El abrazo partido

2004, Drammatico

Daniel Burman su 'El abrazo partido'

Una conferenza stampa breve ma ricca di motivi di interesse, quella in cui il regista Daniel Burman ha presentato il suo film, vincitore di due premi (l'Orso d'Argento per la miglior regia e quello per il migliore attore) all'ultimo festival di Berlino.

Una conferenza stampa breve ma ricca di motivi di interesse, quella in cui il regista Daniel Burman ha presentato il suo El abrazo partido, vincitore di due premi (l'Orso d'Argento per la miglior regia e quello per il migliore attore) all'ultimo festival di Berlino.
Seguiamone i passaggi fondamentali:

Colpisce, nel film, la fiducia incondizionata nell'Europa mostrata dal protagonista. E' questa una caratteristica che accomuna tutti gli argentini?

No. Per molti di noi, l'Europa è stata solo una fantasia di fuga. Molti sono andati in Europa e successivamente sono tornati, perché l'esilio economico è comunque una realtà dura da sostenere. Nel film c'è anche un elemento autobiografico, ovvero l'idea del protagonista di diventare polacco: io avevo un nonno polacco, e questo sarebbe stato per me l'unico appiglio per avere un passaporto europeo. Per noi, poi, qualsiasi paese europeo andava bene: ingenuamente, pensavamo che prendere la cittadinanza polacca o quella italiana fosse la stessa cosa, ma poi ci siamo dovuti rendere conto che non era così. Io non sono più emigrato, poi, ma comunque sapere che c'èra questa possibilità mi ha aiutato, perché la vedevo come un teorico appiglio, una possibile via di fuga in un periodo di crisi.

L'Europa come una sorta di "sogno", quindi. Per voi, questo vale anche a livello cinematografico, analogamente a Hollywood?

Sinceramente, da questo punto di vista no. Il rapporto tra noi e l'industria cinematografica europea è sempre stato molto lineare, semplice e diretto: le trattative cinematografiche con gli europei sono analoghe a quelle con gli argentini, a differenza di quelle con Hollywood che in genere si rivelano più complicate. E' straordinaria la dimensione del rapporto tra la nostra industria e quella europea: in questo modo possiamo fare coproduzioni senza grandi sforzi, con una distribuzione di grandi dimensioni, che non ha nulla da invidiare a quella americana.

Da voi c'è una battaglia, al botteghino, tra le vostre produzioni e quelle hollywoodiane?

Non si tratta propriamente di una "battaglia", ma piuttosto di un confronto tra due mercati diversi. Il nostro è in crescita, e in questo momento si sta consolidando, con una propria fascia di pubblico: questo, grazie anche a una legge sulla produzione cinematografica tra le più avanzate al mondo. Certo, c'è ancora molto da fare per quanto riguarda l'esercenza (ultimamente, per esempio, su sei sale se ne trovavano tre che proiettavano La passione di Cristo), ma la strada è sicuramente quella giusta.
A questo proposito, una domanda voglio anticiparla io: il cinema argentino è il prodotto della crisi economica? Si tratta di una domanda terribile, perché il cinema, da noi, esiste in quanto è lo stato che decide che deve esistere. Da noi c'è stata prima l'autarchia dell'industria cinematografica, e in seguito la nuova legge sul cinema: sono stati introdotti dei finanziamenti pubblici che vengono da una "tassa" prelevata dal prezzo del biglietto. Questo secondo me è un bene, perché si aiuta il cinema con un finanziamento che viene comunque dallo spettatore: si sostiene così un'industria che è sì industria, ma anche cultura.

Nel suo film, la "galleria" può essere considerata un microcosmo di persone che hanno piacere a vivere l'una a contatto dell'altra?

La galleria rappresenta una realtà culturale del nostro paese: da noi la convivenza con "l'altro" è sempre esistita, e non ha mai rappresentato un problema. L'intolleranza è qualcosa di estraneo alla nostra cultura.

Nell'uso dei dialoghi ci è sembrato di rilevare l'influenza di un autore come Woody Allen. E' così?

Per Allen ho sempre avuto una grande ammirazione, come regista ma soprattutto come "autore" del ventesimo secolo. Mi ha influenzato, certo, come ti influenzano tutte le cose che ammiri: di lui mi piace la grande importanza che dà, nel suo cinema, all'uso della parola.

Che effetto le ha fatto vedere il film doppiato in italiano?

Credo che il doppiaggio sia ben fatto, a parte alcune trasformazioni apportate che erano inevitabili: ma queste ci sarebbero state anche con i sottotitoli. Il doppiaggio in Italia è un po' come la corrida in Spagna: la prima impressione che dà è di qualcosa di barbaro, poi pian piano ci si abitua.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Quello più immediato è una commedia su una famiglia di avvocati di Buenos Aires: quegli avvocati, come vedrete, sono molto diversi dagli avvocati che siamo abituati a vedere nei film americani. Il protagonista sarà sempre Daniel Hendler.

E' possibile, per un produttore argentino, entrare, con il proprio cinema, nel mercato nordamericano?

Dopo 10 anni di vita nel cinema, questo sarà il primo film con cui entrerò nel mercato statunitense: è da dire, comunque, che in questo caso mi hanno aiutato anche i due premi a Berlino. Comunque, per quanto mi riguarda, si può vivere anche facendo a meno di entrare negli Stati Uniti: tra l'altro, andandoci (sia fisicamente sia metaforicamente con il cinema), in questo periodo si finisce per essere comunque sotto stretta osservazione.

Daniel Burman su 'El abrazo partido'
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