Cinema iraniano: Asghar Farhadi e le altre voci della nouvelle vague

In occasione dell'uscita nelle sale de Il passato, il nuovo capolavoro di Asghar Farhadi, osserviamo più da vicino i diversi volti del cinema iraniano contemporaneo, al culmine di un periodo di rinascita artistica ma tuttora impegnato a destreggiarsi fra restrizioni, censure e tabù di un paese afflitto da mille contraddizioni.

Cinema iraniano: Asghar Farhadi e le altre voci...

Dopo i calorosi applausi ricevuti alla scorsa edizione del Festival di Cannes, dove ha ottenuto il premio per la miglior interpretazione femminile grazie alla sua intensa protagonista, l'attrice francese Bérénice Bejo, da questa settimana arriva finalmente nelle nostre sale Il passato, il nuovo, meraviglioso film di uno degli autori più apprezzati del panorama cinematografico, Asghar Farhadi. Nell'arco di appena qualche anno, infatti, questo regista e sceneggiatore iraniano, nato nella provincia dell'Isfahan nel 1972, si è imposto come una delle voci più interessanti ed originali del cinema internazionale, riuscendo ad oltrepassare i confini del proprio paese e ad attirare l'attenzione del pubblico e della critica tanto in Europa quanto in America. Il momento del "grande salto", per Farhadi, è arrivato nel 2009, quando il suo quarto lungometraggio, About Elly, incentrato sulla misteriosa sparizione della ragazza del titolo durante un tranquillo soggiorno vacanziero sulle rive del Mar Caspio, ha vinto il premio per la miglior regia al Festival di Berlino, trovando in seguito una distribuzione in quasi tutta Europa (Italia inclusa). Due anni più tardi, la definitiva consacrazione grazie a Una separazione: la pellicola trionfa al Festival di Berlino, dove si aggiudica l'Orso d'Oro e i premi per la miglior interpretazione maschile e femminile per il cast al completo, suscita l'entusiasmo della critica mondiale e fa incetta di riconoscimenti, fra cui il Golden Globe e il premio Oscar come miglior film straniero (la prima produzione iraniana a vincere in questa categoria).

Asghar Farhadi: storie private nell'Iran di oggi

Una bella immagine di Peyman Moadi in Nader And Simin, A Separation
Una separazione, così come il precedente About Elly, esemplifica alla perfezione la poetica di Farhadi, basata sull'analisi dei sentimenti, dei rapporti personali e soprattutto dei conflitti morali fra individui comuni alle prese con scelte da cui dipenderà il corso della propria esistenza. In Una separazione si tratta di Nader (Peyman Moaadi) e Simin (Leila Hatami), una coppia in procinto di lasciarsi, la cui vicenda si intreccia tuttavia con la vita di un'altra coppia di classe sociale inferiore, formata dalla badante Razieh (Sareh Bayat) e da suo marito Houjat (Shahab Hosseini). E pure nel recentissimo Il passato, Farhadi torna ad indagare la struttura della famiglia nel difficoltoso passaggio da una precedente disgregazione ad un'ideale ricomposizione, non priva di asperità; e benché la storia sia ambientata a Parigi, con il triangolo tra la francese Marie (Bérénice Bejo), il suo ex marito iraniano Ahmad (Ali Mossafa) e il suo nuovo compagno Samir (Tahar Rahim), l'esecuzione di Farhadi conferisce al film un valore assai più ampio, che travalica i semplici confini geografici. Ma le storie raccontate dal regista, improntate su un minimalismo tutto basato sui piccoli gesti e sui dettagli psicologici, sono inevitabilmente riconducibili alle contraddizioni e alle differenze di classe di un paese come l'Iran: About Elly ed Una separazione, in particolare, pur trattando vicende private e circoscritte, sanno offrirci in filigrana il ritratto emblematico di una grande nazione che da troppo tempo appare intrappolata fra un anelito alla modernità e il pesante retaggio di un regime dispotico e conservatore.

I precursori della rinascita: Abbas Kiarostami e Jafar Panahi

Una scena del film di Jafar Panahi 'Offside'.
Il clamoroso successo di un regista come Asghar Farhadi, premiato dall'Academy e celebrato nei più importanti festival del mondo, rappresenta la punta di diamante, nonché l'esempio più mirabile, di una corrente di "rinascita" del cinema iraniano: quasi una sorta di nouvelle vague che, soprattutto nell'ultimo decennio, ha contribuito a farci conoscere più da vicino un paese distante anni luce dal nostro modus vivendi, ma in grado di raccontarsi con sincerità, coraggio e, spesso, con un encomiabile spirito di autocritica. I precursori di tale rinascita, in verità, vanno ricercati nella generazione precedente a quella di Farhadi, quando cioè il cinema iraniano ha goduto di una prima, vera fortuna internazionale. Una fase decisamente propizia, resa possibile da autori del calibro di Abbas Kiarostami e Jafar Panahi. Il primo, idolatrato da illustri colleghi del calibro di Martin Scorsese e Jean-Luc Godard, ha iniziato la propria carriera prendendo a riferimento il Neorealismo italiano, affermandosi con Dov'è la casa del mio amico? (1987) e virando in seguito verso un cinema ibrido tra fiction e documentario con Close-up (1990), E la vita continua (1992) e Sotto gli ulivi (1994). Nel 1997 Kiarostami si è aggiudicato la Palma d'Oro al Festival di Cannes con Il sapore della ciliegia, per poi bissare il proprio successo due anni dopo con Il vento ci porterà via (1999), vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia. Suo assistente e collaboratore in questo periodo era Jafar Panahi, che nel 1995 ha debuttato dietro la macchina da presa con Il palloncino bianco e nel 2000 ha conquistato il Leone d'Oro al Festival di Venezia con Il cerchio, grande film corale sulla drammatica condizione femminile in Iran, fra diritti negati e oppressione anche in ambito familiare.

