Crisis in Six Scenes

2016

Crisis in Six Scenes: uno svogliato Woody Allen alla sua prima (ed ultima) serie TV

Un prodotto chiaramente realizzato solo in virtù dell'impossibilità di dire di no alla "proposta indecente" di Jeff Bezos, che, nella somma delle sue parti, equivale a uno dei tanti Woody Allen minori che abbiamo visto negli ultimi vent'anni.

Crisis in Six Scenes: una scena di gruppo della miniserie con Woody Allen

Per molti di noi Amazon è più o meno equivalente ad un paradiso terreste: milioni di dvd/blu-ray, libri, dischi e molto molto di più, tutti facilmente acquistabili con pochi click. Per molti di noi Amazon vuol dire quindi tentazioni continue e un vero stillicidio economico. Woody Allen però non è come molti di noi, ma è unico nel suo genere, e probabilmente non ha mai fatto acquisti on line in tutta la sua vita, ed è anche per questo che saremmo sinceramente curiosi di sapere cosa si saranno mai detti in quei primi incontri il regista newyorchese e Jeff Bezos, il boss del più grande negozio al mondo, quando quest'ultimo gli ha proposto una cifra astronomica (pare 15 milioni di dollari) per scrivere, dirigere ed interpretare questo Crisis in Six Scenes.

A dirla tutta avremmo quasi preferito che fosse stato proprio questo bizzarro incontro il tema della prima serie TV che il buon Woody, alla veneranda età di 80 anni, ha realizzato e che ha fatto il suo debutto su Amazon Video lo scorso 30 settembre. Ma Crisis non ha nulla della modernità e dell'innovazione che Bezos ha portato in rete e nemmeno nulla del coraggio che molti degli show originali Amazon, per quanto imperfetti, possiedono. Confrontato per esempio con Mozart in the Jungle e soprattutto con Transparent, lo show di Woody Allen si dimostra immediatamente per quello che è: un progetto nato vecchio e realizzato senza alcuna volontà di provare qualcosa di diverso, ma solo per l'insistenza altrui e i tanti soldi messi sul piatto.

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Prendi i soldi e scappa

Crisis in Six Scenes: un'immagine con Woody Allen e Miley Cyrus

Che Woody Allen abbia accettato solo perché si trattava di una proposta indecente lo sappiamo tutti, d'altronde lo ha dichiarato senza mezzi termini lo stesso regista e lo ha ribadito in questi stessi giorni aggiungendo: "Non farò mai più serie televisive finché sarò in vita [...] è stato molto più difficile di quanto pensassi." Dopo aver visto i sei episodi che compongono lo show viene spontaneo chiedersi quali siano state queste grandi difficoltà visto che Crisis in Six Scenes non è certamente diverso da uno qualsiasi dei tanti film minori che Allen ci ha propinato nell'ultimo ventennio, per fortuna alternandoli più o meno regolarmente con opere di gran lunga superiori.

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Crisis in Six Scenes: Miley Cyrus in una scena della miniserie

L'unica vera differenza sta nella durata: sei episodi di circa 21 minuti equivalgono a poco più di due ore di minutaggio, che ne farebbero comunque il film più lungo della sua carriera. È forse questa necessità di "allungare il brodo", di venire meno alla sua abituale e fisiologica sintesi che Allen sembra aver sofferto nell'adattare il suo stile e le sue abitudini ad un mezzo che non pare conoscere se non superficialmente, tanto che l'unica vera concessione televisiva è quella di piccoli e non sempre significativi cliffhanger al termine di ogni episodio. Tolti quelli e sfoltita qualche scena inutilmente prolissa (se non inutile e basta), quello che viene fuori è un film di Woody Allen come tanti altri. Meno memorabile di tanti altri.

Crisis in Six Scenes: una scena con Woody Allen

Mao, Fidel e la crisi di Cuba. Ma purtroppo Bananas non c'entra

Crisis in Six Scenes: una scena con Miley Cyrus

Se quindi non ha senso parlare di TV e fare confronti con altre serie - meno che mai il Mad Men citato spesso oltreoceano solo per l'ambientazione anni '60 - approcciamo questo nuovo "film" di Woody Allen come fosse il suo solito film annuale (non dimenticando, però, che in sala c'è quello vero, Café Society, di tutt'altro livello) e vediamo cosa funziona e cosa no. La trama, come da tradizione, è piuttosto semplice e racconta di una coppia anziana (interpretata dallo stesso Allen e da una convincente Elaine May) che si ritrova in casa una hippie in fuga (Miley Cyrus), ricercata dalla polizia, che sconvolgerà la loro tranquilla vita familiare portando caos e idee rivoluzionarie e militanti.

Crisis in Six Scenes: una scena della serie con Miley Cyrus e Woody Allen

Quello che davvero è difficile da mandare giù è proprio la scelta di spostare l'azione cinquant'anni nel passato, considerato il modo superficiale in cui vengono coinvolti il Vietnam, i Black Panthers, la marijuana e tutti gli altri cliché della controcultura anni '60. Tutto quello che Woody Allen ha da dire, tutto quello di cui vuole prendersi gioco - i liberali sempre pronti a cambiare il mondo, ma solo a suon di chiacchiere, o tutto il discorso meta-televisivo ricorrente per tutti e sei gli episodi - avrebbe avuto lo stesso impatto, se non addirittura maggiore, se Crisis fosse stato ambientato ai giorni nostri invece che negli anni '60.

Provaci ancora, Woody! O forse è meglio di no...

Crisis in Six Scenes: un primo piano di Miley Cyrus nella serie

D'altronde anche i momenti più divertenti della serie, quasi tutti relegati nell'episodio finale, non sono altro che la continuazione dell'unica idea veramente ispirata, quella del suggerimento al club del libro composto da tutte donne anziane di alcune letture rivoluzionarie e destabilizzanti come il Libretto rosso di Mao. E non è un caso che proprio nel simpatico finale il personaggio della Cyrus sia quasi del tutto assente, perché è proprio l'aspetto politico e attivistico a non funzionare praticamente mai. La Cyrus, da parte sua, fa quello che può, e se Woody Allen in passato è riuscito a far rendere al meglio attrici anche con meno talento e carisma della popstar, questa volta non sembra davvero avere alcuna voglia di guidarla.

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Crisis in Six Scenes: Elaine May insieme a Woody Allen in una scena

Funziona molto meglio invece la coppia Allen e May, già collaudata ai tempi di Criminali da strapazzo, ma solo perché qui il regista si limita a fare quello che sa fare meglio: se stesso. Ad ottant'anni suonati molto del suo leggendario umorismo ancora funziona, così come funziona la sua ormai sempre più rara presenza davanti alla macchina da presa, che riesce ancora a regalarci le emozioni di una volta quando anche solo per un momento, magari per una battuta particolarmente riuscita, il suo volto si illumina e con il suo il nostro.

Crisis in Six Scenes: John Magaro e Rachel Brosnahan in un momento della serie

Ma sono attimi, frammenti di ricordo di un tempo e di un cinema che fu, e che sicuramente non ha senso portare in TV ora. Accontentiamoci di potercelo godere ancora in sala, finché possiamo, e tu, caro Jeff Bezos, accontentati di sapere che quando i tuoi clienti digiteranno Woody Allen su Amazon nei prossimi anni troveranno come risultati tantissimi film e libri capolavoro, opere di un vero genio, e non questo progetto senza capo né coda.

Crisis in Six Scenes: uno svogliato Woody Allen...
Luca Liguori
Redattore
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