno zombie

1943, Horror

Recensione Ho camminato con uno zombie (1943)

L'esotismo non sempre offre spensierate vacanze e paesaggi mozzafiato. Se intendete lavorare in quei posti, pensateci bene prima di incamminarvi lungo un sentiero sconosciuto...

Vincenzo Carlini

Dead Woman Walking

Non tragga in inganno il titolo da B-movie (lo stesso regista Jacques Tourneur parlerà di "Un titolo orribile per un film molto bello, il migliore che abbia mai fatto"): Ho camminato con uno zombie è un horror di grande suggestione, con spunti sul rito della zombificazione voodoo che lo fa collocare tra i pochi titoli che hanno trattato il tema tanto caro a George A. Romero in una chiave strettamente antropologica. Prima del film del regista di origini francesi, infatti, solo White Zombie (diretto da Victor Halperin nel 1932 e con il mitico Bela Lugosi come protagonista) aveva affrontato l'argomento dalla prospettiva di una presunta attendibilità scientifica. Successivamente solo alcuni dimenticati titoli come Il segreto di Mora Tau (1957) di Edward L. Cahn, L'isola stregata degli zombies (1957) di Reginald leBorg e La lunga notte dell'orrore (1965) di John Gilling seguiranno l'esempio dei due illustri predecessori. Dal 1968, con La notte dei morti viventi, Romero< cambierà tutto, maltrattando ancor di più i poveri morti viventi considerati polemicamente come metaforici abomini della società consumistica. Fino almeno a Il serpente e l'arcobaleno di Wes Craven, che nel 1988 ripropose un approccio parascientifico collocando la storia ad Haiti durante il feroce regime di François "Papa Doc" Duvalier.

Prodotto da Val Lewton per la RKO (che, grazie soprattutto al suo apporto, diventerà una delle majors più importanti d'America) e sorta di riadattamento del classico Jane Eyre di Charlotte Bronte, Ho camminato con uno zombie è un film più d'atmosfera che di veri brividi, in cui Tourneur sfrutta al massimo grado i chiaroscuri di una fotografia dal tocco miracoloso, in grado di far sfavillare, nelle situazioni più impegnative, il bianco e nero della pellicola. Anche perché la macchina da presa si muove con circospezione, in modo classico, cercando solo di accentuare il tocco documentaristico quando si tratta di approfondire il tema del voodoo (il lungo tragitto verso Hum Fort in cui si snodano varie chincaglierie rituali degne di un The Blair Witch project - Il mistero della strega di Blair). Ma l'inquietante apparizione dello zombie di colore (Darby Jones) è da manuale del cinema horror, come di sicuro effetto sono le antiche cerimonie voodoo descritte puntigliosamente da Tourneur, ma senza eccessi di sorta. Tutto è sospeso, tutto è circondato da un alone magico (non è fuori luogo affermarlo) dove i luoghi e, soprattutto, i suoni concorrono a creare una perenne situazione d'attesa: l'antica villa, l'isola di San Sebastian, le onde del mare, un pianto non meglio identificato, il cantastorie irriverente, i tamburi che si odono in lontananza. Anzi, il sonoro è il vero elemento che catalizza la dilatazione della tensione in un film che, tra l'altro, dura meno di un'ora e mezza (anche se così era previsto dai canoni del periodo).

Dopo più di 60 anni, Ho camminato con uno zombie rappresenta ancora oggi un titolo imprescindibile per tutti i cultori degli zombies e delle curiosità, cinematografiche e non, legate al mondo dei non morti.

Recensione Ho camminato con uno zombie (1943)
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