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Il "caso Panahi" e l'anelito ad un Iran libero

Manuscripts Don't Burn: una scena del film
E proprio Panahi, regista di spicco della nouvelle vague iraniana, è stato e continua ad essere una figura controversa quanto 'scomoda', proprio in virtù della sottile denuncia espressa attraverso film come Il cerchio, Oro rosso del 2003, proibito in patria, o il successivo Offside (Orso d'Argento al Festival di Berlino 2006), altra amara riflessione sul sessismo della società iraniana, che impedisce alle donne perfino di recarsi allo stadio per tifare la propria squadra di calcio. Sostenitore dei movimenti di protesta contro il regime ferocemente autoritario del Presidente Ahmadinejad, nel marzo del 2010 Panahi viene messo sotto arresto insieme alla moglie, alla figlia e ad altre quindici persone, suscitando polemiche e appelli per la sua liberazione in tutto il mondo. Nonostante la cattività e la condanna a sei anni di carcere, Panahi utilizza l'arma del cinema per rispondere alle imposizioni del regime, e da allora ha realizzato due opere 'clandestine': il documentario This Is Not a Film del 2011 e Closed Curtain del 2013. Una sorte analoga è quella toccata a Mohammad Rasoulof, arrestato nel 2010 sul set "per aver effettuato riprese senza permesso" e condannato a un anno di reclusione (ancora da scontare): ennesimo caso di filmmaker inviso al regime a causa di film come L'isola di ferro (2005), Bé omid é didar (Premio della Giuria al Festival di Cannes 2011) e Manuscripts Don't Burn (premio FIPRESCI a Cannes 2013).

Ma prima ancora dell'arresto di Panahi e Rasoulof, già altri registi si erano serviti del racconto cinematografico come veicolo di una riflessione sulla necessità di una reale democrazia nel proprio paese, nonché sugli oggettivi ostacoli al conseguimento di una condizione davvero libera per tutti i cittadini iraniani, a prescindere dal sesso e dal ceto sociale. Ne sono esempi molto significativi titoli come Il voto è segreto (2001) di Babak Payami, esiliato dal regime nel 2003 per impedirgli di portare a termine il montaggio del film Silence Between Two Thoughts; o la produzione di Bahman Ghobadi, regista di origine curda che ha saputo descrivere gli aspetti più crudi e drammatici della civiltà iraniana contemporanea, attraverso potenti docu-film quali Il tempo dei cavalli ubriachi (2000), Turtles Can Fly (2004, inedito in Italia) e I gatti persiani (2009), in cui in gruppo di giovanissimi musicisti di Teheran si impegnano per sfuggire alle maglie della censura.

Cult del presente e del futuro: Persepolis, Donne senza uomini, Fish & Cat

Un'immagine drammatica del film 'Persepolis'
Un'opera imprescindibile, nell'ambito della nouvelle vague iraniana e del cinema di denuncia contro l'assenza di una reale democrazia in uno Stato con oltre settanta milioni di abitanti, è Persepolis, diretto a quattro mani dalla fumettista Marjane Satrapi e da Vincent Paronnaud. Basato sulle memorie d'infanzia della Satrapi, nonché sulla sua omonima graphic novel, Persepolis ha ricevuto il Premio della Giuria al Festival di Cannes 2007 e la nomination all'Oscar come miglior film d'animazione: un'animazione quasi esclusivamente in bianco e nero, che sfrutta l'apparente semplicità del disegno per trasmettere il senso di oppressione e il grigiore dell'esistenza di un'adolescente che si trova a crescere in un paese soggiogato dal fondamentalismo islamico, e costretta in seguito ad abbandonare la propria patria per poter realizzare davvero se stessa.

Fish & Cat: Babak Karimi in una scena
Autentico pugno nello stomaco, in grado di suscitare l'indignazione del governo iraniano (che ha tentato in più modi di boicottare il film), Persepolis è stato seguito da Donne senza uomini, esordio alla regia della video-artista Shirin Neshat, che si è meritata il Leone d'Argento al Festival di Venezia 2009: tratto dal romanzo-scandalo di Shahrnush Parsipur, il film è ambientato a Teheran durante il colpo di Stato del 1953, ma ovviamente è un'opera che, nel raccontare le sfide delle donne iraniane, parla anche - e soprattutto - dell'Iran del presente. E sempre a Venezia, in occasione dell'ultima edizione del Festival, è stato proiettato uno dei prodotti più interessanti ed originali del cinema iraniano contemporaneo: Fish & Cat, singolare thriller dai contorni surreali, diretto da Shahram Mokri e presentato nella sezione Orizzonti. Un'opera insolita e straniante, che come About Elly si sviluppa a partire dalla gita di un gruppo di giovani amici, ma che da subito prende una direzione ben differente: sia da un punto di vista tecnico (134 minuti di un unico, ammaliante piano sequenza), sia per quanto riguarda le suggestioni che è in grado di trasmettere, a metà fra un racconto paradossale ed enigmatico e un horror in cui tutte le atrocità si consumano tuttavia fuori campo, senza risultare per questo meno angosciose o perturbanti. L'ennesima dimostrazione, insomma, delle immense potenzialità di un cinema audace che, di anno in anno, continua ad offrirci nuove strade da percorrere e da esplorare...

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